Willie Peyote, la via italiana al rap passa da Torino

Dai social (“Basta tifoserie”) alla politica (“Panorama sconsolante”) parla a Sky TG24 il rapper torinese, una delle nuove voci più interessanti del panorama musicale italiano. L'INTERVISTA - VIDEO

Un rap insolito, contaminato con rock, funk e addirittura un po' di jazz. Testi mai banali: arrabbiati ma senza concessioni a facili populismi. Con questa ricetta Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, trentaduenne torinese, sta diventando una delle voci più interessanti del panorama musicale italiano. Dopo l'uscita del suo quarto album, “Sindrome di Toret”, sta girando l'Italia con un tour che sta facendo registrare un tutto esaurito dopo l'altro. Lo abbiamo incontrato alla vigilia del concerto di Milano, venerdì 17 ai Magazzini Generali (guarda, in alto, il video del singolo "Ottima scusa").

In una canzone canti: “Mi spiegate perché ogni cosa che fate, quando vi schierate, si trasforma in una gara a squadre. Basta un attimo, fine del dibattito fra due tifoserie, che tanto le idee giuste son le mie”. A chi ti rivolgi?
“Al modo di discutere e litigare sui social, che si ripercuote nei bar o nelle sale d'attesa. Dal veganesimo ai vaccini o all'immigrazione, ci si trova sempre a schierarsi su due squadre opposte. Ma è una cosa che ha senso solo quando si parla del derby Toro-Juve: nella vita ci sono sfumature. A me piace il tifo come sfogo (ndr: è un cuore granata). Lì ci va bene l'irrazionalità e andrebbe lasciato spazio alla goliardia. Ma quando si parla di argomenti seri dovremmo accendere il cervello”.

Nel disco sei molto critico con l'utilizzo che si fa delle nuove tecnologie. Eppure è anche grazie ai social media, a Spotify e YouTube che ti stai facendo conoscere
“Internet è un mezzo importante ma è sbagliato l'utilizzo che se ne fa, da me compreso. Vieni tirato dentro a un meccanismo di cui non ti rendi conto: passi la giornata a scrollare una pagina piena di cose di cui non ti frega nulla. So che è un paradosso ma forse se vivessimo in Cina useremmo meglio certi strumenti. Noi abbiamo libertà di dire quello che vogliamo e la usiamo male”.

Fai rap ma sul palco sei accompagnato da una vera e propria band. Quali sono i tuoi riferimenti musicali?
Ho iniziato facendo il bassista in un gruppo punk, poi ho fatto il batterista. Infine mi sono dedicato al rap, che insieme al rock è un genere che ho sempre ascoltato. Quello che stiamo facendo io e altri artisti come Ghemon e Coez è un tentativo di fare rap italiano, di coniugare certe sonorità con la melodia della nostra tradizione. Ho sempre ascoltato il rap italiano ma quello che si è fatto è stato sempre prendere spunti dall'estero.

Dici che “convincere chi è già d’accordo è facile” e si sente la tua voglia di arrivare a tutti. Che fine ha fatto lo scontro tra indie e mainstream, tra nicchia e grande pubblico?
Per fortuna è scomparso. Non ha senso chiudersi nella propria bolla, altrimenti si commettono gli stessi errori fatti dalla sinistra negli ultimi anni.

Ecco, la politica. E' uno degli argomenti del disco: non andrai a votare come canti in “Portapalazzo”?
Sono laureato in Scienze Politiche ed ero appassionato di politica. Poi ho visto persone a cui non fregava nulla avvicinarsi all'argomento ma il loro era solo un approccio indignato che non mi rappresenta. Il panorama è sconsolante e non vedo nessuna chance”.

Perché il disco si chiama “Sindrome di Toret”
“Un gioco di parole con la Sindrome di Tourette che suona quasi come toret, cioè il modo con cui a Torino vengono chiamate le fontanelle pubbliche. Voleva essere un tributo a Torino, una città che mi è stata molto vicina negli ultimi anni e da cui non mi aspettavo di ricevere così tanto amore”.

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