L'Italia del 26 aprile

Cronaca

Giuseppe De Bellis

L'editoriale di Giuseppe De Bellis, direttore di Sky Tg24 

Il giorno dopo la liberazione comincia la ricostruzione. Questo 26 aprile è una suggestione, un valore: nel pieno del lockdown, mentre si pensa a come ripartire il 4 maggio senza che questo porti a una nuova crisi sanitaria, il giorno post festa della liberazione non è solo il meno 364 in attesa del prossimo 25 aprile: è un inizio. Non porta la solennità dell’anniversario del 1945, né è paragonabile, ma le domande del day after sono analoghe: come saremo? Che cosa faremo? I nostri nonni o i nostri padri se lo chiesero quello stesso giorno di 75 anni fa dopo aver festeggiato resistenza e liberatori americani che entravano nelle nostre città. Noi, adesso, in questo giorno, non usciamo da una guerra, ma abbiamo seppellito, senza neanche poterli salutare, tanti morti quanti ne fa proprio una guerra. E abbiamo seppellito gran parte di quella generazione, di quella memoria che c’era nel 1945.

Il nostro 26 aprile è meno grave, ma pieno di incertezze e di una certezza: è l’inizio di qualcosa che ha a che fare molto di più con ciò che ognuno di noi potrà e dovrà fare dal 4 maggio in avanti rispetto a ciò che noi ci aspettiamo che ci dicano di fare. La fase due sarà fatta di regole e poi di atteggiamenti.

Le regole le daranno gli amministratori nazionali e locali: dovranno essere chiare, semplici, certe, con poche polemiche e molti fatti. Esempio: mezzi pubblici contingentati? Chi e come controlla? Questo esempio potrebbe essere esteso a qualunque cosa: i servizi pubblici e quelli privati, i negozi. Tutto.

Gli atteggiamenti ce li mettiamo noi, invece. Abbiamo vissuto molte settimane nelle nostre tane domestiche, tra qualche giorno usciremo e lì comincerà l’era della responsabilità individuale che diventa collettiva non per imposizione, ma per rispetto: abbiamo capito che fino a quando non ci sarà o una cura o il vaccino l’unico rimedio a una nuova ondata siamo noi stessi. I numeri purtroppo ci dicono che siamo lontani dalla situazione che si sperava di raggiungere a fine aprile e sulla quale si basava l’idea di finire il lockdown il 3 maggio. Gli scienziati sono contrari, ma come ha scritto il professor Ricolfi: “La riapertura è inevitabile. La democrazia è sospesa, l’opinione pubblica preme, gli operatori economici scalpitano, impensabile che la politica non ne tenga conto”.

Dato per scontato, quindi, che si riaprirà, il problema è come. Perché sappiamo che torneremo alla nostra nuova normalità con il virus in mezzo a noi. Sarà una convivenza forzata, fastidiosa e ciò porta con sé molti rischi. Qui si ritorna al punto delle regole e degli atteggiamenti. Aspettiamo di vedere queste regole, ma non pensiamo che possano risolvere la situazione da sole, questo per ragioni varie, delle quali il controllo è solo una. Purtroppo, o per fortuna, tocca a noi. Se il 4 maggio vivremo con l’idea del liberi tutti, della fine dell’incubo e dell’idea che si debba vivere diversamente solo per evitare eventuali multe e sanzioni, avremo sprecato i sacrifici di un mese e mezzo, nonché in anticipo tutti quelli che saremo costretti a fare successivamente. Per questo il dopo deve cominciare adesso, 26 aprile, giorno dopo la liberazione, in anticipo più nelle nostre teste che nelle nostre strade. Altrimenti le bandiere esposte su balconi e finestre ieri saranno solo il simbolo del passato.

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