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Coronavirus, un preside di Milano scrive agli studenti citando Manzoni:"Non abbiate paura"

6' di lettura

Il dirigente scolastico dell'istituto Volta ha voluto tranquillizare gli studenti invitandoli a non temere il contagio e ad aver fiducia nel nostro sistema sanitario. Prendendo esempio da Manzoni e Boccaccio che hanno parlato di grandi epidemie di peste poi superate

Nel capitolo 31 dei promessi sposi Alessandro Manzoni scrive di una peste tremenda che si è abbattuta su Milano nel 1630. È proprio da lì, da quei versi tanto famosi che prende spunto il preside del liceo Volta di Milano per scrivere una lettera ai propri studenti invitandoli a non avere paura. Diverse righe pubblicate sul sito dell’istituto chiuso in questi giorni per l’emergenza coronavirus (FONTANA A SKY TG24: "4 BAMBINI CON SINTOMI LIEVI - AZZOLINA: "L'ANNO SCOLASTICO NON E' A RISHIO" - CALO DEL NUMERO DEI MORTI IN CINA) che sta stravolgendo la vita di molti abitanti della Lombardia. Una lettera in cui Domenico Squillace chiede ai propri ragazzi di rispettare le regole sanitarie ma di non lasciarsi trascinare da un delirio collettivo.

Manzoni e Boccaccio come esempio

"La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c'era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d'Italia". Nelle prime righe del capitolo si capisce subito la similitudine con la malattia che sta colpendo il nord Italia in questi giorni. Un testo illuminante e di straordinaria modernità che il preside consiglia a tutti i suoi ragazzi perché sia per loro uno stimolo a reagire alla paura del contagio. “Dentro quelle pagine - dice il dirigente scolastico - c'è già tutto, la certezza della pericolosità degli stranieri, lo scontro violento tra le autorità, la ricerca spasmodica del cosiddetto paziente zero, il disprezzo per gli esperti, la caccia agli untori, le voci incontrollate, i rimedi più assurdi, la razzia dei beni di prima necessità e l'emergenza sanitaria". Tutto come oggi, quasi fossimo tornati indietro di quasi 400 anni. Parecchie righe scritte a cuore aperto in cui il preside cerca di spiegare agli studenti che la chiusura delle scuole sia necessaria per seguire il volere delle autorità competenti. Il tempo però è prezioso quindi non va sprecato. E allora è fondamentale mantenere il sangue freddo e proseguire con le dovute precauzioni ad una vita il più possibile normale.

Come ingannare la noia

Il preside suggerisce di sfruttare il tempo senza la scuola: "Approfittate di queste giornate per fare delle passeggiate, per leggere un buon libro, non c'è alcun motivo - se state bene - di restare chiusi in casa. Non c'è alcun motivo per prendere d'assalto i supermercati e le farmacie, le mascherine lasciatele a chi è malato. La velocità con cui una malattia può spostarsi da un capo all'altro del mondo è figlia del nostro tempo, non esistono muri che le possano fermare, secoli fa si spostavano ugualmente, solo un po' più lentamente. È l'avvelenamento sociale dei rapporti umani, l'imbarbarimento del vivere civile il pericolo più grande”. Un suggerimento chiaro da parte del preside che chiede di non vedere il nemico ovunque, nel vicino di autobus, o nell’anziano malato che tutto ha tranne che il Covid19. “Tale insegnamento - dice nella lettera il preside - si può trarre, ancora una volta, dalle grandi opere letterarie dell'Italia del passato. Da Manzoni e Boccaccio, il cui Decamerone è ambientato proprio in un luogo di quarantena durante l'epidemia di peste a Firenze. Rispetto a quegli anni la medicina ha fatto passi da gigante e la cura è probabilmente vicina. La cosa più importane, dice Squillace, è usare la ragione, essere razionali e mantenere la propria umanità altrimenti “la peste avrà vinto davvero”.

La lettera per esteso

AGLI STUDENTI DEL VOLTA

“La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c'era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia…..”

Le parole appena citate sono quelle che aprono il capitolo 31 dei Promessi sposi, capitolo che insieme al successivo è interamente dedicato all’epidemia di peste che si abbatté su Milano nel 1630. Si tratta di un testo illuminante e di straordinaria modernità che vi consiglio di leggere con attenzione, specie in questi giorni così confusi. Dentro quelle pagine c’è già tutto, la certezza della pericolosità degli stranieri, lo scontro violento tra le autorità, la ricerca spasmodica del cosiddetto paziente zero, il disprezzo per gli esperti, la caccia agli untori, le voci incontrollate, i rimedi più assurdi, la razzia dei beni di prima necessità, l’emergenza sanitaria…. In quelle pagine vi imbatterete fra l’altro in nomi che sicuramente conoscete frequentando le strade intorno al nostro Liceo che, non dimentichiamolo, sorge al centro di quello che era il lazzaretto di Milano: Ludovico Settala, Alessandro Tadino, Felice Casati per citarne alcuni. Insomma più che dal romanzo del Manzoni quelle parole sembrano sbucate fuori dalle pagine di un giornale di oggi.Cari ragazzi, niente di nuovo sotto il sole, mi verrebbe da dire, eppure la scuola chiusa mi impone di parlare. La nostra è una di quelle istituzioni che con i suoi ritmi ed i suoi riti segna lo scorrere del tempo e l’ordinato svolgersi del vivere civile, non a caso la chiusura forzata delle scuole è qualcosa cui le autorità ricorrono in casi rari e veramente eccezionali. Non sta a me valutare l’opportunità del provvedimento, non sono un esperto né fingo di esserlo, rispetto e mi fido delle autorità e ne osservo scrupolosamente le indicazioni, quello che voglio però dirvi è di mantenere il sangue freddo, di non lasciarvi trascinare dal delirio collettivo, di continuare - con le dovute precauzioni - a fare una vita normale. Approfittate di queste giornate per fare delle passeggiate, per leggere un buon libro, non c’è alcun motivo - se state bene - di restare chiusi in casa. Non c’è alcun motivo per prendere d’assalto i supermercati e le farmacie, le mascherine lasciatele a chi è malato, servono solo a loro. La velocità con cui una malattia può spostarsi da un capo all’altro del mondo è figlia del nostro tempo, non esistono muri che le possano fermare, secoli fa si spostavano ugualmente, solo un po’ più lentamente. Uno dei rischi più grandi in vicende del genere, ce lo insegnano Manzoni e forse ancor più Boccaccio, è l’avvelenamento della vita sociale, dei rapporti umani, l’imbarbarimento del vivere civile. L’istinto atavico quando ci si sente minacciati da un nemico invisibile è quello di vederlo ovunque, il pericolo è quello di guardare ad ogni nostro simile come ad una minaccia, come ad un potenziale aggressore. Rispetto alle epidemie del XIV e del XVII secolo noi abbiamo dalla nostra parte la medicina moderna, non è poco credetemi, i suoi progressi, le sue certezze, usiamo il pensiero razionale di cui è figlia per preservare il bene più prezioso che possediamo, il nostro tessuto sociale, la nostra umanità. Se non riusciremo a farlo la peste avrà vinto davvero.

Vi aspetto presto a scuola. 
Domenico Squillace

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