Greenpeace: "Il caldo estremo anche sui fondali uccide i coralli"
Ambiente
Temperature sempre più alte e ondate di calore registrate anche a 40 metri di profondità. A Ustica si segnala già la scomparsa di coralli e specie marine, come effetto del cambiamento climatico, avverte Greenpeace, che sottolinea come le aree marine protette aiutino a mitigare gli impatti dei cambiamenti climatici in mare, occorre ridurre drasticamente le emissioni di gas serra se vogliamo salvare il Mediterrraneo
Mai così caldo il mare prima d‘ora, mai così in sofferenza le specie marine fino a 40 metri di profondità. Allarmanti i dati raccolti da Greenpeace sugli impatti del caldo estremo registrato negli ultimi mesi anche sui fondali lungo le nostre coste. I sub dell’associazione si sono immersi per la prima volta insieme a due biologi marini nelle acque dell’Area Marina Protetta di Ustica per studiare e documentare lo stato di salute dell’habitat di coralligeno nei fondali. L’immersione ha permesso di osservare estesi fenomeni di necrosi, sbiancamento e mortalità a carico di diverse specie.
Le conseguenze delle alte temperature
Particolarmente grave è risultata la situazione delle colonie di Cladocora caespitosa, un corallo del Mediterraneo che a Punta Galera, tra 5 e 10 metri di profondità, è stato trovato totalmente morto. Sono stati riscontrati segni evidenti di necrosi avanzate sulle gorgonie Paramuricea clavata ed Eunicella cavolini, mentre sono state rilevate morie parziali del corallo Astroides calycularis e del briozoo Myriapora truncata. Inoltre, per la prima volta durante il progetto Mare caldo, è stato documentato uno sbiancamento della Posidonia oceanica “il polmone del Mediterraneo”; questo fenomeno è ancora in fase di studio ma risulta collegato alle alte temperature dell’acqua. Durante le immersioni è stata evidente anche la proliferazione di specie termofile, in particolare del pesce pappagallo Sparisoma cretense e del vermocane Hermodice carunculata che, oltre a essere tossico - come sottolinea il biologo marino Luigi Piazzi - causa profondi squilibri nel funzionamento degli ecosistemi costieri, nutrendosi di diverse specie già colpite dagli effetti diretti del cambiamento climatico.
Gli effetti del riscaldamento
"Il Mediterraneo sta cambiando rapidamente e gli effetti del riscaldamento non riguardano più soltanto la superficie del mare" dice Valentina Di Miccoli di Greenpeace. "Oggi osserviamo anomalie termiche che raggiungono gli habitat più profondi e incidono direttamente sulla salute degli ecosistemi marini, anche nelle aree marine protette. Quello che abbiamo osservato sott’acqua nei quattro siti di immersione che abbiamo indagato a Ustica non è per niente confortante. È stata la prima volta che abbiamo riscontrato degli impatti così evidenti fino a 40 metri di profondità. Le aree marine protette aiutano a mitigare gli impatti dei cambiamenti climatici in mare, ma non basta: dobbiamo ridurre drasticamente le emissioni di gas serra se vogliamo salvare il Mediterrraneo". A fine luglio Greenpeace Italia aveva pubblicato il sesto rapporto del progetto “Mare Caldo”, nato nel 2019 grazie al contributo di Monica Montefalcone, professoressa di ecologia del DISTAV dell’Università degli Studi di Genova, tragicamente scomparsa lo scorso maggio con la figlia Giorgia e altri tre sub italiani durante un’immersione alle Maldive.
La crisi climatica
Mentre il 2026 ha già segnato il record assoluto di temperatura per i mari e gli oceani a livello globale, a causa della crisi climatica, l’ultimo rapporto del progetto rivela che anche i mari italiani continuano a scaldarsi. Nelle tre stazioni di monitoraggio siciliane della rete Mare Caldo, ovvero le AMP Isola di Ustica, di Capo Milazzo e del Plemmirio, i termometri subacquei di Greenpeace hanno registrato alcune delle maggiori anomalie nella temperature marina superficiale in Italia. Gli ultimi dati raccolti nel 2025 mostrano picchi durante il periodo giugno-luglio di +3,46°C sopra la soglia climatologica nell’AMP Capo Milazzo, +2,94°C nell’AMP del Plemmirio e di +1,77°C nell’AMP di Ustica. Valori così elevati sono stati registrati nello stesso anno solo in Sardegna, anche se episodi prolungati di ondate di calore, fino a 40 metri di profondità, sono stati osservati in tutte le aree del progetto Mare Caldo. Nato nel 2019, il progetto attualmente coinvolge 14 stazioni di monitoraggio in tutta Italia, di cui 13 Aree Marine Protette. Ustica è la più lontana dalla costa e per questo risulta estremamente importante per studiare l'andamento delle temperature e gli effetti sulla biodiversità anche in aree remote dei mari italiani. Secondo i dati Copernicus, il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato su scala globale, con una temperatura media dell’aria superficiale di 14,97°C, pari +1,48°C rispetto al livello preindustriale. Nel Mediterraneo gli indici annuali mostrano un numero elevato di giornai di ondate di calore marine che in alcune aree superano un totale di 200 giorni, e anomalie termiche superficiali comprese tra +1,5°C e +2,5°C sopra la media climatologica.
DNA ambientale
Nel 2025, Greenpeace ha svolto anche dei monitoraggi biologici all’Isola d’Elba (Toscana), nell’AMP dell’Asinara (Sardegna) e nell’AMP di Torre Guaceto (Puglia). In tutte e tre le aree sono stati osservati impatti rilevanti, come necrosi o sbiancamento sulle specie più vulnerabili, tra cui la gorgonia gialla Eunicella cavolini e il corallo Cladocora caespitosa, mentre continua ad aumentare la presenza di specie termofile e aliene come Caulerpa cylindracea. Il ricorso alla tecnica innovativa del DNA ambientale (eDNA), che consente di rilevare la biodiversità attraverso le tracce genetiche rilasciate dagli organismi nell'ambiente, ha permesso inoltre di identificare numerose specie aliene non visibili durante i monitoraggi tradizionali, comprese specie come Sargassum thunbergii, Spongites yendoi, Griffithsia corallinoides e Phallusia nigra. Il caso più significativo è quello dell'Isola d'Elba, l'unica area non protetta della rete di monitoraggio del progetto “Mare Caldo”. L'analisi della serie temporale degli ultimi sei anni evidenzia un progressivo deterioramento dello stato ecologico delle comunità bentoniche, con un aumento degli organismi che presentano segni di stress, una riduzione delle colonie e impatti significativi sulle gorgonie Eunicella cavolini e Paramuricea clavata. I risultati suggeriscono una relazione tra le persistenti anomalie termiche registrate nel 2023 e 2024 e i cambiamenti osservati oggi nelle comunità marine. Se da un lato i dati del progetto confermano il ruolo fondamentale delle aree marine protette nel rafforzare la resilienza degli ecosistemi marini, dall’altro mostrano che nessuna area è al riparo dagli effetti della crisi climatica. Per questo Greenpeace ribadisce la necessità di rafforzare la tutela del Mediterraneo sia attraverso una rete efficace di aree marine protette, sia mediante la riduzione delle emissioni di gas serra.