Videogiochi, eSport e patologia

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Il Cio valuta se inserire tra le discipline olimpiche gli eSport, mentre l’Oms introduce il “gaming disorder” tra le patologie mentali. Da che parte stare? Di sicuro non stare a guardare…

Mentre il Cio, il Comitato Olimpico Internazionale, annuncia che il 21 luglio si riunirà a Losanna per discutere dell’effettiva inclusione degli eSport tra le discipline olimpiche, alcuni giorni fa l’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha incluso la dipendenza da videogiochi tra le patologie mentali. Due notizie di segno opposto che fanno riflettere.

Partiamo dall’allarme dell’Oms, che ha definito come gaming disorder “una serie di comportamenti persistenti o ricorrenti che prendono il sopravvento sugli altri interessi della vita”. È ragionevole pensare che sia l’eccesso a definire come patologia un’abitudine. Se uno mangia un uovo, ad esempio, godrà probabilmente di una buona carica di energia per il proprio corpo, mentre se divora una decina di uova, nella migliore delle ipotesi, avrà un brutto mal di pancia.

Analogamente, è difficile considerare salutare come una corsa in un parco passare 8/10 ore al giorno davanti ad uno schermo con un joypad tra le mani (a meno che non si sia un cyber atleta, ma in Italia lo status è ancora lontano dall’essere riconosciuto e, soprattutto, ben retribuito).

Come in ogni cosa umana, la complessità è l’aspetto da tenere sempre in considerazione per non arrivare a conclusioni tanto facili quanto erronee. Personalmente ho sempre giocato (e continuo a giocare) con soddisfazione ai videogiochi senza restarne succube, ma non credo nemmeno che spadroneggiare a Fifa tra i miei amici faccia di me un atleta di livello nazionale. Restare a guardare per ore chi gioca al posto tuo, poi, mi ricorda i tempi delle sale giochi, quando i più bravi (o i più carichi di monete) tenevano occupato per ore l’oggetto del mio desiderio. E come dice Pelè a Michael Caine in Fuga per la vittoria “Io voglio giocare, Colby”. Mica stare in panchina a guardare…

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