Una ricerca dimostra che lo yeti non esiste

(Getty Images)
2' di lettura

La Royal Society ha diffuso i risultati dello studio più ampio mai condotto sui resti del cosiddetto abominevole uomo delle nevi, smontando il mito che per anni ha terrorizzato gli scalatori

All'abominevole uomo delle nevi sono stati dedicati libri, film, cartoni animati. Il suo mito ha alimentato per decenni le paure degli scalatori. Gli sherpa himalayani si azzardano a nominarlo con la parola "metoh-kangi", ovvero "uomo-orso delle nevi". La Royal Society ha diffuso uno studio che spazzerà via la parola "uomo", lasciando solo quella di "orso". Uno studio condotto sui resti attribuiti allo yeti ha infatti rivelato che il Dna è riconducibile a tre differenti plantigradi che popolano le alte vette dell'Himalaya.

Lo studio

L'equipe di scienziati guidati da Charlotte Lindqvist della University of Buffalo College of Arts and Sciences ha condotto lo studio più ampio mai realizzato sull'abominevole uomo delle nevi, esaminando la maggiore quantità possibile di prove genetiche attribuitegli. Analizzando il Dna di ossa, denti, pelle, feci e peli attribuiti in precedenza allo yeti, i risultati hanno smontato l'esistenza di una fantomatica creatura in grado di lasciare impronte umane sulla neve. Questi reperti biologici sono infatti riconducibili a 23 tipi diversi di orsi. Tre sono i più diffusi: il nero asiatico, il marrone tibetano e quello dello stesso colore himalayano. Tutte e tre queste specie si trovano in zone specifiche, molto circoscritte, della regione dell'Himalaya.

Specie a rischio

Il team della Lindqvist non è il primo ad aver voluto provare l'inesistenza dell'abominevole creatura. Come riporta l'Independent, nel 2013 i test compiuti da Bryan Sykes, docente di Genetica Umana presso l'Università di Oxford, avevano per la prima volta ipotizzato l'associazione tra lo yeti e le specie plantigrade della zona, grazie ad alcune analisi del Dna di resti riferiti al Bigfoot. L'analisi condotta da Lindqvist è la più completa mai condotta e ha permesso di mettere in evidenza la fragilità di queste specie di orsi, a rischio estinzione. "Chiarire la struttura della popolazione e la diversità genetica [di questi animali] può aiutare a stimare le dimensioni della popolazione e a mettere a punto strategie di gestione" ha concluso l'equipe di studiosi.

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