Mafia, confiscati beni per 400 milioni a ex deputato siciliano Acanto

Agenti della Dia (archivio Ansa)
3' di lettura

Giuseppe Acanto, 58 anni, è ritenuto legato ai vertici del clan di Villabate. Avrebbe gestito per anni gli interessi economici della famiglia mafiosa. L'ex politico è stato sottoposto a sorveglianza speciale per 4 anni

La Direzione investigativa antimafia ha confiscato beni per 400 milioni di euro a Giuseppe Acanto, ex deputato regionale siciliano. Il politico, 58 anni, è ritenuto dai magistrati strettamente legato ai vertici del clan mafioso di Villabate, in provincia di Palermo. La confisca operata dalla Dia il 10 agosto contro Acanto riguarda beni mobili e immobili, rapporti bancari, l'intero capitale sociale e i compendi aziendali di varie società, e quote societarie per un valore complessivo di oltre 400 milioni di euro. Acanto, inoltre, è stato ritenuto dal Tribunale di Palermo "socialmente pericoloso" e per questo sottoposto alla sorveglianza speciale di polizia per 4 anni a partire dal 2018.

Le dichiarazioni del pentito

Il provvedimento contro Acanto è stato emesso dalla sezione Misure di prevenzione del tribunale, su proposta del direttore della Dia. Una misura che arriva al termine di indagini secondo cui risulta che Acanto avrebbe gestito la contabilità di società riconducibili alla famiglia mafiosa di Villabate. Decisive per le indagini contro l'ex deputato sarebbero state le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Campanella, ex braccio destro del boss Nino Mandalà. Campanella è conosciuto dalla giustizia per essere stato l'uomo che, tra il 2002 e il 2004, ricevette l'incarico di gestire la latitanza del capomafia Bernardo Provenzano, curando anche gli aspetti logistici, assistenziali ed amministrativi del suo ricovero in una casa di cura a Marsiglia per un intervento alla prostata.

La storia di Acanto

L'indagine della Dia ha ricostruito tutta la storia di Giuseppe Acanto all'interno degli ambienti della criminalità organizzata. Secondo quanto reso noto, fin dagli anni Novanta l'ex deputato regionale sarebbe stato socio in affari illeciti con Giovanni Sucato. Quest'ultimo, noto con il soprannome del "mago dei soldi", dopo aver truffato migliaia di persone, tra cui anche alcuni appartenenti a Cosa Nostra, sparì con un ingente capitale e venne trovato morto nella sua auto bruciata il 30 maggio del 1996. Una morte, quella di Sucato, alla quale seguirono minacce per lo stesso Acanto che dopo aver subito l'incendio del suo studio professionale, si rese irreperibile. Dopo essere stato "perdonato" grazie alla mediazione di elementi di spicco della famiglia di Villabate, Acanto riprese l'attività di commercialista, dedicandosi - secondo le accuse - alla costituzione di società in nome e per conto degli uomini d'onore. In tale ambito, l'ex deputato regionale sarebbe riuscito a trovare interlocutori privilegiati all'interno dell'amministrazione del Comune di Villabate (in seguito sciolto per infiltrazioni mafiose), tanto da farsi nominare direttore del Mercato ortofrutticolo.

La carriera politica

Negli anni successivi, dopo un suo avvicinamento all'attività politica, Acanto si sarebbe occupato di sviluppare ogni operazione economica d'interesse del clan di Villabate: tra queste spicca la costruzione di un centro commerciale. L'arrivo in Regione risale al 2001, quando dopo essersi candidato con la lista Biancofiore, risultò il primo dei non eletti, ma a seguito delle dimissioni di un parlamentare ottenne poi il seggio all'assemblea regionale siciliana.

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