Chernobyl: la recensione della terza puntata

Una catastrofe umana e ambientale. Un monito per il futuro. Mentre Ulana apre la sua indagine per scoprire le cause dell'esplosione del reattore, Valery e Boris devono affrontare l'ennesima emergenza. Intanto, Lyudmilla e Vasily si riabbracciano...ma la loro gioia dura poco. Ecco la recensione del terzo episodio di Chernobyl , in onda su Sky Atlantic il lunedì sera alle 21.15.

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Chernobyl, episodio 3: la trama

Il pericolo del meltdown

Il terzo episodio di Chernobyl si apre esattamente dove si era concluso il secondo, nelle buie, inodate e claustrofobiche viscere dell'edificio numero 4 della centrale. Dopo un'attesa che sembra non finire mai, finalmente qualcuno batte con forza sul portone in metallo: Ananenko, Bezpalov e Baranov ce l'hanno fatta.

Non ci sarà dunque una seconda esplosione, ma ora bisogna pensare al contenimento dei danni. Legasov è sconvolto quando apprende che dall'alto si è deciso di evacuare una zona ben più piccola di quella utile a scongiurare gli effetti delle radiazioni sulla popolazione umana, e non ci pensa due volte a comunicare il suo disappunto a Shcherbina, che, però, non può farci niente: dovranno accontentarsi di un raggio di soli 30 chilometri, in barba ai 200 suggeriti dal professore.

I due avranno tempo di discutere, e lo faranno, ma intanto ecco insorgere l'ennesimo problema. L'incendio è stato domato, ma la temperatura del nucleo fuso, la "lava" di cui si era parlato nel precedente episodio, sta paradossalmente (ma neanche troppo) salendo. E' il famoso e temuto meltdown. Se il materiale dovesse arrivare alla falda acquifera, il disastro ambientale sarà inevitabile.

La notizia ovviamente non fa contento il Segretario Gorbačëv, che si è ritrovato tra le mani una situazione così grave che, secondo alcuni storici contemporanei, fu quello il vero motivo della fine dell'URSS. Per evitare la catastrofe c'è bisogno di installare dei sistemi di raffreddamento, dunque ci sarà bisogno di tutto l'azoto liquido presente sul territorio sovietico. Gorbačëv non può fare altro che dare a Shcherbina il permesso di richiedere ogni cosa di cui avrà bisogno. Legasov, che sta ascoltando la conversazione telefonica da un altro apparecchio, all'improvviso chiede di sapere perché la zona di esclusione è stata fissata a soli 30 chilometri, ma riceve una risposta secca ("Se è stato deciso così, è stato deciso così. Professore, lei è lì per fermare questo disastro, faccia quello per cui è stato chiamato.") e una cornetta metaforicamente sbattuta in faccia.

Shcherbina è furente. Porta il professore a fare due passi, un po' per rimetterlo al suo posto, un po' per fargli capire che non può permettersi certe uscite, perché qualcuno li osserva costantemente. Per esempio, la coppia di mezza età incontrata al bar qualche sera prima. Gli occhi e le orecchie del KGB di Charkov sono ovunque, un po' come i cani rimasti soli, che girano spaesati per la città senza capire cos'è successo e perché i loro padroni non li hanno portati con sé.

 

Ode agli eroi caduti

Intanto, all'ospedale numero 6 di Mosca finalmente Lyudmilla, dopo aver pagato per ottenere un permesso, ritrova Vasily. Che, a quanto pare, sta meglio del previsto. Il vigile del fuoco sta infatti giocando a carte con dei compagni quando la moglie lo raggiunge e, nonostante le raccomandazioni di un'infermiera un po' troppo permissiva, lo abbraccia e gli accarezza i capelli.

Ovviamente si tratta della proverbiale quiete prima della tempesta: Vasily e gli altri pompieri, infatti, non lo sanno, ma il nemico è dentro di loro, e sta per colpire. I primi effetti della sindrome da radiazione acuta non tardano infatti a manifestarsi, e lo fanno di notte. Lyudmilla, che sta dormendo in bagno su una sedia, nascosta dal personale della struttura, sente urlare il marito. Quando entra nella stanza lo vede accerchiato da medici e infermieri intenti a tenerlo fermo per fargli delle inizioni.

Ma per quale motivo Vasily è così agitato? Perché il suo corpo sta iniziando a mostrare i segni degli effetti dell'esposizione alle radiazioni. Proprio come il nucleo del reattore, anche il suo corpo sta iniziando a "sciogliersi." Si inizia dall'esterno, con ustioni così terribili da far diventare bianca la pelle e da farla staccare a blocchi, e poi, pian piano, si va verso il centro, verso gli organi interni, che si disgregano, come ben spiegato a Shcherbina da Legasov.

Quando rivediamo il vigile del fuoco, capiamo immediatamente che le sue condizioni sono disperate, e lo capisce anche Lyudmilla, che, incurante del pericolo, resta al fianco del marito. Lui, con un filo di voce, le chiede cosa si vede dalla finestra. Lei, per dargli un po' di conforto, nonostante veda solo le pareti esterne di altri edifici gli dice che da lì si vedono la Piazza Rossa, il Cremlino, la Torre Spasskaya, il Mausoleo di Lenin e San Basilio. D'altronde, Vasily l'aveva promesso: prima o poi le avrebbe mostrato Mosca.

L'ultima volta che compare sullo schermo, il poveretto è irriconoscibile. Il suo volto è una maschera dell'orrore. Il suo corpo ormai ha ceduto, è questione di ore. Lyudmilla non ha intenzione di lasciarlo morire da solo, infatti gli resta vicina, troppo vicina, fino alla fine. Prima di salutarlo per sempre, gli rivela di essere incinta. Lui, per quanto in suo potere, sorride: una piccola parte di sé sopravvivrà.

Intanto, però, Vasily muore, e il suo corpo viene sistemato dentro una doppia bara di zinco. La scena del funerale, un funerale collettivo per tutti i pompieri morti da sindrome da radiazione acuta, è la scena conclusiva dell'episodio. L'ultimo addio di Lyudimilla al marito è di fronte a una fossa comune profonda qualche metro che viene lentamente riempita di cemento. Quegli uomini saranno anche degli eroi, ma sono pur sempre delle minacce radioattive.

 

I minatori di Tula

Per poter installare il sistema di raffreddamento ad azoto liquido c'è bisogno di raggiungere la zona posta direttamente sotto il reattore, così vengono reclutati i minatori della miniera di carbone di Tula. Rozzi ma non scemi, gli uomini, capitanati dal sarcastico e diretto Glukhov, accettano questa missione ad alto rischio, e nel giro di poche ore si ritrovano a scavare in condizioni a dir poco difficili, senza ventilatori e con una temperatura di 50 gradi. Eppure, nonostante ciò, i compagni di Glukhov portano a termine il loro lavoro addirittura in anticipo, in sole quattro settimane anziché sei.

Ottime notizie, non c'è che dire, ma, al cospetto di Gorbačëv e degli altri membri della commissione, Legasov non può comunque dirsi ottimista. C'è ancora moltissimo lavoro da fare, perché il terreno, gli alberi, gli edifici e gli animali hanno assorbito una spaventosa quantità di radiazioni. Bisogna ripulire, "liquidare", un'area di imponenti dimensioni, e bisogna farlo subito rivoltando la terra, lavando le strade, tagliando intere foreste e uccidendo gli animali, sia quelli selvatici sia quelli domestici. Ci saranno altri morti, migliaia probabilmente, ma è qualcosa che dev'essere fatto.

 

Perché è esploso?

Essere uno scienziato significa essere costantemente alla ricerca della verità, e infatti Legasov e Khomyuk non possono fare a meno di arroverllarsi il cervello su una domanda all'apparenza banale ma dalla risposta a quanto pare impossibile: perché il reattore è esploso? Valery ha bisogno di sapere, perché solo sapendo cos'è successo quella notte si potranno evitare altre tragedie simili, dunque manda Ulana in missione a Mosca per interrogare i diretti interessati, Dyatlov, Akimov e Toptunov. Ovviamente bisognerà tenere un profilo più che basso, onde evitare di insospettire i servizi segreti.

Arrivata all'ospedale numero 6, la compagna Ulana si "traveste" da infermiera e riesce a intrufolarsi nella stanza di Dyatlov. Per usare un eufemismo, il compagno Dyatlov, che non ha proprio una bella cera, è poco collaborativo. Va meglio con Toptunov, che ormai è prossimo alla morte, e con Akimov, anche lui quasi al capolinea. Le loro versioni dei fatti concordano: il bottone AZ-5 fu schiacciato, ma il reattore non si arrestò. Al contrario, in quel momento esplose. "Ho fatto tutto correttamente, ho fatto tutto correttamente!" ripete il compagno Akimov, ma allora come mai è successo ciò che è successo?

Uscita dalla seconda stanza degli orrori, Ulana, assai provata, intravede qualcosa di scioccante che sta accadendo in un'altra camera lì vicina, quella di Vasily Ignatenko. Lyudmilla, che, di nuovo, ha ignorato le indicazioni dell'infermiera e si è seduta sul letto, dall'altra parte del telo di plastica, ha preso la mano del marito e se l'è messa sul ventre. La compagna Khomyuk è furente, non riesce a credere che il personale sanitario abbia permesso una cosa del genere, e riprende a voce alta l'infermiera "colpevole", attirando l'attenzione di due agenti in borghese del KGB.

Ritroveremo Ulana poco dopo, in carcere. Valery, che ha corso il rischio di chiedere a Charkov, a capo del KGB, di liberarla, vuole sapere se abbia scoperto qualcosa. Lei gli racconta quanto dichiarato da Akimov e Toptunov, del bottone AZ-5 e della successiva esplosione. Lui non ha dubbi: bisogna continuare a indagare. Non possono fermarsi. Non adesso, non ancora. 

Intanto, il Generale Tarakanov, un membro della commissione, ha ordinato il reclutamento di migliaia di uomini: la fase di "ripulitura" sarà uno sporco lavoro, e ci sarà bisogno di tutte le braccia disponibili.

 

Chernobyl, episodio 3: la recensione

Dal reclutamento degli uomini comuni chiamati a mettere a rischio le proprie esistenze per compiere un'impresa impossibile alla messa in scena dei corpi dilaniati da un mostro impalpabile e invisibile ma capace di mangiare una persona da dentro, il terzo episodio di Chernobyl è un esempio perfetto di fusione tra genere "disaster" e genere "horror."

Da una parte c'è la corsa contro il tempo di Legasov e Shcherbina, che, nel bene e nel male, devono lavorare insieme per contenere il più possibile gli effetti delle radiazioni ed evitare una catastrofe ambientale di dimensioni a dir poco gigantesche, dall'altra  c'è l'indagine di Ulana, che si ritrova a interrogare Dyatlov, Akimov e Toptunov, le uniche persone presenti nella sala di comando e ancora vive. In realtà, dei tre si salverà, più o meno, solo il vice ingegnere capo, che morirà nel 1995, nove anni dopo il disatro. Gli altri due, entrambi giovanissimi, non arriveranno alla fine del mese di maggio di quello stesso anno.

E poi c'è il filone emotivo/emozionale, cioè la storia di Vasily e Lyudmilla. Sull'impressionante discesa agli inferi del povero vigile del fuoco c'è poco da dire, se non che un conto è sentire i racconti di quelle morti orrende, un altro è vederle, e poco importa se, da spettatori, abbiamo la consapevolezza che stiamo guardando un attore ricoperto di trucco prostetico: quegli uomini sono veramente andati incontro a quella fine terribile. 

Non si può poi non menzionare l'ottima performance dell'irlandese Jessie Buckley, già apprezzata in Taboo al fianco di Tom Hardy. Guardandola sullo schermo non si fa per niente fatica a immaginare cosa ha passato e come dev'essersi sentita la vera Lyudmilla Ignatenko. Non ci stupirebbe vederla candidata ai prossimi Emmy Awards, ma lo stesso si può dire per il resto del cast principale, cioè Harris, Skarsgård e Watson, tutti in stato di grazia.

Da segnalare assolutamente l'ultima scena dell'episodio, il funerale di Vasily e degli altri vigili del fuoco, con Lyudmilla che assiste alla sepoltura del marito con in mano le sue scarpe. Se vi state chiedendo perché, sappiate che andò proprio così anche nella realtà. Per Lyudimilla, quelle scarpe avevano infatti un significato speciale: come riportato dalla donna in un'intervista, quando Vasily morì venne vestito con la sua divisa da cerimonia, ma aveva i piedi così gonfi che fu impossibile mettergli le scarpe. Un aneddoto che ci fa capire quando fosse profondo l'amore tra i due, e quanto fu straziante per lei, che all'epoca era veramente incinta, andare incontro a una tale tragedia da sola.

Ottima l'idea di far fare a Legasov un'accurata descrizione delle manifestazioni fisiche degli effetti della sindrome da radiazione acuta, effetti che poi vedremo manifestarsi in tutto il loro orrore sui corpi devastati di Toptunov e Ignatenko. Un classico, e azzeccatissimo, esempio di come utilizzare in maniera efficace il meccanismo narrativo noto col nome di "set up/pay off." 

Sempre perfetto l'equilibrio che c'è tra il Legasov di Harris e lo Shcherbina di Skarsgård, due uomini profondamente diversi che si ritrovano loro malgrado uniti dal peso schiacciante della responsabilità.

Forse un po' macchittistica la rappresentazione del KGB, ma il fatto che i servizi segreti dell'ex Unione Sovietica non fossero estranei a certe pratiche non è un segreto per nessuno ormai. Divertente la scena in cui Legasov, dopo aver chiesto al compagno Charkov di rilasciare Ulana, si sente dire che è normale essere tenuti d'occhio, perché "Le persone seguono altre persone, il KGB è un circolo di responsabilità, niente di più. [...] Come dice un vecchio proverbio russo, 'Credici, ma verifica'. Non crederà che l'abbia inventato Reagan?!"

Impagabile il commento di Shcherbina, che, non appena Charkov si è allontanato, si lascia scappare: "Beh, è andata stranamente bene. Sei passato per un idiota ingenuo, e gli idioti ingenui non sono una minaccia." Parole sante e ancora attualissime.

Fantastici i minatori, specialmente il "capo-minatore" Glukhov. La scena del reclutamento da parte del ministro Shadov fa capire quanto fossero importanti all'epoca i minatori, uomini dal cui lavoro dipendeva una gran parte dell'approvigionamento energetico dell'intera Unione Sovietica.

Arrivata al terzo episodio, Chernobyl continua a convincerci e a catturarci, e anche il prossimo, quello dedicato alla ripulitura dell'area tristemente nota come "zona di alienazione" e al lavoro dei Liquidatori, ci terrà sicuramente incollati allo schermo.