Legge elettorale: cos'è il sistema tedesco

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Pd, Forza Italia e M5S sembrano convergere su un modello ispirato a quello utilizzato in Germania. Un sistema misto, sostanzialmente proporzionale ma con elementi maggioritari, che andrebbe adattato all'Italia. Tra i nodi soglia di sbarramento e premio di maggioranza

Per la legge elettorale dovrebbe essere una settimana chiave. Dopo le varie ipotesi, tra le ultime il Rosatellum, continuano a salire le chance per un modello in stile tedesco. Su questa opzione sembrano ormai convergere Pd, Forza Italia e Movimento 5 Stelle: tutti d’accordo anche per andare alle urne in autunno, magari già a settembre. I partiti non hanno ancora trovato l’intesa su un testo definitivo, con Matteo Renzi che ha avviato le consultazioni al Nazareno, ma sembrano aver trovato una strada comune verso una legge elettorale “alla tedesca”: ispirata, cioè, al modello che si utilizza in Germania.

Cos’è il sistema tedesco

Il sistema tedesco è misto (anche il Mattarellum lo era): è sostanzialmente proporzionale, con soglia di sbarramento al 5 per cento, ma ha anche alcune componenti del maggioritario. I cittadini, in pratica, hanno a disposizione due voti: uno per scegliere una lista o un partito e uno per scegliere un candidato all’interno del proprio collegio. Con il primo voto, col sistema proporzionale, si stabilisce qual è la percentuale di seggi che avrà ogni partito. Con il secondo, col sistema maggioritario, il candidato che prende un voto in più degli altri nei collegi uninominali viene eletto.
Col sistema tedesco, quindi, la distribuzione del voto degli elettori si rispecchia più o meno esattamente in Parlamento: grazie al proporzionale, se un partito viene votato dal 40 per cento degli elettori, ad esempio, avrà più o meno il 40 per cento dei seggi. Ma, grazie alla quota maggioritaria, i candidati che si affrontano nei collegi arrivano in Parlamento se prendono un voto in più degli altri: questi candidati vincenti sono eletti in ogni caso, anche se sono in numero maggiore rispetto alla quota proporzionale che spetterebbe a un partito (in questo caso, gli altri partiti ricevono dei deputati in più per mantenere le distanze stabilite dal voto proporzionale). La soglia di sbarramento, poi, respinge l’accesso in Parlamento alle liste che hanno raccolto meno del 5 per cento dei voti, con i partiti più grandi che si dividono i seggi degli esclusi. Un partito accede inoltre alla ripartizione proporzionale anche se ha meno del 5% nel caso abbia ottenuto almeno tre mandati diretti nella quota maggioritaria. 

Le possibili correzioni italiane

Il sistema tedesco, però, andrebbe adattato all’Italia e le possibili correzioni su cui si discute sono diverse. Il primo nodo riguarda il numero di parlamentari. In Germania non è fisso e questo permette di aggiungere altri seggi per rispettare le proporzioni dei voti presi dai partiti. In Italia, invece, il numero dei parlamentari è fisso (e stabilito dalla Costituzione) e non è detto che vincere in un collegio uninominale garantisca l’elezione. Bisognerà stabilire, quindi, cosa succederebbe se una lista eleggesse più candidati con il sistema maggioritario di quanti gliene spetterebbero con quello proporzionale: quale voto prevarrebbe sull’altro? In Germania, poi, non c’è il bicameralismo perfetto e i senatori non sono eletti, ma nominati dai governi dei Land in proporzione alla popolazione: quindi un altro nodo da sciogliere riguarda l’applicazione del sistema anche al Senato italiano. Si dovrà discutere anche del voto disgiunto (votare per una lista e per il candidato di un’altra): in Germania è permesso, in Italia potrebbe non esserlo. Dei candidati della quota proporzionale: in Germania sono scelti con liste bloccate, una per ogni Land, in Italia ci sono diverse proposte sulla dimensione delle liste. Della soglia di sbarramento: i partiti più piccoli spingono per abbassarla dal 5 ad almeno il 3 per cento. Del premio di maggioranza: in Germania non è previsto, qui alcuni partiti propongono di introdurlo (il M5S, ad esempio, chiede che sia intorno al 40%). A Berlino, poi, è prevista la sfiducia costruttiva: il Parlamento non può sfiduciare un governo se, nello stesso momento, non dà la fiducia a un nuovo esecutivo. La nostra Costituzione non prevede nulla del genere.

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