Mafia: colpo a Cosa Nostra, 8 arresti nel Messinese

Il 19 luglio i carabinieri hanno arrestato 8 esponenti del clan Spartà di Messina (archivio Ansa)
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Il 19 luglio i carabinieri hanno fermato i membri di una cellula operativa del clan Spartà accusata di aver minacciato commercianti e taglieggiato giocatori di slot machines. I reati contestati vanno dall'associazione mafiosa all'intestazione fittizia di beni

I carabinieri del Comando provinciale di Messina hanno sgominato una 'cellula' operativa del clan Spartà che controllava il territorio nella zona sud della città siciliana. Il 19 luglio, i militari hanno arrestato 8 persone sulla base di un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Messina su richiesta della Dda guidata dal procuratore Maurizio De Lucia.

L'operazione del 19 luglio

L'operazione ha permesso la cattura degli indiziati, sette dei quali sono stati reclusi in carcere, e uno finito agli arresti domiciliari. Tutti, dovranno ora rispondere a vario titolo alle accuse di associazione mafiosa, estorsione, usura, intestazione fittizia di beni e violazioni degli obblighi della sorveglianza speciale, tutti aggravati dal metodo mafioso. Il provvedimento nasce da un'attività d'indagine denominata "Polena" e avviata nell'ottobre del 2014 dal Nucleo Investigativo del Comando provinciale dei carabinieri di Messina. Le indagini sono partite dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Daniele Santovito. Il pentito ha consentito di far luce sulle attività del clan guidato da Giacomo Spartà (capo dell'omonimo clan in carcere dal 25 marzo 2003), egemone nel racket dell'usura e delle estorsioni a commercianti e clienti di sale scommesse. Tutti proventi, questi, che avrebbero poi contribuito ad alimentare la "cassa comune" della cosca.

Il sistema del clan Spartà

I carabinieri hanno accertato che a reggere il clan durante la detenzione del boss sarebbe stato Raimondo Messina, uno degli arrestati di oggi. Sarebbe toccato proprio a Messina gestire la cassa comune del gruppo a cui il clan attingeva anche per il sostentamento dei detenuti e delle loro famiglie. Secondo quanto reso noto, il gruppo criminale avrebbe condizionato l'attività di alcuni imprenditori messinesi, non solo imponendo assunzioni di personale, ma anche imponendo loro le scelte imprenditoriali. È stato accertato nel corso dell'inchiesta che, per eliminare del tutto la concorrenza a un determinato bar, nell'interesse del clan, una pasticceria vicina al bar è stata obbligata a interrompere la vendita di bibite e caffè per azzerare il rischio di competizione sulla clientela. Un imprenditore attivo nel settore del commercio all'ingrosso di prodotti alimentari è stato costretto a interrompere le forniture di carne ad alcuni ristoranti per favorire l'attività di macelleria di uno degli indagati.

Le estorsioni ai giocatori

Tra le attività illecite che sarebbero state gestite dal clan, figurerebbero anche le estorsioni ai giocatori di alcune sale gioco cittadine controllate dalla cosca. In un caso alcuni degli indagati hanno costretto il titolare di una sala scommesse a cedere loro la proprietà, a causa delle difficoltà economiche di quest'ultimo. La richiesta sarebbe stata accompagnata dalla pretesa di un ulteriore pagamento di 5mila euro per una serie di giocate effettuate con denaro «a credito» delle società di scommesse. Altri giocatori sarebbero stati costretti a pagare i debiti con i gestori delle sale dietro minaccia di ritorsioni e violenza. Una donna, a fronte di un debito a un tavolo da poker illegale, di circa 6mila euro, sarebbe stata costretta prima a versare 10mila euro in contanti, poi a consegnare un anello da 6mila euro e infine un orologio da 4mila. Nel corso dell'inchiesta è emerso anche un episodio di usura a una commerciante in evidenti difficoltà economiche. In particolare la vittima, titolare di una nota gioielleria cittadina, per far fronte a piccoli debiti con i fornitori per un importo di 4mila euro, ha dovuto consegnare in sei mesi 8500 euro, di cui 4500 a titolo di interessi.

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