Un anno di Trump presidente, cos’è cambiato nell’accordo sul clima

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Lo scorso giugno, il Tycoon ha deciso di dire addio agli impegni presi nel 2015 a Parigi per ridurre le emissioni di gas serra e combattere il riscaldamento globale. Cos'è successo da quel momento? E qual è, ad oggi, il ruolo degli Usa nell'inquinamento mondiale?

La riforma della sanità, l’accordo sul nucleare con l’Iran e l’immigrazione. Ma anche - e soprattutto - l’ambiente e il clima. Sono molti i punti da cui il presidente americano Donald Trump, nel suo primo anno alla guida degli Stati Uniti, si è distanziato rispetto al suo predecessore, Barack Obama. Uno dei temi più discussi, in questo senso, è quello delle scelte ambientali effettuate dalla nuova amministrazione. Il momento di rottura vera e propria con le decisioni ambientaliste di Obama è arrivato l’1 giugno 2017, quando il Tycoon ha fatto un annuncio storico, dal Rose Garden della Casa Bianca: "Gli Usa usciranno dall’accordo di Parigi", raggiunto nel 2015. Per Trump, quanto negoziato da Obama in quella circostanza "impone target non realistici per gli Stati Uniti nella riduzione delle emissioni. Vogliamo un accordo che sia giusto. Se ci riusciremo benissimo, altrimenti pazienza". Ma, da quel momento, cos’è cambiato? Qual è il ruolo del Paese nell’inquinamento mondiale? E, soprattutto, come si raggiungeranno gli obiettivi stabiliti in Francia, dopo l’addio degli statunitensi?

Cos’è l’accordo di Parigi sul clima?

L’accordo di Parigi è il più importante trattato internazionale degli ultimi anni pensato per contrastare il riscaldamento globale. È stato sottoscritto nel dicembre del 2015, a Parigi, da 195 Paesi, durante la Conferenza annuale dell'Onu sul riscaldamento globale (Cop21). A rimanerne fuori erano stati solo la Siria e il Nicaragua. L’accordo è poi entrato in vigore il 4 novembre 2016, con la ratifica iniziale di almeno 55 Paesi rappresentanti il 55% delle emissioni globali di gas a effetto serra. Anche se non è un documento vincolante, al suo interno (qui il testo integrale) sono descritti gli impegni che gli Stati hanno deciso di rispettare: contenere l’aumento della temperatura globale sotto il 2 gradi centigradi (e compiere nuovi sforzi per arrivare a 1,5), diminuire la produzione di gas serra, versare 100miliardi di dollari ogni anno (fino al 2020) ai Paesi più poveri e, in ultimo, controllare i progressi raggiunti ogni cinque anni, con nuovi vertici. Tutti i Paesi, inoltre, hanno comunicato gli impegni presi a livello nazionale e questi verranno verificati durante gli incontri quinquennali.

Come si esce dall’accordo?

Con l’addio degli Usa a Parigi sono emersi anche i dettagli dei passaggi da seguire per annullare gli impegni persi in Francia. Gli scenari non sono ancora del tutto chiari, ma quel che è certo è che la procedura non è immediata. Gli Stati coinvolti, infatti, non possono uscire dall’accordo per i primi tre anni dalla sua sottoscrizione, come prevede l’articolo 28 del documento. Questo significa che gli Stati Uniti devono restare almeno fino al novembre del 2019. Dopodiché, è previsto un periodo di transizione di un anno, il che porterebbe all’uscita definitiva verso la fine del 2020. Il momento coinciderebbe proprio con la fine del mandato di Trump e con le nuove elezioni americane. Ma c’è anche un’altra strada: lasciare la Unfccc (United Nations Framework Convention on Climate Change) che rappresenta il quadro di riferimento per la cooperazione internazionale per combattere il cambiamento climatico. Chi l’abbandona, dice sempre l’articolo 28, "deve considerarsi come ritirato dall’accordo". Comunque gli Stati Uniti non riceverebbero sanzioni, perché l’accordo di Parigi non ne prevede.

Qual è il ruolo degli Usa?

Gli americani dovevano rispettare la promessa di ridurre le emissioni di gas serra del 26 - 28%, entro il 2025. Ma questo non sembra più rientrare nei piani dell’amministrazione di Trump. Washington, però, continuerà ad avere un ruolo fondamentale nei processi di inquinamento del pianeta: gli Usa sono il secondo Paese che emette più diossido di carbonio (Co2) al mondo, secondo i dati raccolti nel database sulle emissioni della Commissione europea per il 2015. Peggio di loro fa solo la Cina. Nel 2015, inoltre, gli Stati Uniti hanno rilasciato 5,15 miliardi di tonnellate di diossido di carbonio, vale a dire: più di tutti i Paesi membri dell’Ue messi insieme. Questo, in altre parole, significa anche che, in quell’anno, gli americani hanno prodotto circa un sesto delle emissioni globali. Ma va anche notato che il Paese, nello stesso anno, aveva tagliato le emissioni del 2,6% e, nel 2016, dell'1,7%, grazie agli investimenti sulle rinnovabili, favoriti dall'amministrazione Obama. L’ex presidente si era impegnato anche nel 'Clean Power Plan’, il programma pensato per tagliare le emissioni degli impianti a carbone. Ma l’amministrazione Trump ha deciso di revocarlo, come ribadito dal capo dell'agenzia federale Usa dell'ambiente (Epa), Scott Pruitt, a ottobre 2017.

Che impatto avrà l’addio degli Usa sul clima mondiale?

Secondo i dati elaborati dal sito di analisi climatiche Climate Interactive, gli Usa avrebbero dovuto contribuire per più di un quinto nella riduzione delle emissioni entro il 2030. Senza il rispetto di Parigi, il Paese dovrebbe emettere 6.7 gigatoni di Co2 ogni anno entro in 2025, mentre se avesse seguito il piano internazionale ne avrebbe emessi 5.3. Guardando ancora più avanti, e precisamente al 2100, la decisione statunitense potrebbe portare a un aumento di 0,3 gradi centigradi in tutto il mondo. Ma l’obiettivo è ridurre il riscaldamento globale, non aumentarlo. Non bisogna sottovalutare però il ruolo degli altri Stati coinvolti, primi su tutti Cina e India. Con gli Usa fuori dai giochi, saranno loro le protagoniste degli impegni parigini. Come sottolinea uno studio del gruppo di ricerca Climate Action Tracker, "la leadership sta cambiando". Entro il 2030, i due Paesi "dovrebbero ridurre la crescita delle emissioni di circa due o tre miliardi di tonnellate", rispetto alle previsioni fatte nel 2016. Per questo, la politica di Trump, per gli esperti, "non dovrebbe avere un grande impatto sulle emissioni globali entro il 2030", se gli altri attori manterranno e - anzi - supereranno i loro obiettivi.

Stati, aziende e università seguiranno Parigi in autonomia?

Ma a distanziarsi dalla scelte di Trump non sono solo gli attori internazionali. Anche all’interno dei confini americani c’è già chi ha deciso di andare avanti comunque e di raggiungere - in autonomia - gli obiettivi fissati in Francia. Centinaia di aziende, università e anche molti Stati, nel 2017, hanno annunciato che continueranno a ridurre le emissioni di Co2. Secondo i dati elaborati da Climate Interactive, più di metà della popolazione statunitense vive nelle aree impegnate in politiche "green" e che rappresentano circa il 36% delle emissioni negli Usa. Senza l’azione di Stati e città impegnati per il clima, nel 2025 in America si assisterebbe a una crescita fino a quasi 7 gigatoni di Co2 all’anno, mentre con il loro aiuto si potrebbe scendere sotto i 6,5 gigatoni. Intanto, sono nate associazioni come “The Climate Mayors” (i sindaci del clima), o “We are still in” (siamo ancora dentro - all’accordo di Parigi, ndr). Nel primo caso si tratta di un gruppo di 382 sindaci americani - da Los Angeles a Boston, da New York ad Aspen - che rappresentano 68 milioni di cittadini e che si sono impegnati a rispettare gli accordi del 2015. Mentre nel secondo, si tratta di un gruppo di politici, università e aziende - circa 2.300 in totale - che rappresentano 127 milioni di americani e 6,2 trilioni dell’economia statunitense (qui la loro dichiarazione a favore di Parigi). Fra di loro ci sono nomi importanti e colossi: da Facebook ad Amazon, passando per Google, fino alla California State University o alla Fordham University.

La mappa delle realtà statunitensi impegnate nella lotta al cambiamento climatico realizzata da Climate Interactive

Trump ci ripenserà?

Anche se tra le priorità di Trump quella della sfida al riscaldamento globale non è in cima alla lista, il presidente ha più volte ribadito che "l’America resterà un Paese leader sul fronte ambientale". Il dossier su Parigi, al momento, è affidato al consigliere economico Gary Cohn: "Tocca a lui considerare in quali altri modi possiamo collaborare con i partner. Noi vogliamo essere costruttivi", ha spiegato il segretario di Stato Rex Tillerson, a settembre. E, proprio nello stesso mese, alcune indiscrezioni avevano ventilato l’ipotesi di un possibile dietrofront del presidente sulla linea dura scelta per la questione climatica. Il tutto si è concluso con un nulla di fatto, e con la Casa Bianca che ha ribadito: "Gli Usa resteranno fuori dall’accordo di Parigi, a meno che ci siano condizioni migliori". Sul tema, a ottobre, è tornato anche il Government of Accountability Office, la divisione di revisione del Congresso americano. L'amministrazione Trump, dicono gli esperti, deve prendere seriamente i rischi legati al cambiamento climatico e iniziare a formulare risposte adatte. Secondo l’Ufficio, gli incendi, le inondazioni e gli uragani stanno costando al governo miliardi di dollari e il cambiamento climatico farà crescere i costi ancora di più, nei prossimi anni. In un rapporto anticipato dal New York Times, l’organismo congressuale spiega come le differenti industrie e le diverse aree degli Stati Uniti saranno colpite, ma in modo difficile da prevede. Quello che è certo è che l'innalzamento delle temperature potrà tradursi in perdite in termini di produttività del lavoro per 150 miliardi di dollari, entro il 2099.

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