L'inquinamento? Si può combattere con i batteri "mangia-plastica"

Inquinamento marino generato dalla plastica nei pressi di Lima, in Perù (Getty Images)
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Si chiamano Ideonella sakaiensis 201-F6 e grazie a due enzimi sono in grado di scomporre il Pet (Polyethylene terephthalate), polimero impiegato soprattutto nella produzione delle bottiglie

Ogni anno 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare (come si evince dai dati della Fondazione Ellen MacArthur). Tuttavia, la soluzione al problema dell'eccessiva presenza di questi materiali nelle acque del pianeta potrebbe arrivare proprio dalla natura. Secondo una ricerca condotta da Shosuke Yoshida del Kyoto Institute of technology e pubblicata su "Science", il batterio Ideonella sakaiensis 201-F6 sarebbe in grado di scomporre il Pet (Polyethylene terephthalate), polimero utilizzato soprattutto per rendere più resistenti le bottiglie in plastica. Infatti, nonostante l'industria del riciclo italiana funzioni e faccia risparmiare al Paese 6,5 miliardi di euro, sembra che contro la plastica ci sia ancora molto lavoro da fare, soprattutto per preservare l'ecosistema marino e la salute dell'uomo dai danni provocati da questo materiale.

 

 

La ricerca

Secondo quanto riportato nello studio pubblicato su "Science" nel marzo del 2016, il batterio "mangia plastica" Ideonella sakaiensis 201-F6, grazie all'azione di due enzimi, è in grado di scomporre il Pet. I ricercatori hanno raccolto 250 campioni di detriti di Pet, presenti nel suolo, nei sedimenti e nelle acque di scarico, cercando dei possibili batteri in grado di decomporli. L'Ideonella sakaiensis 201-F6 usa il Pet come principale fonte di energia e carbonio e gli scienziati hanno osservato che il batterio è in grado di "mangiare" completamente una sottile pellicola di Pet in 6 settimane, con una temperatura esterna di 30°.

 

 

 

L'azione degli enzimi

Gli enzimi vengono prodotti dal batterio quando è a contatto col Pet. Queste sostanze, passando dai batteri al materiale, scompongono la plastica in una reazione chimica immediata. L'enzima ISF6_4831, rinominato "Petase", agisce con l'acqua per disintegrare il Pet in sostanze "intermedie", che vengono poi ulteriormente scomposte dall'altro enzima, ISF6_0224 (chiamato Mhet idrolase). Quest'ultimo è responsabile della rottura delle catene di Pet in molecole più piccole e "innocue", l'acido tereftalico e il glicole etilenico.

 

 

 

Impieghi futuri

Gli autori dello studio hanno annunciato che continueranno a lavorare sulla ricerca, per capire se è possibile utilizzare il batterio per isolare l'acido tereftalico e riutilizzarlo per la produzione di nuova plastica. Questa procedura renderebbe possibile creare una materia prima “seconda” senza usare petrolio. La scoperta potrebbe rappresentare una via sostenibile al potenziamento dello smaltimento della plastica e alla bonifica degli ecosistemi, soprattutto marini. Uno studio del Finnish Environment Insitute ha svelato che la plastica che inquina gli oceani costituisce una grave minaccia per la fauna e flora marine: la microplastica (particelle micrometriche di materiale) viene facilmente ingerita dal plancton e si diffonde poi al resto dell'ecosistema. Inoltre, l'odore della plastica in mare trae in inganno anche gli animali, che la ingeriscono, credendo si tratti di cibo. Il problema affligge anche i mari italiani: come ha evidenziato il rapporto Marine litter 2015, pubblicato da Legambiente, il 95% dei 2597 rifiuti galleggianti in 120 chilometri quadrati di mare, è fatto di plastica. Al primo posto ci sono fogli e buste, letteralmente letali per la fauna. Il mare più inquinato è l'Adriatico, seguito dal Tirreno e dallo Ionio. Anche se il riciclo in Italia fa segnare cifre incoraggianti (solo nel 2016 sono stati raccolti 900.000 imballaggi in plastica, avviati al riciclo - dati: Corepla), non è ancora sufficiente per arginare il problema dello smaltimento degli scarti in plastica. L'utilizzo di plastiche compatibili con questi batteri degradabili potrebbe così affiancarsi agli sforzi per contenere i pericoli ambientali derivanti dall'accumulo e abbandono di questi rifiuti.

 

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