Miccoli condannato: 3 anni e 6 mesi per estorsione aggravata

Cronaca
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L'ex capitano del Palermo avrebbe chiesto al suo amico Mauro Lauricella, figlio di un presunto boss mafioso, di recuperare 12mila euro da un giovane imprenditore. I legali: "Siamo basiti, accusato presunto mandante e assolto presunto esecutore"

Tre anni e sei mesi di reclusione: è questa la condanna per Fabrizio Miccoli, l’ex capitano del Palermo accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. La sentenza del gup Walter Turturici è arrivata dopo otto ore di camera di consiglio. Per il calciatore, il pm aveva chiesto una condanna a quattro anni.

L'estorsione aggravata

Secondo la Procura, l'ex bomber rosanero, tra il 2010 ed il 2011, avrebbe incaricato il suo amico Mauro Lauricella, il figlio del presunto mafioso della Kalsa Antonino detto "U Scintilluni", di recuperare 12 mila euro. L'estorsione sarebbe avvenuta ai danni di Andrea Graffagnini, un giovane imprenditore che era subentrato nella proprietà della discoteca "Paparazzi" di Isola delle Femmine. Sembra che Graffagnini dovesse quei 12mila euro a Giorgio Gasparini, ex fisioterapista del Palermo calcio. Proprio il fisioterapista, per ottenere quello che gli spettava, si sarebbe quindi rivolto, attraverso un altro ex difensore rosanero, a Miccoli. E sarebbe stato l’ex calciatore, a questo punto, il mandante delle pressioni illecite e delle minacce, secondo l’accusa, anche se poi sarebbe stata recuperata solo una parte della somma: duemila euro.

La vicenda giudiziaria

Una ricostruzione questa che, però, nel processo a Lauricella non ha retto davanti al tribunale. Lauricella e un altro indagato, Gioacchino Amato, erano accusati di estorsione aggravata dal metodo mafioso: a fronte di una richiesta di condanna rispettivamente a 10 e a 12 anni di carcere. A metà luglio 2016, il collegio della seconda sezione aveva infatti assolto entrambi gli imputati dall'accusa e condannato a un anno (pena sospesa) solo Lauricella per violenza privata aggravata dal metodo mafioso. Il processo d'appello non è ancora iniziato. 

Difensori di Miccoli: "Sentenza illogica"

Se per il collegio l'estorsione era insussistente, perché Graffagnini era stato veramente ritenuto debitore di Gasparini, diversa è stata la prospettiva dell'ufficio del Gip: un primo giudice non aveva archiviato e oggi Turturici ha condannato l'ex calciatore.  I difensori di Miccoli, intanto, hanno preannunciato l’Appello: parlano di "sentenza estremamente illogica, dato il precedente dell'altra pronuncia su Lauricella e Amato. Adesso siamo al paradosso che viene condannato il presunto mandante di un'estorsione, mentre il presunto esecutore è stato assolto da questa accusa. Quindi per il Tribunale non c'è stata estorsione e per il Gup sì". I legali hanno poi sottolineato che "Miccoli è molto nervoso e triste perché sa di essere innocente. Lui è completamente estraneo a ogni accusa". Il giocatore, presente in tribunale, non ha voluto commentare la sentenza.

L'intercettazione: "Quel fango di Falcone"

Ma quello che di questa vicenda ha fatto molto discutere è stata un’intercettazione di una conversazione, del 2013, in cui è coinvolto Miccoli. È quella in cui il calciatore, parlando con Lauricella, definiva Giovanni Falcone "un fango". "Quel fango di Falcone", diceva divertito Miccoli all’amico, mentre parlavano al telefono. Quando si era scoperto l’accaduto, l’ex star del Palermo aveva chiesto scusa, ma le sue parole lo costrinsero a lasciare la società calcistica e persino il Comune di Corleone - sciolto per mafia - gli ritirò la cittadinanza onoraria.

Il rapporto con il figlio del presunto boss

Al centro delle indagini, per tutti questi anni, anche il rapporto tra Miccoli e Luricella. "Io a Mauro ci credevo, come persona e come mio amico, al di là di quello che poteva essere il padre". Così l’ex calciatore, nell’aprile del 2015, rispondeva ai magistrati che lo interrogavano come indagato di estorsione aggravata sui suoi rapporti con Mauro Lauricella, detto “scintilla”. Il soprannome sarebbe un riferimento al padre, Antonio Lauricella, che nell’ambiente mafioso è conosciuto come lo "Scintilluni". "Io questo ho pensato, cioè che uno ha il papà così, ma il figlio è totalmente diverso", spiegava Miccoli.

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