Euphoria 3, il matrimonio shock di Cassie e Nate. La recensione del terzo episodio
Serie TV
Introduzione
Nel terzo episodio di Euphoria 3, “The Ballad of Paladin”, disponibile su Sky e NOW, il matrimonio tra Cassie e Nate si trasforma in un incubo tra debiti, violenza e illusioni sentimentali. Tra fiori da 50mila dollari, strozzini armati, un pappagallo avvelenato e una guerra tra boss che esplode nel cuore della festa, Sam Levinson firma uno degli episodi più estremi e simbolici della stagione. Intanto Rue si muove in un’America sempre più simile a un Far West contemporaneo, mentre Jules mette in gioco corpo e identità. Un racconto perturbante visivamente potentissimo che intreccia sesso, sangue e denaro per smascherare il lato più oscuro del sogno americano
Quello che devi sapere
Euphoria 3x03, cosa significa The Ballad of Paladin
Il titolo dell'episodio 3 della terza stagione di Euphoria, disponibile su Sky e NOW, è un doppio rimando che funziona come citazione musicale e come dichiarazione di poetica nello stesso respiro. Da una parte c'è la ballata omonima scritta nel 1958 da Johnny Western, Richard Boone e Sam Rolfe — sigla fissa della serie televisiva Have Gun – Will Travel a partire dalla seconda stagione, che Laurie (Martha Kelly) guarda in loop sul suo televisore mentre coccola il suo pappagallo. Dall'altra c'è Paladin, il protagonista interpretato da Boone: investigatore gentiluomo, pistolero a pagamento, uomo che chiedeva mille dollari ai ricchi e lavorava gratis per i poveri. Robin Hood col revolver, biglietto da visita in tasca e bussola morale tutta sua. «Bevo per la sete che avrò», avrebbe detto François Rabelais: e Paladin lavora per i debiti che gli altri non riusciranno mai a estinguere.
Il pappagallo si chiama Paladin, come il pistolero. Ed è il punto più vulnerabile della donna più fredda della serie. Laurie gli canta canzoncine e lo chiama piccolo tesoro perfetto — con quella tenerezza specifica che riserva all'unico essere vivente che non le ha ancora fatto niente di male. È lì che Bishop (Darrell Britt-Gibson), il silenzioso emissario di Alamo, colpisce: una compressa di fentanil nella ciotola dell'acqua, mentre tutti sono distratti. Paladin berrà, cadrà dal trespolo e morirà in una crisi epilettica mentre Laurie sonnecchia sulla poltrona reclinabile con Have Gun – Will Travel sullo schermo. Il Far West ha il suo cadavere, e stavolta ha le piume.
Prima di andarsene, Bishop si fa riconoscere come cowboy da una Laurie sorpresa. «Non sapevo che ai neri piacessero i western», dice lei. «Sono un fottuto cowboy», risponde lui, con la nonchalance di chi ha già vinto la mano. È il western dentro la serie: Euphoria come palinsesto di riferimenti, specchio che riflette specchi.
Euphoria 3 e il Far West moderno: Rue, Alamo e la nuova America
Come nel primo episodio della stagione 3 — quello in cui Alamo sparava alle mele in testa con la pistola placcata d'oro e Rue guidava il Cherokee sul confine tra il Messico e gli Stati Uniti— Levinson usa il registro del western non come decorazione ma come tesi. Questa è l'America, dice Euphoria 3: terra dei liberi e patria dei coraggiosi, dove libero significa libero di vendere armi, corpi e anime, e coraggioso vuol dire avere lo stomaco di farlo senza farsi troppi scrupoli. Come insegna Ingmar Bergman, «il cinema va diretto alle nostre sensazioni, fino nel profondo, nelle stanze scure della nostra anima» — e Levinson lo sa, e usa quella strada buia senza pietà.
Rue (Zendaya) ha già aggiunto «trafficante d'armi» al suo curriculum: cancella numeri di serie e rivende AR-15. «So che molti americani hanno opinioni molto forti sulle armi», narra in voce fuori campo. «Ma se può essere di consolazione, la maggior parte delle armi che vendevo erano destinate al Messico.» Alamo (Adewale Akinnuoye-Agbaje) le chiede perché voglia tornare nella legalità. «Ciò che una volta era illegale ora è legale», spiega lui. Il governo dice che i soldi vanno alle scuole, ma i ragazzi diventano sempre più ignoranti. Qualcosa non quadra. La conversazione viene interrotta dal maiale.
Il maiale è la risposta di Laurie al maiale che Alamo le aveva mandato nell'episodio precedente — la guerra tra i due boss si combatte a colpi di suini. L'animale irrompe nel Silver Slipper, e Alamo gli spara in testa sul dancefloor. Il sangue schizza sul viso della spogliarellista vicina. Come già con il serpente nell'episodio 1, ogni animale dice quello che i personaggi non riescono a dire a parole: in questo caso, che la guerra è dichiarata e i danni collaterali sono già in preventivo.
La scena di Fez e il ricordo di Angus Cloud
In mezzo a tutto questo pandemonio — maiali abbattuti sul dancefloor, sculture di ghiaccio che si sciolgono, cesoie da potatura che fanno il loro sporco lavoro — c'è una scena che rompe il ritmo e il tono di tutto il resto. Rue è in auto, diretta da Laurie per conto di Alamo. Il telefono squilla. È una chiamata dal carcere. È Fez.
Sentiamo solo la voce di Zendaya. Dall'altra parte del filo non c'è nessuno, o meglio: c'è tutto. Rue ride, scherza, gli dice che verrà a prenderlo quando uscirà. Gli dice quanto gli manca. La scena dura poco, non ha musica invadente né regia ostentata — Levinson si fa da parte e lascia che sia Zendaya a fare il lavoro, e Zendaya lo fa con quella semplicità disarmante che è la sua cifra migliore: non interpreta il dolore, lo abita.
La ragione per cui questa scena pesa più di qualsiasi altra nell'episodio è una sola, e non riguarda la finzione: Angus Cloud, l'attore che interpretava Fezco Odom fin dalla prima stagione di Euphoria, è morto il 31 luglio 2023 a soli 25 anni, per un'overdose accidentale da mix di sostanze. La serie ha scelto di non cancellarlo dalla narrazione né di ignorarne l'esistenza: Fez è in carcere, e Rue gli telefona, e sentiamo solo metà della conversazione. È una scelta di scrittura e di rispetto insieme. Come in certi film in cui la macchina da presa si ferma su una sedia vuota e non dice niente, perché non c'è niente da dire che l'immagine non abbia già detto.
In Euphoria si parla spesso di overdose, di fentanil, di corpi che cedono. Di solito è narrativa. Questa volta no. Questa volta la voce che manca è quella di un ragazzo vero, e Zendaya lo sa, e lo sa chiunque guardi la scena con la consapevolezza di quello che è successo fuori dallo schermo. «Da allora», dice la voce fuori campo di Rue in un altro momento della stagione, «non sono mai stata veramente sobria.» C'è una frase che vale per il personaggio e per qualcosa di più grande, qualcosa che la serie porta con sé come un peso che non si può depositare.
Jules sugar baby: corpo, potere e identità nella serie
L'episodio si apre con la storia d'origine di Jules (Hunter Schafer) come sugar baby, raccontata con la struttura dei flashback che Euphoria usa come firma. La coinquilina della scuola d'arte che la introduce al mestiere («È come uscire con qualcuno, solo che vieni pagata»), la sequenza di clienti — l'avvocato quarantottenne con il feticismo per le calze di nylon, il produttore hollywoodiano, il finanziere ordinario — e infine Ellis (Sam Trammell), chirurgo plastico sposato con il complesso di Dio: «Faccio il chirurgo plastico per vivere. C'è ben poco che mi metta a disagio.»
C'è qualcosa di Soderbergh in questa sequenza, qualcosa de The Girlfriend Experience: il corpo come merce, la merce come arte, l'arte come sopravvivenza. Ellis avvolge Jules in cellophane lasciandole solo la bocca libera, si allontana per ammirare il suo lavoro, le dice «Potrei tenerti con me per sempre». La colonna sonora è trionfante. «Nel corso della storia americana», narra Rue in apertura, «ci sono sempre state occasioni in cui le persone potevano arricchirsi». Come durante il proibizionismo. Come con le criptovalute. Jules ha trovato la sua corsa all'oro personale. Come scriveva Boris Vian nel suo La schiuma dei giorni, esiste un «Pianococktail» in grado di preparare un drink che ha il sapore stesso della musica suonata su di esso. Il problema è capire che musica stia suonando Ellis, quando avvolge Jules nella pellicola trasparente. E se quella musica assomiglia troppo a quello che Cassie sente durante il suo matrimonio — la promessa che qualcuno si prenda cura di te, a qualunque prezzo — allora forse le due storie non sono così lontane come sembrano.
Sesso, sangue e soldi: il cuore oscuro di Euphoria 3
Se doveste ridurre questo episodio a una formula — cosa che Levinson detesta, ma che a volte è l'unico modo per orientarsi — quella formula sarebbe: Sesso, Sangue, Soldi. Le tre esse che Euphoria ha sempre maneggiato con sfrontatezza, e che in questa terza stagione sono diventate dichiarazione di poetica esplicita.
Il sesso è ovunque: nella relazione di Jules con Ellis, nel lavoro di Rue nel Silver Slipper, in Rosalía con il collare ortopedico come accessorio di scena — il cameo dell'episodio precedente si estende anche qui, con la stessa geometria: indomabile, autosufficiente, straniera in un paese che ha già capito tutti i trucchi. E nel matrimonio stesso di Cassie e Nate, che è una performance continua dell'illusione di coppia. Il primo ballo nuziale è il momento più emblematico: Nate che mima chitarra sul sedere della moglie davanti a parenti, amici e creditori, il lazo d'aria, il twerking in smoking. Una coreografia che è già separazione.
I soldi sono il motore narrativo. Nate ha sperperato i fondi degli investitori — tra cui una coppia che ci aveva messo i risparmi per l'università dei figli — per finanziare i cinquantamila dollari di fiori che Cassie aveva guadagnato su OnlyFans. Naz (Jack Topalian), magnate delle pompe funebri prestato all'usura, si presenta al tavolo degli sposi con la puntualità di una comparsa di Pulp Fiction. Il sangue arriva come il dessert: il mignolo del piede di Nate reciso con le cesoie sul tappeto della villa, il naso rotto di Cassie, il sangue del maiale sul viso della spogliarellista. «Un ottimo scotch sprecato così», direbbe Daniel Craig nei panni di Bond in Skyfall — ma qui non c'è nessuno scotch, solo sangue sul tappeto e fiori che domani appassiranno.
Euphoria 3: BB, Cal e Jules: i personaggi in controluce del matrimonio
In mezzo al pandemonio, tre figure si muovono in controluce. BB — Barbara Brookes, interpretata da Sophia Rose Wilson — arriva al matrimonio in stato interessante, con l'ombelico in bella vista e la disinvoltura di chi considera il sacro vincolo altrui una faccenda di scarso interesse rispetto alla propria condizione. Un dettaglio che Levinson piazza lì come una bomba a orologeria narrativa.
Cal Jacobs (Eric Dane, alla sua ultima apparizione nel cast fisso della serie, e questo pesa ogni volta che lo si vede in scena) incontra Jules al bar del ricevimento in uno scambio che dovrebbe essere disturbante e finisce per essere quasi bonario — il che è forse la cosa più disturbante di tutte. Cal è finito nel registro dei molestatori sessuali, non per Jules ma per un altro video, e lamenta la sua «lettera scarlatta dei giorni nostri». Jules lo ascolta con quella serenità fredda che è ormai la sua cifra. «Ti piacciono le ragazze giovani», gli dice. «Ma è legale», insiste lui. «Ci sei andato un po' troppo vicino», risponde lei. Poi si allontana. Cal fischietta.
La rivelazione più interessante è quando Jules mette insieme i puntini: se la polizia non ha mai trovato il video che Cal aveva girato a sua insaputa, Nate deve averlo distrutto. Questa consapevolezza sposta gli equilibri della scena successiva, quando Nate la raggiunge nel giardino per una sigaretta e la ringrazia per essere venuta. È il tipo di debito morale che Euphoria accumula senza mai saldare del tutto, e che rende i personaggi complicati anche quando non lo sembrano.
Cassie e la paura di diventare povera: il vero tema dell’episodio 3
«Non voglio diventare povera.» Cassie lo dice piangendo durante il primo ballo, con Nate che le mima la chitarra sul sedere e Naz che li osserva dall'angolo. È la frase che riassume tutto l'episodio e probabilmente tutta la stagione. La povertà come orrore assoluto, come unica vera paura in un universo in cui droga, violenza, menzogna e tradimento sono già dati acquisiti, elementi dell'arredo.
È l'eco rovesciata di Juana, la domestica messicana dell'episodio precedente che rispondeva «No» alla domanda «Non vorresti di più dalla vita?» e aggiungeva «L'America è il mio sogno», semplicemente, senza cercarlo su OnlyFans né costruirlo sui debiti di qualcun altro. Cassie ha tutto e non sa chi è. Juana non ha niente e sa esattamente cosa vuole. Levinson non commenta. Non ce n'è bisogno.
Nate ha costruito tutto su questa paura: il progetto immobiliare SunSettlers, le residenze per anziani bloccate da una pianta rara nel cantiere, la villa lussuosa, la limousine Hummer, gli addobbi da cinquantamila dollari. Tutto set design di una vita che non esiste, proprio come la scultura di ghiaccio con il seno che si scioglie. Come avverte Bogart in Il grande sonno di Howard Hawks: quando sei seduta al tavolo con qualcuno che ti deve qualcosa, mica puoi ordinare una coca-cola. Prima o poi arriva il conto.
L'episodio si chiude con tre immagini in rapida, crudele sequenza: Paladin che beve dall'acqua avvelenata e cade dal trespolo. Rue fermata dalle sirene della DEA mentre ascoltava le audiocassette della Bibbia che le aveva dato Ali. Cassie che piange sul tappeto imbrattato di sangue, più addolorata per la notte di nozze rovinata che per le ferite del marito. «Alcune donne ereditano ricchezze», le dice Naz prima di andarsene. «Altre ereditano debiti.»
Se questo episodio fosse un cocktail: The Ballad of Paladin
Me lo chiedo ogni volta che guardo qualcosa che mi colpisce davvero: se questa storia fosse un drink, cosa ordineresti? Il terzo episodio di Euphoria 3 non è l'Aperol Spritz al Peninsula dell'episodio precedente — quello bello fuori e trappola dentro, il drink di Maddy che sorride a Cassie mentre aspetta il momento giusto per sferrare il colpo di grazia. Questo è qualcosa di più torbido e di più onesto.
Base di bourbon texano — qualcosa che sa di frontiera e di fuoco lento, come il Jack Daniel's che Alamo serve nel Silver Slipper. Un goccio di sciroppo di rose stantio: quello che resta degli addobbi floreali da cinquantamila dollari il giorno dopo, quando i fiori in rosa e arancio pendono già inerti dagli archi nuziali. Sangue d'arancia, per il sangue che schizza sul tappeto e sul viso della spogliarellista. Un'oliva avvelenata, in memoria di Paladin il pappagallo. Servito in un bicchiere da matrimonio con una crepa già visibile sul bordo, senza ghiaccio perché la scultura si è già sciolta — quella col seno di Cassie, per la precisione. Guarnito con un mignolo del piede.
Si beve in un sorso, ci si brucia la gola, e si capisce solo dopo perché lo si è ordinato. Come scriveva Boris Vian nel suo La schiuma dei giorni, il Pianococktail prepara un drink «che ha il sapore stesso della musica che viene suonata su di esso». Qui la musica è The Ballad of Paladin di Johnny Western, la ballata di un pistolero gentiluomo che nessuno ha più i soldi per pagare. Il gusto è amaro. Lo ordini lo stesso.
Euphoria 3x03, il matrimonio di Cassie e Nate spiegato: cosa succede
Più compatto del secondo episodio, più detonante del primo, The Ballad of Paladin è l'episodio in cui Euphoria 3 smette di costruire e comincia a far esplodere. Ha momenti che poche altre serie sarebbero in grado di produrre: il primo ballo di Nate e Cassie come documento antropologico dell'illusione di coppia, Jules avvolta nel cellophane come studio sulla complicità tra desiderio e controllo, il pappagallo che cade dal trespolo come elegia silenziosa di tutto quello che in questa stagione viene sacrificato sull'altare della guerra tra adulti.
Zendaya abita Rue con quella naturalezza disarmante che ormai è la sua firma: non la interpreta, la consuma. Sydney Sweeney fa il lavoro più difficile — tenere in piedi un personaggio che potrebbe scivolare nella caricatura e invece resta vero anche quando dice le cose più assurde. Jacob Elordi costruisce Nate con una stanchezza che non è solo recitata: è il ritratto di un uomo che ha imparato a sembrare solido anche quando tutto sta franando sotto.
Il matrimonio tra Cassie e Nate non è solo una cerimonia finita male: è la messa in scena di un’illusione che crolla sotto il peso del denaro, della paura e del desiderio di controllo. In Euphoria, l’amore non salva, non redime, non protegge. Al massimo resiste qualche minuto sotto luci perfette, prima che tutto si rompa. E quando arriva il conto, non restano nemmeno i fiori a coprire il disastro.