Euphoria 3x06: "Siate forti e vedrete. La recesnione dell’episodio che cambia tutto

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Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Dopo il finale shock della quinta puntata, Euphoria 3x06 riporta finalmente la serie ai livelli delle prime stagioni. Nell’episodio “Stand Still and See”, Rue affronta Laurie e Alamo in una corsa disperata tra DEA, minacce e desiderio di redenzione, mentre Cassie vive il momento più doloroso e potente del suo percorso in una scena straordinaria con Sydney Sweeney. Zendaya è immensa e Sam Levinson firma un capitolo intenso, visionario e sorprendentemente umano, tra riferimenti biblici, western contemporaneo e drammi sentimentali. Il finale lascia senza fiato. Disponibile su Sky e NOW

Quello che devi sapere

Euphoria 3x06: Rue cerca finalmente la redenzione

«Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più.» Lo dice Mosè al popolo d'Israele nell'Esodo, con il Mar Rosso davanti e il faraone alle spalle. Stand still and see. Sam Levinson prende questa frase — non solo l'invito alla calma, ma tutta la promessa che contiene: i tuoi nemici, quelli che ti inseguono, non li rivedrai mai più — la pianta in mezzo al deserto della California e ci costruisce intorno l'episodio più sorprendente della terza stagione di  Euphoria, (disponibile su Sky e NOW). Perché per Rue Bennett, gli Egiziani hanno i volti di Alamo, di Laurie, del debito, della dipendenza. E la domanda che la serie si porta dietro da tre stagioni è sempre la stessa: il Mar Rosso si aprirà davvero?

Eppure eccoci qui. Stand Still and See è l'episodio in cui Levinson smette di sfidarti e ricomincia a parlarti. Non abbandona l'iperbole — ci mancherebbe, siamo pur sempre in Euphoria, e ci sono ancora un dito amputato spedito per posta e un roveto che prende fuoco nel deserto (ma ci arriviamo) — però questa volta le usa come cornice. Il contenuto è un'altra cosa. Il contenuto è Rue Bennett (Zendaya) che vuole essere perdonata. Cassie Howard (Sydney Sweeney) che trova il coraggio di diventare qualcos'altro. Jules (Hunter Schafer) che non è ancora pronta. E Nate (Jacob Elordi) che perde pezzi di sé, letteralmente.

Due episodi alla fine. Forse della stagione, forse della serie. Stand still and see

Il trauma che ha trasformato Alamo nel villain di Euphoria

Anni Settanta. Il piccolo Alamo (Ca'Ron Jaden Coleman) osserva sua madre prepararsi per una cena. Rue, in voce fuori campo, ce la descrive come «la donna più fredda che Alamo abbia mai conosciuto». L'uomo che arriva alla porta si chiama Preston (Kwame Patterson): cicatrici da ustione sul viso, prega prima di cena, porta caramelle al bambino. Preston è buono. Preston ottiene un risarcimento dalla fabbrica che lo ha sfigurato, compra gioielli Cartier, porta la famiglia in spiaggia, promette che Alamo andrà in una scuola «per bianchi». Poi tornano a casa: è stato derubato di tutto. La madre di Alamo sparisce con il ladro — che era il suo vero fidanzato. Preston era anche lui una vittima. La vera vittima, però, era il piccolo Alamo. Che le aveva creduto. Che le aveva voluto bene.

Danielle Deadwyler — che in Till aveva già dimostrato cosa sa fare con un personaggio che chiede il minimo e contiene il massimo — qui è fredda e magnetica come il nichel. Levinson non la giudica. Non ti lascia giudicarla. Ti mostra soltanto il meccanismo, e lascia che sia il bambino sul letto, con la pistola in mano e la promessa nella testa («per tutta la vita, nessuna donna lo avrebbe mai più fregato»), a farti capire il resto. È il tipo di scrittura che ci si dimentica spesso di attribuire a Euphoria, quando si discute di nudo e provocazione. Torto, a chi dimentica.

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Rue contro Laurie: il piano della DEA prende una piega folle

Al presente, Alamo manca la testa di Rue. Non per misericordia: per calcolo. Ha ancora bisogno di lei. Zendaya in questi minuti fa quello che sa fare meglio, ovvero convincerti che il panico e la lucidità possono abitare lo stesso respiro. Rue riesce a coinvolgere Faye (Chloe Cherry, sempre meravigliosa nei panni di questa naufragata affettuosa) nel piano per fotografare la chiave della cassaforte di Laurie — detenuta dal fidanzato Wayne, suprematista bianco con un tatuaggio a svastica appena applicato sul fondoschiena di Faye e un'ossessione per bambini «dalla pelle chiara» (sic). Faye acconsente. Il piano funziona. La DEA registra l'incontro tra Alamo e Laurie — ottanta chili di fentanyl da portare oltre confine, ambulanze come cavallo di Troia, la legge della domanda e dell'offerta spiegata da Laurie con la stessa serenità con cui si ordina un caffè. Rue è quasi fuori. Quasi.

Alamo però ribalta la situazione nel momento esatto in cui lei crede di avere vinto: non sarà lui ad aprire la cassaforte di Laurie. Sarà lei. E per assicurarsi la sua obbedienza, Bishop (Darrell Britt-Gibson) racconta a Rue la storia del pitone. Una ballerina di nome Sugar dormiva col serpente ogni notte. Il serpente smise di mangiare. Il veterinario le disse: «il motivo per cui ti si avvolge intorno è perché ti sta studiando. E il motivo per cui non mangia è perché si sta preparando per un pasto molto più grande.» Sugar vendette il serpente ad Alamo, che lo tenne come monito. «Non si conoscono mai le vere intenzioni di uno stronzo», chiosa Bishop. Poi aggiunge, con la stessa voce piatta, che ha già parlato con sua madre Leslie. Che sa dove abita. Che le ha detto quanto bene sta Rue.

È la metafora più bella dell'episodio, e Levinson ha il buon gusto di non spiegarla. Il serpente siamo noi, che guardiamo Rue sperare da tre stagioni. Il pasto che si sta preparando potrebbe essere la redenzione. Oppure no

Rue in chiesa: la telefonata con Leslie, ovvero la scena dell'anno

Aspettando che la chiave duplicata venga stampata in 3D (ci vuole un'ora — il futuro del crimine è logistico), Rue entra in una chiesa. Entra come si entra nelle chiese quando si è soli e non si crede particolarmente: cercando un posto dove il rumore smette. «Ho pensato che se Lui esiste, allora esiste anche la redenzione. E se c'è la redenzione, allora c'è la salvezza. Ne ho bisogno.» Poi il telefono squilla. È sua madre, Leslie (Nika King). Non la DEA travestita da «Mom Cell». Sua madre davvero.

Quello che segue è, con molta probabilità, il momento più puro che Euphoria abbia prodotto in tutta la terza stagione. Rue dice a Leslie che non vuole restare intrappolata con tutti i suoi errori. Che vuole ricominciare. Che le manca casa. Che le dispiace. Piange. Zendaya non fa niente di eclatante: non urla, non si contorce. Tiene il telefono, guarda le vetrate, parla sottovoce. Ed è per questo che ti distrugge — perché quella voce ha la qualità del vero, la qualità delle cose dette quando non stai recitando per nessuno. La scena è girata in piano sequenza. La chiude un'inquadratura da trenta secondi su Leslie che riattacca, sola, con un'espressione che è un intero romanzo. Candidatura agli Emmy, consegnata.

Solo dopo, con la storia del serpente, capiamo che quella telefonata potrebbe non essere stata spontanea. Che Bishop potrebbe aver visitato la madre di Rue. Che in Euphoria l'amore e la minaccia abitano sempre lo stesso numero di telefono. «Ti voglio bene» — detto da tua madre oppure usato contro di te come arma. Levinson non scioglie il dubbio. Giustamente.

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Sharon Stone incorona Cassie in Euphoria 3x06

Mentre Rue cerca Dio nel deserto, Cassie Howard (Sydney Sweeney) trova la sua epifania sul set di LA Nights, la soap opera in prima serata prodotta dalla leggendaria Patty Lance — interpretata da Sharon Stone, in un cameo che è anche un irresistibile commento sulla propria carriera, sulla distanza percorsa da Basic Instinct a questo. Cassie ha una piccola parte: una richiedente di lavoro, poche battute, niente di più. Ma quando il co-protagonista pronuncia «la luna di miele è finita», qualcosa si rompe. Sono le stesse parole che l'usuraio Naz le aveva detto la prima notte di nozze, quando aveva scoperto che Nate era un impostore.

Cassie va in pezzi. Il co-protagonista, vedendola, improvvisa con lei. Patty, dal monitor, dice: «Lasciamola andare.» Quello che emerge non è una performance: è una confessione. Cassie racconta, attraverso il personaggio, il matrimonio sbagliato, il tradimento dell'amica, il naso insanguinato la prima notte di nozze. La performance della sua vita — e la cosa è letteralmente vera, perché non stava recitando. Stava sopravvivendo. «Sono un'artista che usa il corpo per raccontare storie», dirà a Patty quando verrà smascherato il suo OnlyFans. Patty annuisce e vede «una nuova forma di femminismo» (Sharon Stone che recita questa battuta in LA Nights è, senza mezzi termini, uno dei momenti più divertenti e inquietanti della stagione).

Il lavoro è suo — a patto di cancellare l'account OnlyFans. La scena in cui Cassie si siede davanti al computer, piange, chiama Nate che non risponde e alla fine cancella è trattata con la stessa serietà con cui in altri film si racconta la firma di un contratto che cambia una vita. Perché lo è. Sydney Sweeney in questa stagione ha fatto cose che la critica tende a ignorare perché il personaggio è scomodo. Torto, ancora una volta, alla critica.

Sigillo della giornata: arriva per posta una scatola. Dentro, l'anulare di Nate — con biglietto accluso: «Rispondi al telefono.» Nate, nel frattempo, sta calpestando i fiori protetti che bloccano il suo cantiere e inveisce contro la flora con epiteti che preferiamo non riportare. L'uomo dei creditori si avvicina. La regia taglia prima. Non sappiamo cosa perde questa volta. Probabilmente non vogliamo saperlo.

Euphoria 3x06 distrugge definitivamente Rue e Jules

C'è anche Jules (Hunter Schafer) in questo episodio, e la sua scena con Rue è breve, brutale e necessaria come un'operazione senza anestesia. Rue vuole una vita normale — figli, amore, mattine condivise. «Voglio solo i classici problemi americani», dice, con una semplicità che sarebbe comica se non fosse straziante. Jules dipinge e aspetta il suo sugar daddy Ellis (Sam Trammell), chirurgo plastico sposato che l'ha sistemata in un appartamento, le ha proibito di vedere chiunque altro e nell'episodio precedente le aveva detto «ti voglio bene ma amo la mia famiglia» prima di uscire dalla porta. Rue definisce Jules «un piccolo giocattolo che Ellis tiene rinchiuso in una stanzetta». Jules la schiaffeggia. Forte. Rue cade. Il quadro si rompe.

È uno schiaffo che arriva da un posto vero — da qualcuno a cui stai dicendo la verità su se stesso e che non è ancora pronto a sentirla. Levinson non prende le parti di nessuna delle due. Lascia che abbiano torto entrambe, in modo diverso. E questo, per una serie che tende all'iperbole morale, è una forma rara di rispetto.

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Tra Maddy e Alamo nasce il gioco più pericoloso

Maddy (Alexa Demie) continua nel frattempo a fare quello che Maddy sa fare meglio: trattare il pericolo come una questione di branding. Gestisce Cassie, Magick (Rosalía, che in questo ruolo da spogliarellista con attitudini da star ha un'aura stranamente convincente) e Kitty (Anna Van Patten) con l'efficienza di un agente che ha già il mood board pronto. Quando chiede ad Alamo un giorno libero per le ragazze — che lavorano sei giorni su sette, dettaglio che Maddy porta come se stesse parlando di un contratto sindacale — Alamo la manda a quel paese. Bishop, stranamente, la difende.

Il flirt narrativo tra Maddy e Alamo è una delle sottotrame più fertili della stagione, proprio perché entrambi operano secondo la stessa logica — mai mostrare debolezza, mai farsi fregare — e si riconoscono a vicenda. Come due specchi messi uno di fronte all'altro. La domanda, con tre episodi alla fine, è quanto a lungo Maddy possa giocare questa partita prima che le regole cambino senza preavviso.

Il finale di Euphoria 3x06 lascia Rue davanti a un segno divino

La chiusura di Stand Still and See è la cosa più audace che Levinson abbia fatto in questa stagione — e lo diciamo dopo un episodio in cui Cassie cresceva di cinquanta piedi e calpestava Hollywood. Rue guida nel deserto di notte, ascolta la Bibbia in audiocassetta. Non una qualsiasi: ascolta la Genesi 6. «Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo pensiero del loro cuore non faceva altro che concepire male. Allora il Signore si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. Il Signore disse: cancellerò dalla faccia della terra l'uomo che ho creato.» Fermatevi un secondo. Rue Bennett — che in chiesa ha appena chiesto perdono, che vuole ricominciare, che crede nella redenzione — guida nel deserto ascoltando Dio che si pente di aver creato l'uomo e vuole cancellare tutto. Il contrasto è di una ferocia quasi insostenibile. Non è la Bibbia che consola: è la Bibbia che mette in dubbio. E Levinson lo sa benissimo. Il nastro si srotola. Armeggia con lo stereo. Non vede il camion in arrivo. Sterza all'ultimo momento. Va fuori strada. Scende dall'auto. E vede un albero in fiamme.

Il roveto ardente. Mosè nel deserto. «Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più» — la frase che dà il titolo all'episodio, tratta dall'Esodo, pronunciata da Mosè prima che il Mar Rosso si apra. Rue si inginocchia. Crede di aver ricevuto un segno. E quella promessa — i tuoi nemici non li rivedrai mai più — è esattamente quello di cui ha bisogno sentirsi dire. Alamo. Laurie. Il debito. La dipendenza. Gli Egiziani di Rue Bennett hanno molti nomi. Ma la Genesi 6 era ancora nell'aria, nel deserto, avvolta intorno al nastro srotolato. Dio che vuole cancellare tutto. E Rue che vuole essere perdonata. Levinson mette in scena la tensione più antica della teologia — il Dio che distrugge contro il Dio che salva — e la affida a una ragazza di vent'anni con la macchina fuori strada nel buio.

Il problema — ed è qui che Levinson è davvero sottile, con la stessa sottigliezza del serpente di Bishop che si avvolge intorno al corpo di Sugar mentre si prepara il pasto — è che abbiamo appena sentito Bishop minacciare la madre di Rue. Che quella telefonata in chiesa, così bella e così piena di speranza, potrebbe essere stata orchestrata da Alamo per tenerla sotto controllo. Che il cespuglio secco nel deserto ha preso fuoco perché le scintille dell'incidente lo hanno colpito. Che i segni divini e le coincidenze meccaniche sono indistinguibili nell'oscurità.

Rue crede. Noi vogliamo crederle. E non sappiamo se farlo. Levinson chiude qui, senza risposta. Come si chiude un romanzo di Dostoevskij: con la domanda aperta, con la speranza e il dubbio che occupano lo stesso spazio, con un personaggio in ginocchio davanti a qualcosa che brucia

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Se questo episodio fosse un cocktail: il "Desert Burning Bush"

Chiamiamolo così. Base di mezcal — non tequila, mezcal, perché il mezcal ha quella nota affumicata, quella storia di fuoco e maguey che racconta di deserti e riti lenti, di qualcosa che brucia per diventare qualcos'altro. Due dita di bourbon americano, per il western che scorre sotto ogni scena di questo episodio: per Alamo e i suoi cowboy dell'anima, per il deserto che diventa palcoscenico biblico, per la promessa di un uomo a un bambino sul bordo di una spiaggia. Un goccio di Angostura — inevitabile, amaro, indispensabile — per Bishop che conosce il nome di tua madre, per la redenzione che potrebbe essere una trappola, per la speranza che non si distingue dal pericolo. E infine, inaspettato come la telefonata di Leslie in chiesa: un cucchiaino di miele.

Si serve in un bicchiere old fashioned, senza ghiaccio. Il freddo toglierebbe la verità di dosso. La guarnizione? Una pagina stracciata di Bibbia, mezza bruciata, poggiata sul bordo. E un sottobicchiere con la scritta: «Non si conoscono mai le vere intenzioni di uno s.....o.»

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