Chernobyl: la recensione della quarta puntata

Finalmente la verità viene a galla. Intanto, i Liquidatori entrano in azione. Ecco la recensione del quarto episodio di Chernobyl. Il gran finale andrà in onda lunedì 8 luglio alle 21.15.

Chernobyl, scopri tutto sulla serie

Chernobyl, episodio 4: la trama

Il problema Masha

Il quarto episodio di Chernobyl è dedicato quasi interamente alla fase della ripulitura dell'area tristemente nota da quel momento col nome di "zona di alienazione", 30 chilometri di raggio dal punto dell'esplosione, per un numero di ettari a dir poco impressionante. Prima di passare alla bonifica, però, fu necessario evacuare completamente l'area, infatti nel prologo vediamo un soldato che ordina a un'anziana e cocciuta donna di dire addio alla sua sua casa e alla sua mucca per salire su un bus parcheggiato là fuori che, quasi sicuramente, la porterà a Kiev, a molti chilometri da lì. La donna non ha intenzione di muoversi: è sopravvissuta alla Rivoluzione, alla carestia, alla guerra, di certo non se ne andrà per colpa di qualcosa che neanche si vede. Il giovane soldato, spazientito, alla fine spara alla mucca. E' tempo di andare.

Ormai è agosto, sono passati 4 mesi dall'esplosione, e Lyudmilla, così come gli altri abitanti di Pryp"jat', è stata ricollocata in uno squallido e vuoto appartamento di un quartiere della periferia di Kiev. Completamente sola, sta affrontando una gravidanza che non fa altro che ricordarle giorno dopo giorno quanto ha perso. La ritroveremo verso la fine dell'episodio, quando sarà inverno. Partorirà, ma, come scopriremo dal racconto di Ulana, sua figlia sopravvivrà solo poche ore a causa di complicazioni fatali causate dalle radiazione ricevute dal padre morente. 

Intanto, Legasov, Shcherbina e il Generale Tarakanov devono mettere a punto un piano per liberare Katya, Nina e Masha - questi i nomi assegnati alle tre porzioni di tetto dell'edificio 4 - dai detriti radioattivi. Il problema non sono tanto Katya e Nina, per loro si può utilizzare un rover lunare per spingere i detriti dentro il cratere dove una volta c'era il reattore, ma Masha: lì il livello delle radiazioni è troppo alto, e i sistemi elettrici "friggono" in pochi secondi a causa dei raggi gamma.

Dopo aver liberato Katya e Nina usando il rover lunare, è finalmente il momento di Masha. Per l'occasione, il Cremlino ha chiesto aiuto alla Germania Ovest, che, conscia della gravità della situazione, ha inviato una tipologia di rover che dovrebbe resistere alle radiazioni. Peccato che le informazioni rilasciate dal governo sovietico non siano state accurate, e che i tedeschi abbiano pertanto inviato un robot in grado di operare non con il reale livello di radiazioni di Masha, ma con un livello ben più basso.

Shcherbina, furente, alza la cornetta e dà sfogo alla sua rabbia, ma c'è poco da fare: il Cremlino non rilascerà informazioni così delicate. Bisogna dunque trovare un altro modo per ripulire quella maledetta porzione di tetto. Il suggerimento di Legasov sono i "biorobot". Che, in breve, altro non sono che soldati ricoperti dalla testa ai piedi con spesse protezioni. Potranno stare su Masha per non più di 90 secondi.

 

I Liquidatori. 

Ottobre 1986. Per i "biorobot" suggeriti da Legasov, che passeranno alla Storia col soprannome di "Liquidatori", è tempo di mettersi al lavoro. Le istruzioni di Tarakanov sono precise: tanto sangue freddo e tanta, tantissima attenzione, soprattutto a non cadere, perché "Questi sono i 90 secondi più importanti della vostra vita." Le squadre di spalatori si susseguono a grande velocità. L'operazione ci viene mostrata dal punto di vista di un liquidatore che, purtroppo per lui, ha la sfortuna di inciampare e cadere al suolo, cioè sui detriti radioattivi. Eppure, grazie al lavoro e alla fatica di quasi 4.000 uomini, anche Masha sarà ripulita, e finalmente si potrà procedere alla chiusura del cratere con un "tappo" di cemento.

 

Gli animali radioattivi di Černobyl'

Il giovane Pavlov, intravisto nel finale del terzo episodio, arriva al campo base dove "soggiornano" i soldati reclutati per la ripulitura. Ovunque c'è gente che beve, le bottiglie di vodka vengono consegnate generosamente a chiunque si trovi lì. Non è ovviamente un buon segno. Arrivato alla tenda assegnatagli conosce Bacho e "l'armeno brutto" (il suo nome è Garo), i suoi futuri compagni di missione. A differenza di Pavel, i due sono militari e sono stati in Afghanistan, dunque questa può sembrare una passeggiata al confronto. Ma non lo è. Bacho mostra il campo alla giovane recluta - "Loro lavano le strade, loro tagliano gli alberi, loro rivoltano il terreno, loro evacuano la gente...e loro non lo so cosa ca**o fanno!"- e poi gli fa avere una protezione che, in teoria, dovrebbe schermare dalle radiazioni i "gioielli di famiglia." 

Ma di cosa si occuperà Pavel? Del controllo della fauna. Precisamente nell'uccisione degli animali, anch'essi contaminati. E, per essere ancora più precisi, per la maggior parte si tratterà di animali domestici. "E' più facile con loro, si avvicinano tutti contenti. Bang, ed è fatta, si torna qui e si beve, e in più ci sono un bel po' di rubli." dice Bacho, ma poi, quando arriva il momento di mettersi a sparare porta a porta, dice chiaramente al suo giovane compagno di non far soffrire neanche per sbaglio quelle povere bestie.

Il paesaggio è spettrale e surreale allo stesso tempo. Il primo cane a cui spara Pavel purtroppo non muore subito, e il ragazzo viene ripreso da Bacho, che però sa bene quanto sia difficile sparare a un animale: un conto è uccidere un nemico, un conto è uccidere una bestia indifesa. In un momento di pausa, durante un pranzo più a base di vodka che di cibo, Bacho racconta del suo primo morto, e di come quella morte gli abbia fatto capire che, in fondo, lui è sempre stato lo stesso, prima e dopo lo sparo. Solo che prima di sparare non lo sapeva. "Il nostro obiettivo è la felicità di tutta l'umanità" dice Garo, che, semplicemente, ha letto uno striscione appeso a un palazzo. Lì non solo c'è poca felicità, ma anche poca umanità.

Ritroviamo Pavel un paio di giorni dopo, durante una missione in un villaggio di contadini, e sul suo volto ormai c'è già il vuoto di chi si è abituato all'orrore. Davanti a una cucciolata, però, questo vuoto si riempie. A sollevarlo dal terribile compito è Bacho, che, almeno per lui, può avere pietà. L'avventura del ragazzo e dei suoi compagni si conclude alla fossa comune. Dopo aver svuotato il loro carro, i cadaveri di numerosi cani e gatti vengono ricoperti di cemento. Come i cadaveri dei vigili del fuoco.

 

Le verità viene finalmente a galla

Dopo aver tentato di recuperare dei documenti presso la biblioteca dell'Università di Mosca, e dopo essere riuscita a farsene consegnare solo uno del 1976, peraltro pesantemente censurato, Ulana torna all'ospedale per interrogare nuovamente Dyatlov, che sta nettamente meglio rispetto all'ultima volta che l'abbiamo visto, ma che continua a non avere nessuna intenzione di collaborare. Per quanto lo riguarda, sono stati Akimov e Toptunov a fare qualcosa di sbagliato, non lui, e poco importa se la compagna Khomyuk vuole sapere la verità: al diavolo il coefficiente di vuoto positivo, al diavolo il bottone AZ-5, non ci sarà comunque nessuna verità, solo altre bugie.

A dicembre, Ulana incontra Boris e Valery in un edificio abbandonato a Pryp"jat'. Shcherbina si scusa per il luogo, ma c'è bisogno di stare lontani da orecchie indiscrete. La compagna Khomyuk viene a sapere dal compagno Legasov che ci sarà un processo che vedrà imputati Dyatlov, Bryukhanov e Fomin e che loro tre saranno chiamati a testimoniare. Prima, però, Legasov, su indicazioni del Comitato Centrale, andrà a Vienna presso l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica a raccontare una versione alquanto epurata di quanto accaduto.

L'accurata ricostruzione di quanto successo nella sala di controllo dell'edificio numero 4 fatta da Ulana sicuramente sarà di aiuto per determinare i colpevoli. Incompetenza, violazione dei sistemi di controllo e avventatezza oltre ogni ragionevole limite sono però solo una parte del problema, come ben spiega la scienziata. In base ai dati raccolti, Toptunov e Akimov hanno detto la verità, dunque il reattore è esploso dopo aver messo in atto la procedura AZ-5. E il motivo si trova quasi sicuramente tra le pagine del documento rinvenuto all'Università di Mosca.

Ulana porge i fogli a Valery, ma lui non li prende. Al contrario, distoglie lo sguardo. Non ha bisogno di leggere, sa già tutto. Nel 1975 a Leningrado ci fu un precedente, racconta il professore, ma non si arrivò, fortunatamente, a un'esplosione. Il problema, prosegue Valery, risiede nella struttura delle barre di controllo: come spiegato in quei fogli da Volkov - l'autore del testo, una vecchia conoscenza di Legasov - le punte delle barre di controllo dei reattori RBMK sovietici sono in grafite. E' questo che ha portato a una reazione incontrollata. Volkov, continua il professore, tentò di avvisare il Cremlino, ma ovviamente la cosa venne insabbiata da KGB, perché l'industria nucleare sovietica non poteva avere difetti, essendo la migliore al mondo. Semplice, non è vero?

Legasov dunque sapeva di questo difetto strutturale, ma, allo stesso tempo, non pensava si potesse arrivare a un'esplosione solo a causa di quello. Il difetto strutturale unito all'incompetenza, però, ha avuto conseguenze devastanti. Ulana tenta di convincere i compagni che l'unica strada per evitare che qualcosa del genere possa accadere in futuro in uno dei 16 reattori attualmente attivi sul territorio dell'URSS è rendere pubblica la verità, ma Boris, che sa benissimo come funzionano le cose a Mosca, la ferma subito: a Vienna Legasov tralascerà certi dettagli, e in cambio verrà fatto un patto col KGB, che si impegnerà a correggere i difetti dei reattori.

La compagna Khomyuk esprime il suo parere contrario, secondo lei bisogna dire la verità fino in fondo, non c'è altra strada, ma Shcherbina le risponde che non spetta a lei decidere. Al diavolo le sue convinzioni morali: di fronte alle minacce alla propria famiglia, di fronte alla morte, le convinzioni morali sono inutili.

A quel punto, però, Ulana racconta la triste storia di Vasily Ignatenko e l'ancora più triste storia di Lyudimilla, sopravvissuta solo perché la bambina che portava in grembo all'epoca della tragedia ha assorbito al suo posto le radiazioni emesse dal padre: "Viviano in un paese in cui i bambini muoiono per salvare le loro madri. Al diavolo il tuo patto, e al diavolo le nostre vite. Qualcuno deve iniziare a dire la verità."

L'episodio numero 4 di Chernobyl, il penultimo, si chiude con il discorso che Tarakanov fa agli ultimi liquidatori: "Congratulazioni, compagni, voi siete gli ultimi degli 3.828 che hanno svolto questo lavoro. Avete portato a termine il vostro compito alla perfezione. Vi auguro una vita lunga e in salute. Tutti voi ricevete un premio di 800 rubli. Grazie." Intanto, due soldati in tuta protettiva issano la bandiera dell'URSS sulla ciminiera dell'edificio numero 4. Il nemico è stato sconfitto. Più o meno.

Le ultime inquadrature sono riservate a Pavel, che, mentre fuma una sigaretta osserva alcuni soldati mentre cominciano a smontare le prime tende, e a Lyudmilla, da sola in ospedale, senza la sua Natashenka, mentre altre madri stringono a sé i propri figli appena nati. No, il nemico non è stato sconfitto.

 

Chernobyl, episodio 4: la recensione

Il quarto episodio di Chernobyl, il penultimo, è quello che, più dei precedenti, ci mostra le terribili conseguenze del disastro. Si vai dai ripulitori addetti alle evacuazioni - molto intensa la scena iniziale, con l'anziana donna che non vuole andarsene e col giovane soldato che, esaurite le parole, passa ai proiettili, scelta che restituisce benissimo il livello di tensione di quei momenti - ai Liquidatori addetti alla pulizia di Masha dai detriti - decisamente azzeccata la scelta del piano sequenza in tempo reale, un vero e proprio angosciante countdown della durata di 90 secondi -, passando, purtroppo, per l'operato degli uomini addetti al "contenimento della fauna selvatica e domestica", soprattutto di quella domestica.

E' attraverso gli occhi innocenti del giovane Pavel (Barry Keoghan) che entriamo in un altro tipo di orrore. Ci riferiamo ovviamente all'uccisione degli animali domestici, migliaia e migliaia di cani, gatti e altre bestie uccise non dalle radiazioni, ma dai proiettili degli uomini incaricati di portare a termine una missione senza dubbio meno pericolosa di altre, ma dal costo mentale ed emotivo a dir poco massacrante. Accompagnato dal navigato Bacho (l'ottimo Fares Fares), uno che si è fatto l'Afghanistan, la discesa all'inferno di Pavel si mangerà tutta la sua innocenza, che farà la stessa fine di quei poveri animali, morti e sepolti sotto svariati metri cubi di cemento.

Sempre per restare in tema di vittime innocenti, non si può non citare la straziante scena in cui si vede Lyudmilla seduta sul letto con accanto una culla vuota. Proprio come i pets, gli animali da compagnia, anche la piccola Natashenka è una vittima "collaterale", e nella maniera più straziante: il suo è un sacrificio involontario e non richiesto. Muore per permettere alla madre di vivere, ma, nel fare ciò, condanna la madre a una vita ancora più terribile. In realtà, la vera Lyudmilla qualche anno dopo rimmarrà nuovamente incinta e riuscirà a mettere alla luce un bambino che è sopravvissuto al parto, è cresciuto ed è, a oggi, ancora vivo.

A suo modo divertente la "sbroccata" di Shcherbina, ma il vero clou dell'episodio per Skarsgård, Harris e Watson arriva negli ultimi minuti, quando i tre si incontrano in gran segreto in un edificio dell'ormai spettrale Pryp"jat'. Finalmente scopriamo cos'è veramente successo quella notte, ma, soprattutto, scopriamo che, in realtà, Legasov era già a conoscenza dei difetti strutturali e costruttivi dei reattori RBMK sovietici. Difetti che, uniti all'incompetenza e alla sconsideratezza squisitamente umane di svariate persone nella scala gerarchica, hanno portato alla peggiore catastrofe nucleare della Storia.

La posizione di Ulana - personaggio frutto della fantasia ma ispirato a numerosi scienziati che collaborarono con Legasov durante quei giorni terribili - è nettissima: dire la verità, costi quel che costi. Altrettanto chiara è quella di Boris: dire solo una parte della verità, quella che basta, senza andare a umiliare una nazione il cui peggior incubo è proprio quello di essere umiliata. Meglio evitare gli scandali e portare a casa un accordo col KGB, perché alla fine ciè che conta davvero è evitare un secondo disastro.

E Legasov? Dirà tutta la verità? O ne dirà solo una parte, quella necessaria? Di decisioni difficili il professore finora ne ha dovute prendere parecchie, ma adesso, col processo in arrivo, il vero giorno del giudizio sta per arrivare, specialmente per lui.