Chernobyl, la recensione della quinta e ultima puntata

Si chiude il sipario su una delle peggiori catastrofi della Storia. Ecco la recensione del quinto e ultimo episodio di Chernobyl.

Chernobyl, scopri tutto sulla serie

Chernobyl, episodio 5: la trama

Il prologo del quinto e ultimo episodio di Chernobyl è ambientato nel passato rispetto al tempo della narrazione nella serie, precisamente il 25 aprile del 1986, ancora più precisamente a 12 ore dall'eplosione. Il quadro è quasi idilliaco: in una Pryp"jat' piena di vita e baciata dal sole, vediamo alcuni lavoratori della centrale, tra cui Sitnikov e Yuvchenko, insieme alle loro famiglie. Ma vediamo anche Vasily e Lyudmilla, lei che lo osserva con gli occhi pieni d'amore da dentro un negozio di cucito mentre lui prende in braccio il bimbo di pochi mesi degli amici, ignaro del fatto che la moglie è incinta.

E poi c'è lui, il sempre accigliato Dyatlov, che si dirige in gran fretta al lavoro. Nell'ufficio personale di Bryukhanov ad attenderlo c'è Fomin, che gli dice che, se finalmente riusciranno a portare a termine questo maledetto test di sicurezza che stanno tentando di eseguire da ormai tre anni, quasi sicuramente Bryukhanov verrà promosso e andrà a Mosca, dunque lui prenderà il suo posto come direttore operativo. Pertanto, si liberà un altro posto, quello di ingegnere capo. Posto per il quale Dyatlov chiede di essere considerato.

E' tutto pronto per il test - il reattore numero 4 sta viaggiando da un po' a potenza dimezzata, 1600 megawatt, informa Fomin -, ma Bruykhanov lo ferma subito: dovranno aspettare. La fine del mese è vicina, bisogna raggiungere le quote di produzione, dunque c'è bisogno di elettricità. Poco male: aspetteranno 10 ore, e poi procederanno. Nessun problema di stabilità, assicura Dyatlov, che supervisionerà personalmente.

Marzo 1987. Su una berlina, Legasov riceve da Charkov istruzioni ben precise: al processo dovrà limitarsi a sciorinare quanto sciorinato a Vienna - incontro che, peraltro, è andato molto bene e che ha convinto la comunità scientifica internazionale - e a dare la colpa, tutta la colpa, agli indagati. Se al processo il professore si atterrà a quello, in premio riceverà un'onoreficienza prestigiosa: il riconoscimento di Eroe dell'Unione Sovietica. E la promozione a direttore dell'Istituto Kurchatov. Valery, però, non è soddisfatto: sono passati mesi da Vienna, ma i reattori non sono ancora stati sistemati. "Prima il processo, e poi avremo i nostri colpevoli, i nostri eroi, e la nostra verità." è la risposta secca del capo del KGB.

Tornato a casa, nel suo triste appartamento di Mosca, Legasov si passa una mano tra i capelli, che stanno iniziando a cadergli a ciocche. Gli effetti del suo eroismo iniziano a farsi sentire. Qualcuno bussa alla porta: è Ulana. La sua posizione è netta: il mondo ha bisogno di sapere la verità, costi quel che costi. E poi, solo sbattendo in faccia a tutti la verità lo Stato sarà costretto a sistemare quei maledetti reattori. Al processo saranno presenti degli scienziati scelti dal Comitato Centrale: è su di loro che bisognerà fare presa. Valery però la blocca: non vuole fare la fine di Volkov, allontanato dall'Istituto ed emarginato dalla comunità scientifica. Il professore ha paura, ma Ulana continua: lei, proprio come lui gli aveva chiesto, ha scoperto cos'è successo, e ora tocca a lui dirlo a tutti.

Černobyl', luglio 1987. Il processo ha inizio. Il sostituto procuratore è Andrei Stepashin, il giudice è l'onorevole Milan Kadnikov, gli imputati sono Dyatlov, Bryukhanov e Fomin. Il primo testimone è Boris Shcherbina, che, grazie all'aiuto di un modellino dell'edificio in cui era installato il reattore numero 4, spiega a grandi linee il funzionamento della centrale e in cosa avrebbe dovuto consistere il famigerato test di sicurezza. Test che Bryukhanov tentò di fare per ben tre volte prima dell'esplosione. Test che fallì o dovette essere interrotto. Piccolo dettaglio: quel test avrebbe dovuto essere stato effettuato prima della messa in stato di operatività della centrale, ma, per non fare brutta figura e per prendersi una pioggia di complimenti e riconoscimenti, l'ex direttore operativo fece di tutto per mettere in funzione l'impianto prima della fine dell'anno. Senza fare il test, per l'appunto.

E' poi la volta di Ulana, che, senza mezzi termini, sostiene che "Un management competente, date le condizioni, avrebbe insistito per cancellare il test, ma questi tre uomini diedero il permesso di procedere." Severa ma giusta. Il ritardo di 10 ore causò dei problemi sia di ordine scientifico, sia di ordine umano. La compagna Khomyuk parte da questa seconda tipologia, e intanto, in flashback, vediamo arrivare alla centrale gli operatori del turno di notte, tra cui il giovane Toptunov, un venticinquenne che lavora alla centrale da soli 4 mesi. Raggiunta la sala di comando, Leonid viene informato da Sasha (Akimov) che quella notte effettueranno un test. Un test di cui lui non sa niente, al punto da ritrovarsi a leggere il manuale di istruzioni (!!). Manuale che però non è molto chiaro, ma dopo una telefonata (a chi non è ben chiaro), sembra tutto a posto: basta seguire le istruzioni cancellate.

L'arrivo di Dyatlov mette tutti sull'attenti, ma Akimov è sicuro: sanno quello che stanno facendo. Kirchenbaum, che è meno sicuro del collega, in tutta risposta si becca un'urlataccia dal vice ingegnere capo, intenzionato a procedere a tutti i costi. Mentre Toptunov comincia manualmente e lentamente a scendere verso i 700 megawatt, la voce di Ulana ci dice: "Pensate a Yuri Gagarin. Immaginate che non gli fosse stato detto niente della missione che stava per andare a compiere fino al momento in cui si ritrovò sulla rampa di lancio. Immaginate che l'unica cosa in suo possesso fosse una lista di istruzioni mai vista prima e che su alcune di queste istruzioni ci fosse una riga. Questo è esattamente ciò che stava succedendo quella notte nella sala di comando numero 4."

Questo però è "solo" l'errore umano. Nel nucleo, ormai da svariate ore, si sta formando qualcosa di molto pericoloso, un veleno che andrà a destabilizzare in maniera critica il reattore. A questo punto la palla passa a Legasov, che, con l'aiuto di alcuni supporti colorati, spiega in maniera semplificata e comprensibile (quasi) a tutti come mai il reattore numero 4 si ritrovò nella gravissima situazione di instabilità che, alla fine, portò all'esplosione. Dal combustile, l'uranio, alle barre di controllo in boro, passando per l'ingresso dell'acqua nel reattore, per il coefficiente di vuoto positivo, per il coefficiente di temperatura negativo, fino alla formazione di xeno. "Una danza invisibile che dà energia a intere città senza fumo o fiamme. Una cosa bellissima. Quando le cose sono nella norma." dice bene il professore. 

In brevissimo, lo xeno viene distrutto dall'aumento della temperatura, dunque dal normale ciclo di funzionamento di un reattore, ciclo che, per l'appunto, dev'essere mantenuto in equilibrio dagli operatori. Ma il funzionamento del reattore a una potenza dimezzata per tutte quelle ore impedì la distruzione dello xeno, cosa che inevitabilmente ruppe il delicato equilibrio. A questo punto, il disastro poteva ancora essere evitato...se solo gli operatori in questione, Akimov e Toptunov, e il vice ingegnere capo avessero avuto, oltre alle conoscenze di base di chimica nucleare necessarie per ricoprire quelle posizioni, anche un'informazione volutamente insabbiata dal KGB. Mentre Legasov arriva al momento in cui Dyatlov, dopo aver sparato una serie di minacce, abbaia a Toptunov di rialzare la potenza dopo un improvviso crollo, il vice ingegnere capo nel presente narrativo si alza in piedi e comincia a urlare: "Io non ero neanche lì, ero in bagno!" 

Ma sappiamo bene che non è andata così, e lo sappiamo dalle testimonianze raccolte da Ulana: lui c'era. Mentre Stepashin rimette al suo posto il compagno Anatoly, Shcherbina ha un attacco di tosse, e a quel punto il giudice ordina una pausa di mezz'ora. Fuori, su una panchina, Boris mostra a Valery il fazzoletto insanguinato. Il dottore gli ha dato un anno di tempo. Il compagno Shcherbina racconta al compagno Legasov, all'amico, che quel giorno, quando venne messo a capo della commissione, non si preoccupò più di tanto perché, alla fine, il compito di supervisionare la situazione era stato affidato a lui, a un uomo "unconsequential", non importante.

Boris sente di aver sprecato la sua vita senza aver mai fatto nulla di importante, ma Valery gli dice con convinzione che non è vero: scienziati come lui ce ne sono a bizzeffe, ma uomini come lui, un uomo che è riuscito a fargli avere tutto quanto necessario - soldati, mezzi, rover lunari addirittura - ce n'è uno solo. "Sentivano quello che dicevo io, ma ascoltavano te. Di tutti i ministri, i vice, di tutti gli stupidi obbedienti che potevano mandare...per sbaglio hanno mandato l'unico uomo perbene. Perdio Boris, tu sei stato quello più importante di tutti." confessa Legasov.

Tornati in aula, la testimonianza del professore procede. Con un reattore che sta "annegando nel veleno", l'unica cosa da fare è rialzare molto lentamente la temperatura, ma Dyatlov mette fretta agli operatori, che estraggono quasi tutte le barre di controllo. Eppure siamo sempre a poco più di 200 megawatt. Nonostante ne servano almeno 700 per il test, Dyatlov ordina di iniziare lo stesso. L'arrivo dell'acqua è la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso. All'1.22.30 di notte, il computer centrale suggerisce di spegnere il reattore, ma Dyatlov ordina di andare avanti. Il test ha inizio. L'equilibrio perduto è ormai impossibile da recuperare.

All'improvviso la temperatura inizia a salire, e la potenza schizza fuori controllo. Akimov, giustamente preoccupato, per evitare il peggio decide di schiacciare il fatidico bottone AZ-5 per "spegnere" il reattore. Ma cosa fa il bottone AZ-5? Fa scendere tutte insieme le barre di controllo, cosa che, in teoria, dovrebbe interrompere qualsiasi reazione. Decisione sensata...se non fosse per un "piccolo" particolare tenuto nascosto a tutti dal KGB: la punta in grafite delle barre di controllo.

Valery ha un attimo di esitazione, si ferma prima di rivelare il difetto delle barre di controllo, così il giudice, per zittire Dyatlov, decide di chiudere la seduta. Boris però non ci sta. "Fatelo finire! Fatelo finire." chiede, e a Legasov viene così concesso di andare avanti. Finalmente, viene fuori la verità. Alla domanda del giudice, che chiede per quale motivo le barre vennero realizzate con la punta in grafite, il professore risponde così: "Perché? Per lo stesso motivo per cui i nostri reattori non hanno edifici di contenimento attorno, come quelli a Ovest. Per lo stesso motivo per cui non utilizziamo combustibile propriamente arricchito nei nostri nuclei. Per lo stesso motivo per cui siamo l'unica nazione che costruisce reattori moderati a grafite e raffredati ad acqua con un coefficiente di vuoto positivo. Perché costa di meno."

La testimonianza di Legasov fa sussultare il sostituto procuratore, ma anche gli scienziati presenti in aula. Il racconto del professore è quasi finito: il reattore numero 4 della centrale di Černobyl' ormai è una bomba atomica, e fa l'unica cosa che fanno le bombe: esplode. "A Vienna ho mentito al mondo intero. Io e altri. Abbiamo seguito gli ordini del KGB e del Comitato Centrale. In questo momento ci sono 16 reattori ancora attivi sul territorio sovietico, e hanno tutti lo stesso difetto. [...] Siamo su un terreno pericoloso a causa delle nostre bugie. Che, in fondo, sono la cosa che ci definsice. Quando la verità ci offende, mentiamo e mentiamo finché non siamo neanche in grado di ricordarci che è lì. Ma la verità c'è, è ancora lì. Ogni bugia che diciamo aumenta il debito che abbiamo nei confronti della verità. Prima o poi quel debito si paga. Ecco come esplode un reattore RBMK. A causa delle bugie." è la chiusa della testimonianza del professore.

La confessione di Legasov costringerà l'URSS ad aprire gli occhi, ma avrà un prezzo altissimo. Da solo, rinchiuso in una stanzetta, il professore viene raggiunto dal compagno Charkov, che, senza girarci troppo attorno, gli dice che per lui ha previsto qualcosa di peggio di una pallottola nel cranio: l'oblivio. Prima, però, Charkov ricorda impietosamente al compagno Valery che anche lui è ben lontano dall'essere un santo, e che anche lui è, in fondo, uno di loro. Ad ogni modo, da lì in avanti Legasov non potrà più fare danni. Ufficialmente, lo avvisa Charkov, la sua testimonianza non sarà accettata, e di sicuro non sarà riportata da nessun giornale. La sua testimonianza non c'è mai stata, quantomeno quella parte finale. Potrà mantenere il suo titolo e il suo ufficio, ma, di fatto, non conterà niente. Uomini meno dotati di lui raccoglieranno i meriti dei suoi studi e dei suoi sforzi. Non avrà più un incarico, non avrà più un lavoro, non avrà più amici. Non parlerà più con nessuno, e nessuno comunque starà più ad ascoltarlo.

Ma Charkov non ha ancora finito, vuole sapere che ruolo hanno avuto Shcherbina e Khomyuk in tutto questo. Nessuno, non sapevano niente, risponde senza esitazione Legasov. Il capo del KGB è stupito: dopo quanto successo oggi, trova bizzarro che il professore abbia scelto proprio questo momento per cominciare a mentire. La risposta di Legasov è quella di un uomo che ormai non ha veramente più niente da perdere: "Solo qualcuno con una grande esperienza in materia saprebbe riconoscere una bugia." Ad ogni modo, Valery non li rivedrà mai più, e mai più parlerà con loro. Peggio ancora: non parlerà proprio più con nessuno di quanto successo a Černobyl'. Diventerà così "immateriale" che, quando morirà, il mondo intero si chiederà se sia mai veramente esistito. "E se dovessi rifiutarmi?" chiede infine Legasov. La risposta di Charkov la dice lunga sull'aria che si respirava all'epoca: "Perché preoccuparsi per qualcosa che non accadrà mai?" Il professore sorride amaramente: è una frase perfetta, così perfetta che andrebbe impressa sulle banconote.

Finalmente fuori, Valery viene fatto salire su una berlina. Poco lontano da lì, Boris e Ulana lo guardano per un'ultima volta. E lo ringraziano con gli occhi. Perché, a dispetto di quanto detto dal compagno Charkov, Legasov è stato coraggioso. E' stato un eroe.

"Essere uno scienziato significa essere un ingenuo. Siamo così concentrati nella nostra ricerca della verità che non ci rendiamo conto che in realtà sono pochissimi quelli che vogliono veramente che la troviamo. Ma la verità è sempre lì, che la si veda oppure no, che la si voglia vedere oppure no. Alla verità non interessano i nostri bisogni o i nostri desideri, non interessano i nostri governi, le nostre ideologie, le nostre religioni. Starà lì e attenderà per tutto il tempo. E questo, alla fin fine, è il dono che ci ha fatto Černobyl'. Se una volta avevo paura del costo della verità, ora mi chiedo solamente: qual è il costo delle menzogne?" 

 

Chernobyl, episodio 5: la recensione

Il quinto e ultimo episodio di Chernobyl è quasi interamente dedicato al processo che si tenne nel 1987. Al banco degli imputati troviamo i compagni Dyatlov, Bryukhanov e Fomin. Tra i testimoni i compagni Shcherbina, Legasov e Khomyuk. E' bene precisare, però, che Chernobyl, la serie, non mette in scena il processo come si svolse realmente, bensì fa una ricostruzione in parte fedele e in parte completamente inventata di cosa successe in quell'occasione. Se Khomyuk non è un personaggio realmente esistito, dunque è ovvio che non testimoniò, c'è però anche da dire che Legasov non partecipò - il suo coinvolgimento diretto finì infatti col suo viaggio a Vienna - e che, di conseguenza, Shcherbina non pronunciò mai le fatidiche parole "Let him finish! Let him finish." (Fatelo finire!).

A portare avanti le accuse fu infatti il sostituto procuratore Andrei Stepashin (interpretato da colui che, per i fan di Game of Thrones, sarà sempre e per sempre Roose Bolton, Michael McElhatton), ma qui non siamo nel mondo reale, e i personaggi avevano bisogno di una risoluzione adeguata, di una chiusura adeguata. Con buona pace di chi urlerà per la non completa aderenza ai fatti.

Detto questo, c'è poco da aggiungere su quest'ultimo segmento narrativo di Chernobyl, un finale che mantiene l'altissimo livello visto finora e che ci permette di ammirare un'ultima volta in azione sia il cast sia i loro personaggi, soprattutto quegli eroi che riuscirono a evitare una vera e propria catastrofe e che contribuirono alla scoperta della verità. In fondo, se oggi siamo qui ad apprezzare questa pregevole produzione SKY + HBO è anche un po' grazie a loro. Chissà come sarebbe oggi l'Europa se Legasov, Shcherbina e molti altri non si fossero sacrificati anche per noi. Chissà se eisterebbe ancora l'Europa.

Chiuso il sipario sul processo, gli ultimi minuti sono dedicati a ciò che successe ai protagonisti reali di questo disastro. Tanti - tra cui Legasov, Shcherbina, Dyatlov, molti scienziati che lavorarono con Legasov, buona parte degli uomini che si occuparono della "ripulitura" della zona di alienazione, e tutte le persone presenti sul "ponte della morte" quella maledetta notte - sono morti, altri - tra cui Bryukhanov, Fomin, Lyudmilla Ignatenko, il Generale Tarakanov - sono ancora vivi. Di sicuro, a vivere per sempre sarà il ricordo di questa tragedia, e l'altissimo costo umano di questo disastro. A oggi, un numero preciso non c'è, si va dalle 4.000 alle 93.000 vittime. In compenso, per l'ex Unione Sovietica una certezza c'è: 31 morti. Un numero rimasto invariato dal 1987.