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Quali sono gli obblighi sui salvataggi in mare

2' di lettura

Il cosiddetto Pos (place of safety) è il porto dove può essere garantita l’incolumità e l’assistenza sanitaria di chi viene salvato. Deve essere sicuro e il più vicino da raggiungere, ma non sempre i centri di coordinamento rispondono alle richieste

Si chiama POS. Sta per place of safety. Letteralmente è un luogo di sicurezza. Nella pratica si tratta di un porto dove possa essere garantita l'incolumità e l'assistenza sanitaria di chi viene salvato in mare.

Che caratteristiche deve avere? Semplicemente deve essere un porto sicuro e il più vicino da raggiungere affinché possa essere prestato soccorso nel minor tempo possibile. Non è buon senso, si tratta di regole stabilite dalla Convenzione di Amburgo che impone a tutti gli Stati costieri del Mediterraneo di mantenere un servizio di SAR, cioè di search and rescue, ricerca e soccorso in mare. Eppure, nonostante le regole, nella pratica non sempre i centri di coordinamento SAR rispondono alle imbarcazioni che li contattano e neppure è automatico che intervengano quando interpellati dal centro di coordinamento regionale SAR italiano. È successo spesso con Malta, che per l'appunto è un altro centro di coordinamento.

I doveri del Paese che riceve l’sos

E allora a quel punto l'Italia che fa? Fa finta di nulla e lascia i naufraghi in mare? No, ovviamente. Perché se nessun altro risponde, vedi per esempio Malta, la Convenzione Europea sui diritti dell'Uomo e quella di Amburgo obbligano chi riceve l'sos (per esempio l'Italia), a provvedere coordinando i soccorsi. Ma questo non significa automaticamente che le persone salvate vengano poi sbarcate in un porto italiano, ma come si diceva nel porto più sicuro e più vicino. 

Il diritto di bloccare l’accesso ai propri porti

A questo punto la domanda è: uno Stato costiero può bloccare l'accesso ad uno dei propri porti? Si, può farlo, nell'esercizio della propria sovranità. Nelle convenzioni internazionali sul diritto del mare non c'è infatti un obbligo esplicito per gli Stati di far approdare le navi che abbiano effettuato il salvataggio. Non c'è questo dovere, mentre c'è quello della solidarietà in mare. E poi c'è la Convenzione Europea dei diritti dell'uomo, secondo cui rifiutare l'accesso a imbarcazioni che abbiano effettuato il soccorso può comportare la violazione degli articoli 2 e 3 per le persone salvate che abbiano bisogno di cure urgenti. Chiudere il porto, insomma, significherebbe non rendere neppure possibile la valutazione delle diverse esigenze dei disperati sottratti alle onde.

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