Parigi, via libera ad accordo sul clima: limite riscaldamento a 1,5°

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I delegati hanno raggiunto un'intesa per tenere sotto i due gradi l'innalzamento delle temperature globali. Previsti 100 miliardi di dollari in sostegno ai paesi in via di sviluppo. Soddisfazione anche dagli Stati più critici: India, Cina e Arabia Saudita. Obama: "Risultato ottenuto grazie a leadership americana"

Lo storico accordo sul clima della Conferenza di Parigi è stato approvato. Il via libera è stato ampiamente celebrato dal presidente della Conferenza, nonché ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, e dai rappresentanti Onu, con calorosi abbracci sul palco. Per sancirla, ha commentato Fabius, "devo battere con il martello, è un piccolo martello ma penso che possa fare molto". Dopo anni di negoziati globali, due settimane di intensi colloqui e parecchie notti insonni per limare i dettagli, i delegati di quasi 200 Paesi hanno raggiunto dunque a Parigi, una storica intesa per limitare il riscaldamento globale. Redatto nell'opaco linguaggio tecnico che si è evoluto negli ultimi 20 anni di colloqui sul clima, il documento, asciugato a 31 pagine, fissa il tetto del 'global warming' "ben al di sotto dei 2 gradi", puntando l'asticella al target di 1,5 gradi.

 


 

Ban Ki Moon: "E' l'accordo più completo" - "E' l'accordo più completo mai negoziato, con l'obiettivo di mantenere l'aumento la temperatura media mondiale molto al di sotto dei due gradi dei livelli pre-industriali e i Paesi si apprestano a compiere tutti gli sforzi necessari affinché l'aumento non oltrepassi 1,5 gradi, evitando così l'impatto più catastrofico dei cambiamenti climatici", ha detto il segretario generale dell'Onu Ban Ki Moon




D'accordo anche India, Cina e Arabia Saudita - Le temperature globali hanno già subito un rialzo di circa 1 grado rispetto ai livelli pre-industriali; se quest'aumento raddoppiasse, come più volte hanno avvertito gli scienziati, i rischi per il clima sarebbero enormi. Isole come le Marshall, ad esempio, rischierebbero di venire sommerse dall'innalzamento dei livelli del mare e, per questo, alla Cop21 di Parigi hanno spinto per il contenimento entro 1,5 gradi, trovando il sostegno di più di 100 Paesi, tra cui la Ue e soprattutto degli Usa. Soddisfazione è arrivata alla fine anche dai paesi più critici, India, Cina e Arabia Saudita, che prima della votazione finale si sono detti "felici" della bozza di accordo.

Si punta al superamento del picco di emissioni
- Altro punto chiave del negoziato, intrinsecamente connesso col precedente, è stato il taglio delle emissioni inquinanti. I Paesi più a rischio climatico e molte ong avevano chiesto a gran voce un impegno chiaro e concreto mentre i cosiddetti giganti emergenti - India e Cina in primis - premevano per posticipare o sfumare qualsiasi obbligo, rivendicando il diritto a bruciare carbone e a crescere economicamente. La questione, sul tavolo dei negoziati, è divenuta anche lessicale e giovedì sera nel testo era presente la dizione "neutralità di CO2". Nel testo finale si legge che, per ridurre la temperatura "ben al di sotto dei 2 gradi", "le parti puntano a raggiungere il picco globale delle emissioni di gas serra il prima possibile, riconoscendo che i Paesi in via di sviluppo impiegheranno più tempo per tale picco, e a intraprendere successivamente rapide riduzioni in base alla miglior scienza disponibile, in modo da raggiungere un equilibrio tra le emissioni antropogeniche dalle fonti e la rimozione dei gas serra tramite pozzi nella seconda metà di questo secolo, sulla base dell'equità e nel contesto dello sviluppo sostenibile e degli sforzi per sradicare la povertà". Una formula apparentemente complessa che, tuttavia, gli addetti ai lavori interpretano come fissante l'obiettivo 'net-zero emissions' o neutralità carbone.

Restano però aperte le questioni finanziarie - Quanto all'impegno finanziario, chiave di volta per il successo di Cop21 e una delle cause del fallimento della conferenza di Copenhagen nel 2009, è stato naturalmente al centro delle trattative e delle 'limature'. Anche perché i repubblicani Usa avevano già fatto sapere che avrebbero dato battaglia per impedire che i miliardi dei contribuenti americani andassero al Fondo verde per il clima. L'impegno era stato appunto già preso a Copenhagen: 100 miliardi di dollari all'anno entro il 2020 per aiutare i Paesi in via di sviluppo. Alla fine il punto è stato inserito nelle decisioni non vincolanti che accompagnano il testo dell'accordo; qui si dice che prima del 2025 la conferenza fisserà "un nuovo obiettivo di raccolta da una base di 100 miliardi all'anno". Nell'articolo 9 del testo vincolante, invece, ci si limita a statuire che "i Paesi sviluppati forniranno risorse finanziarie per assistere quelli in via di sviluppo", senza alcun riferimento a cifre né date.

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