Gomorra 3, Arturo Muselli racconta Enzo. L’intervista

Foto di Gianni Fiorito

Nella terza stagione di Gomorra - La Serie, Sangue Blu è il nuovo che avanza. Nipote
di uno dei boss fondatori del Sistema sogna di tornare agli antichi fasti, ed è disposto a tutto per riavere ciò che gli è stato rubato. In attesa dell'ultimo appuntamento con Gomorra 3 (gli episodi 11 e 12 andranno in onda venerdì 22 dicembre alle 21.15), abbiamo intervistato Arturo Muselli , l’attore napoletano che veste i panni di Enzo. Continua a leggere e scopri di più

Nel quartiere di Forcella a Napoli lo chiamano tutti Sangue Blu, noi lo abbiamo visto per la prima volta in Bulgaria, quando nella terza puntata della terza stagione della serie incontra Ciro di Marzio. Lo abbiamo visto evolvere, perdere l’innocenza di quel suo sorriso aperto, lo abbiamo visto piangere e uccidere. Episodio dopo episodio, abbiamo imparato a conoscerlo, non sappiamo però dove la sua sete di vendetta e le sue mire espansionistiche lo condurranno. Impossibile decifrare il suo sguardo glaciale, altrettanto placare la sua irrequietezza: “Noi siamo figli di un fantasma e i fantasmi non trovano pace”.


Per interpretare questo nuovo personaggio di Gomorra 3, il poliedrico attore napoletano Arturo Muselli ha lavorato su vari livelli, e quando parla del “suo” Enzo è difficile per lui non citare Shakespeare e quegli archetipi universali che nel corso del tempo restano sempre gli stessi. Come si è preparato per il ruolo, cosa pensa delle donne di Gomorra, qual è stata la scena più impegnativa sul set, e quali i suoi progetti futuri, ce lo racconta in questa intervista.


Come ha reagito quando ha saputo che sarebbe entrato nel cast di Gomorra 3?
Purtroppo la gioia me l’hanno fatta un po’ incassare, sono stato scelto a luglio ma ho dovuto aspettare la conferma definitiva a metà settembre, è stata una lunga vacanza di attesa, una sofferenza continua. Quando ho firmato avevo già in parte gioito e non ho potuto urlare né fare nulla.
Come sono andati i provini?
Impegnativi, ero contento di andare avanti, ogni volta cercavo di prepararmi sempre meglio, man mano però cresceva anche l’ansia e la preoccupazione di essere scartato. Eravamo rimasti in due per il ruolo di Enzo e in due per il ruolo di Valerio, abbiamo fatto degli scambi di coppia, incrociandoci. I provini duravano anche quattro ore, l’ansia era eccessiva.
Come è stato lavorare al fianco di Marco D’Amore?
Quando ho letto la sceneggiatura e ho visto che i nostri ruoli erano legati ero contento all’’idea di poter lavorare con lui. Lo ammiro moltissimo, mi aspettavo tanto ed è andata ancora meglio.
Cosa dire dei personaggi femminili di Gomorra?
Sono strepitosi, diversi tra loro, pensiamo a Patrizia, Scianel e Donna Imma (uno dei caratteri che ho amato di più delle passate stagioni), tutte donne di potere ma completamente distinte, uniche in tutto e per tutto. Di una forza enorme, sia come attrici che come persone, bisogna stare attenti alle donne di Gomorra.
Che dire di Carmela, sua sorella sul set.
Lei è l’altra faccia della medaglia di Enzo, sono cresciuti insieme, è un po’ più grande di Enzo, insieme hanno vissuto l’assenza dei genitori, l’assenza di denaro, l’eredità sottratta. Hanno due obiettivi completamente diversi, Enzo ha un desiderio di vendetta, lei ha un figlio e vuole tenerlo lontano dalla strada. 
Come si è preparato a vestire i panni di Sangue Blu?
Ho lavorato a Enzo su vari livelli, prima c’è un approccio tecnico, fisico, legato al corpo: come cammina, come si può muovere, come osserva, come guarda, come agisce, come scatta e qui c’era il riferimento al gatto, al felino. Poi c’è un livello legato agli archetipi che questo personaggio può rappresentare. E quando si parla di archetipi si parla anche di Shakespeare.
Ci spieghi meglio.
Enzo è un personaggio che vuole riconquistare quello che la sua famiglia ha posseduto e che gli è stato sottratto, e tutto questo in qualche modo ritorna anche in Shakespeare, c’è la vendetta, la fierezza, tutti elementi universali che hanno consentito di vendere la serie in 190 paesi nel mondo. Gomorra è riuscita a uscire dall’Italia proprio perché riesce a raccontare attraverso archetipi antichi che sono gli stessi da sempre.
Nella scena in cui uccide per la prima volta sembra in difficoltà, ci racconti cosa cambia dopo questo passaggio.
Quella è una scena durissima a cui ci siamo preparati molto bene. Segna il tempo della maturazione, il tempo in cui Enzo inizia a perdere quel sorriso, non ci dobbiamo dimenticare che è un ragazzotto, un giovane che non fa parte ancora di un sistema, lo sta creando lui, lo sta ricostruendo lui, ma non è ancora dentro e lavora per qualcun altro. Questo lo porta a un certo punto a dover fare un salto che gli farà calare un po’ il velo.
Anche in quella scena Enzo sembra mostrarsi più “umano” rispetto ad altri personaggi.
Enzo è un giovane rabbioso che farebbe di tutto per ritornare ai fasti del nonno, uccidere una persona che non ha fatto niente e che non c’entra niente con il suo percorso di ricostruzione equivale a scalfire un po’ quella sua corazza fatta di vendetta e rabbia, questo tende a creargli uno squilibrio, e quindi uccidere una persona che lui non conosce è qualcosa che lo oltrepassa.
Ci racconti del suo rapporto con Ciro, di quel suo sguardo devoto.
In realtà esiste una doppia ammirazione Enzo –Ciro, Arturo – Marco. Sul set, tutto nasce in Bulgaria, Enzo riesce a entrare in quel codice e nel momento in cui dice una cosa vera che il nonno avrebbe fatto, in qualche modo conquista Ciro. Capisce che può essere un tramite per tornare a essere quello che era stato il nonno, ottenendo ciò che ha sempre desiderato. Sangue Blu guarda l’Immortale con ammirazione perché sa che da lui può imparare tutto quello che c’è da imparare del sistema.
Non si capisce se lei sia una pedina di Ciro o miri a prendere il controllo.
Enzo sente amore verso il suo passato, la fidanzata, la sorella, il nipote, i suoi fratelli di strada, ma nasce anche un altro amore, quello per Ciro, che è molto forte. Ha un grande rispetto nei suoi confronti e di questo rapporto, tant’è che lo considera un altro fratello, anche per una questione familiare: l’Immortale è vissuto senza genitori, Enzo è cresciuto orfano con la sorella. E’ questa comunanza a veicolarlo verso Ciro. Senza spoilerare, ci sono delle differenze tra loro, e scopriremo presto cosa succederà.
La scena più impegnativa?
In Gomorra, tutte le scene, anche le più semplici diventano complicate perché estremamente piene di senso. Quella più impegnativa fisicamente l’abbiamo girata in Bulgaria, faceva un freddo cane e io non riuscivo ad aprire il bagagliaio della macchina: non si muovevano le dita, ho dovuto riscaldare la mano perché non si articolava. Ricordo una lunga nottata gelida fino alle sei del mattino e io ero vestito leggerino. Dal punto di vista emozionale invece c’è la scena del primo omicidio, quella relativa alla perdita di Carmela e quella finale, che è stata devastante. Lo sarà anche rivederla.
Che effetto fa rivedersi in tv?
Continuo sempre a giudicarmi, sono molto autocritico. Rispetto a quando ero solo un fan della serie cambia tutto, adesso ricordo cosa c’è dietro le scene, come le ho vissute. Tornano tutte le emozioni provate durante il mio viaggio in questi mesi di Gomorra.
Ha sempre avuto chiaro che nella vita avrebbe fatto l’attore?
Quando ho cominciato a studiare teatro non mi sono mai detto “proviamo” o “vediamo se mi piace“: ho sempre pensato che sarebbe stata quella la mia vocazione. Ho fatto l’università con la consapevolezza che dopo avrei continuato per quella strada. Il problema è che poi ci si mette la vita, a volte ti scaraventa a terra e tu ti devi rialzare, a volte hai paura di farlo, perché hai paura di cadere un’altra volta.
E quindi?
Quindi provi a smettere, però poi c’è una necessità che ti porta avanti e quando stai senza fare il tuo lavoro ci sono una serie di energie, di desideri, di processi creativi che ti portano avanti, si sviluppano dentro e non riesci a zittirli, sei costretto a farlo per necessità. Allora ti rimetti in gioco, per questo sono partito per Londra, per dare una mossa a una serie di energie che si erano bloccate.
Lei ha portato nelle scuole spettacoli in lingua inglese.
Quando ero alle medie, andavo a vedere gli spettacoli in lingua inglese, mi divertivo sempre tanto, l’inglese era una lingua a me congeniale, ho cominciato a studiarla all’asilo. Ho sempre sentito un senso di appartenenza a questa lingua, a volte riconosci qualcosa che ti appartiene nel momento in cui la incontri, pensi che sia radicata dentro di te, quando mi è capitato di fare gli spettacoli nelle scuole, ricordo un momento in cui mi trovavo dietro le quinte e mentre sentivo i miei compagni in scena ascoltavo le reazioni degli studenti: in quel momento ho realizzato che in qualche modo il desiderio che avevo quando ero alle medie si stava realizzando. Mi dicevo “sono nel posto giusto, adesso”.
Ci racconti della sua esperienza come educatore teatrale nel carcere minorile di Nisida.
Lavoravo con la regista, le facevo da assistente, ero un volontario. E’ stata un’esperienza umana molto forte e al contempo spiazzante, vivere con quei ragazzi che erano circa coetanei (avevo 19 anni) ti fa pensare a tante cose. Alcuni di loro avevano delle capacità enormi, arrivavano a fare cose su cui tu avevi lavorato per anni, e loro ci arrivano senza fatica. E’ stata molto dura, c’era un legame molto forte, lavoravamo senza sapere i motivi della carcerazione: non volevamo avere giudizi ed essere influenzati da questi, anche se poi capitava che fossero i ragazzi stessi a raccontare le loro cose, quando si fidavano di te si aprivano. A un certo punto mi sono staccato e non mi sono sentito di ripetere l’esperienza.
Nei suoi progetti futuri?
C’è la mia compagnia teatrale con cui facciamo Shakespeare in inglese che continuerà ad andare avanti in seguito alla morte della nostra regista Ludovica Rambelli. Non vogliamo fermarci ma portare avanti questa eredità. Poi c’è un altro gruppo con cui fare altri lavori, e sto pensando a una regia sempre teatrale, su Harold Pinter. La regia mi piace, è qualcosa che sto vivendo passo dopo passo, voglio che venga fuori senza forzare, come necessità e non come un “devo fare”. Per il cinema e la televisione, vediamo cosa succederà dopo Gomorra.