Il 13 aprile si prospetta una giornata di mobilitazione per le farmacie private: gli oltre 76 mila occupati del comparto sciopereranno per 24 ore per protestare contro il mancato rinnovo del contratto collettivo nazionale, scaduto ad agosto 2024, e l'adeguamento dei salari. Ecco tutte le ragioni
Il 13 aprile sarà una giornata di sciopero per le farmacie private. La mobilitazione di 24 ore promossa da Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs, coinvolgerà più di 76 mila occupati del comparto. Alla base della protesta c’è innanzitutto il mancato rinnovo del Contratto collettivo nazionale, scaduto ormai il 31 agosto 2024 e ancora bloccato dopo mesi di confronti senza sbocchi concreti: né il confronto del 4 febbraio né quello successivo dell’11 febbraio sono infatti riusciti a sbloccare la trattativa.
Vanno garantiti i servizi minimi essenziali
Anche in caso di sciopero le farmacie dovranno restare aperte al pubblico e garantire i servizi essenziali: a stabilirlo una circolare diffusa da Federfarma, l’associazione dei titolari, che recepisce le indicazioni della Commissione di Garanzia sugli scioperi. Il punto più delicato riguarda proprio i servizi minimi indispensabili: la Commissione ha ricordato che, in base alla legge 146/1990, durante l’astensione collettiva devono essere comunque assicurate le prestazioni essenziali, in una misura non superiore mediamente al 50% di quelle normalmente erogate, con quote di personale non oltre un terzo di quello abitualmente impiegato. Su questo aspetto resta però il contrasto con i sindacati, che con una nota del 10 marzo hanno fatto sapere di voler applicare una disciplina del 2002, secondo cui i servizi minimi andrebbero garantiti solo nelle farmacie di turno. Federfarma ha però chiarito che, in assenza di un accordo tra le parti, deve attenersi esclusivamente a quanto indicato dalla Commissione. Federfarma ha quindi fissato tre criteri: dovrà restare in servizio almeno un terzo del personale farmacista normalmente impiegato; dovrà essere garantito almeno il 50% delle prestazioni abituali e i servizi minimi dovranno essere assicurati da tutte le farmacie aperte, non solo da quelle di turno. Il calcolo del personale da mantenere operativo riguarda solo i farmacisti e non l’intero organico. Il titolare, in quanto datore di lavoro, non rientra nel conteggio, mentre il direttore sì. Non sarà possibile sostituire i lavoratori in sciopero con personale esterno, ad esempio tramite contratti a termine o somministrazione. Se in una farmacia individuale tutti i farmacisti dipendenti aderissero allo sciopero, il titolare farmacista dovrà comunque garantire il servizio, salvo oggettiva impossibilità. Nelle farmacie societarie, invece, se scioperano tutti i farmacisti compreso il direttore, il legale rappresentante potrà comunicare la chiusura ad Azienda sanitaria e Sindaco. Infine, i titolari dovranno informare i cittadini almeno cinque giorni prima, esponendo un cartello ben visibile. Le ore di sciopero, ricorda Federfarma, non saranno retribuite.
Le ragioni dello sciopero
Il principale motivo di attrito tra le organizzazioni sindacali e Federfarma riguarda soprattutto la componente salariale: quest’ultimi rivendicano per il farmacista collaboratore un incremento intorno ai 360 euro, ritenuto necessario per recuperare almeno in parte l’erosione salariale causata dall’inflazione e dal progressivo impoverimento del potere d’acquisto maturato durante il lungo periodo di vacanza contrattuale. Le proposte avanzate dalla parte datoriale, invece, si collocherebbero su livelli nettamente inferiori, oscillando — secondo quanto contestato dai sindacati — tra 120 e 200 euro complessivi, con una quota costruita anche su elementi non stabili della retribuzione. Un divario che, dopo mesi di trattative, ha finito per irrigidire ulteriormente le posizioni. Dal canto loro, i rappresentanti delle farmacie continuano a richiamare la necessità di preservare la tenuta economica delle attività, sostenendo che aumenti salariali consistenti rischierebbero di gravare in modo pesante su un settore molto diversificato. In questa chiave viene spesso evocata la condizione delle farmacie rurali o di realtà più piccole, considerate più esposte all’aumento dei costi. Una lettura che, però, dal fronte sindacale viene respinta: secondo i rappresentanti dei lavoratori si tratta di situazioni numericamente limitate, peraltro già sostenute attraverso specifici strumenti pubblici, e non tali da giustificare il mancato riconoscimento economico richiesto dalla categoria.
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Come potrebbero cambiare le farmacie sul territorio
La partita, però, non si esaurisce nella sola questione degli stipendi. Sullo sfondo si muove infatti un cambiamento molto più profondo che riguarda il ruolo stesso della farmacia sul territorio. La progressiva affermazione della cosiddetta “farmacia dei servizi” sta infatti modificando in maniera sostanziale il perimetro dell’attività quotidiana: non più soltanto dispensazione di farmaci e consulenza, ma anche vaccinazioni, prestazioni diagnostiche, servizi di prevenzione e attività sempre più vicine a quelle di un presidio sanitario di prossimità integrato nel Servizio sanitario nazionale. Una trasformazione che, secondo i sindacati, comporta un evidente aumento delle responsabilità, delle competenze richieste e dell’esposizione professionale, e che proprio per questo dovrebbe tradursi in maggiori tutele, in una cornice normativa aggiornata e in un riconoscimento economico adeguato.
Lo scontro tra le parti
Anche in quest'ambito si registra un'accesa contrapposizione tra le parti. Le associazioni datoriali tenderebbero infatti a considerare queste nuove attività come una naturale estensione delle mansioni del farmacista. Le sigle sindacali, al contrario, insistono sul fatto che alcune prestazioni non possano essere considerate automaticamente obbligatorie e che, soprattutto nei casi più delicati o con maggiore profilo di responsabilità, debbano restare legate a criteri di volontarietà e accompagnate da forme di compenso aggiuntivo. Secondo i sindacati, infatti, il rischio è che senza un reale riconoscimento del valore del lavoro svolto la professione perda progressivamente attrattività. Il tema si inserisce in un quadro già segnato dal calo delle iscrizioni universitarie e dalle crescenti difficoltà, segnalate da molte farmacie, nel reperire personale qualificato. Da una parte, dunque, ci sono le esigenze di sostenibilità e organizzazione delle imprese; dall’altra, la richiesta dei collaboratori di vedere riconosciuto non solo un salario più adeguato, ma anche il peso professionale di un mestiere che sta cambiando rapidamente e che oggi richiede competenze sempre più ampie.