Giorgio Stammati, esce l'album Good Luck: "La fortuna? Saper convivere con il fallimento"

Musica
Camilla Sernagiotto

Camilla Sernagiotto

Credits: ufficio stampa dell'etichetta discografica Digital Noises

Dopo sei anni ad Aberdeen, il cantautore di Formia torna in Italia e trasforma l'esperienza dello sradicamento in Good Luck, il suo terzo lavoro discografico, in uscita il 6 novembre 2026. Tra nostalgia, cambiamenti e piani B, il cantautore racconta la ricerca di una nuova fortuna attraverso sette canzoni e una docu-serie musicale che intreccia musica e vita reale

Ci sono luoghi che, anche dopo averli lasciati, continuano a rappresentare casa. Per Giorgio Stammati, cantautore di Formia classe 1991, uno di questi è Aberdeen, in Scozia, dove ha vissuto per sei anni costruendo una quotidianità fatta di abitudini, incontri e legami diventati famiglia.

Tornare in Italia non ha significato semplicemente rientrare, ma affrontare la separazione da una parte importante della propria vita e trovare un nuovo equilibrio. Un'esperienza che ha lasciato un segno profondo e che oggi diventa materia narrativa e musicale.

 

È da questo passaggio che nasce Good Luck, il suo terzo lavoro discografico, in uscita il 6 novembre 2026 per l'etichetta Digital Noises. Un album che attraversa le diverse fasi del cambiamento: il desiderio di ricominciare, la preparazione alla partenza, la nostalgia per ciò che si lascia alle spalle e la ricerca di una nuova fortuna.

I singoli Primo tempo e Safety Car

Ad anticiparlo sono i singoli Primo tempo e Safety Car, disponibili dal 2 ottobre scorso (e che potete ascoltare in fondo a questo articolo, perché ne vale davvero la pena). Il primo racconta l'entusiasmo degli inizi e la delusione che può seguire quando le aspettative si scontrano con la realtà; il secondo celebra invece il piano B, quella strada alternativa, meno logica e sicura, che finisce per esercitare un'attrazione irresistibile.

 

Il progetto discografico è accompagnato da una docu-serie musicale in sette episodi, uno per ciascuna canzone, ideata con il regista Emanuele Gaetano Forte. I primi due episodi sono disponibili su YouTube (e potete guardare il primo in fondo a questo articolo). La serie racconta il percorso musicale e personale di Stammati attraverso vere e proprie imprese, talvolta maldestre, legate ai brani e alle loro storie. Non una semplice estensione visiva dell'album, ma un racconto di vita reale che mette in scena dubbi, tentativi, imprevisti e ripartenze, lasciando spazio anche alle fragilità del protagonista. Un modo per avvicinare il pubblico non soltanto alle canzoni, ma anche all'uomo che le ha scritte.

 

Dopo La festa patronale, pubblicato nel 2017, e George Street, uscito nel 2022 e anch'esso accompagnato da una docu-serie ambientata in Scozia, Stammati prosegue così un percorso artistico in cui la dimensione autobiografica si intreccia con la scrittura musicale.

 

Al centro di Good Luck c'è anche una domanda: quanto possiamo fare per prepararci alle occasioni che la vita ci presenta, pur sapendo che la fortuna resta imprevedibile?

Abbiamo incontrato Giorgio Stammati per chiedergli di ripercorre insieme a noi gli anni trascorsi all'estero, il significato del ritorno in Italia e la necessità di trovare una nuova direzione, senza rinunciare all'ironia e alla consapevolezza di chi sa che, quando la fortuna passa, bisogna essere pronti a suonare. Ecco cosa l'artista ha raccontato ai microfoni di Sky TG24.

Intervista a Giorgio Stammati

Sei tornato in Italia dopo sei anni ad Aberdeen: quando hai capito che il ritorno non sarebbe stato semplicemente un rientro, ma un vero e proprio sradicamento?

Ho vissuto ad Aberdeen per sei anni e, ancora adesso, su Google Maps il mio vecchio appartamento è salvato come indirizzo di casa. Non ho ancora avuto il coraggio di cambiarlo. In quei sei anni ho avuto la fortuna di sentirmi a casa, dentro una quotidianità fatta di luoghi, abitudini e persone che, col tempo, sono diventate la mia famiglia. Separarmi da quella famiglia è stato molto difficile.

 

Quanto di Good Luck nasce dalla distanza tra la persona che eri quando sei partito e quella che sei diventato vivendo all'estero?

Forse Good Luck nasce proprio in questo spazio tra i due Giorgio. Il disco è figlio di un processo di cambiamento e cerca di raccontarne le fasi: la necessità di un cambiamento, la preparazione al saluto, la partenza e la ricerca di una nuova fortuna.

 

In Primo tempo racconti l'entusiasmo dell'inizio e la successiva delusione. È una dinamica che riguarda soltanto le relazioni oppure, per te, anche il modo di affrontare la vita e i nuovi progetti?

Penso che in ogni processo ci sia uno slancio iniziale carico di energia che poi tende a esaurirsi o a trasformarsi, quando va bene. Per quanto mi riguarda, è una dinamica abbastanza frequente che tocca quasi tutto quello che faccio, dal leggere un libro al registrare un disco.

 

In Safety Car c'è l'idea di iniziare qualcosa sapendo quasi già che potrebbe fallire, mentre in parallelo si coltiva un piano più rischioso. Quanto c'è di autobiografico in questo meccanismo?

Sicuramente molto. In numerose occasioni mi è capitato di prendere una strada convincendomi o facendomi convincere che fosse quella giusta, ma da subito nella mente frullava il piano B, che è la strada che alla fine ho preso pur essendo meno logica e sicura. L'ho fatto sia quando sono andato in Scozia sia quando sono tornato, per esempio.

 

Il titolo Good Luck sembra quasi un augurio, ma anche una formula che si usa quando non si può controllare ciò che accadrà. Per te la fortuna quanto conta nelle scelte artistiche e personali?

La fortuna è qualcosa che non possiamo controllare. Come dice spesso il mio amico e regista Emanuele Gaetano Forte, è difficile capire fino in fondo se ciò che ci accade sia davvero una fortuna oppure no mentre la viviamo. L'unica cosa che possiamo fare è prepararci, creare le condizioni perché, quando la fortuna passa, possa trovarci pronti e magari accorgersi di noi. Nella musica la fortuna è determinante e ha mille facce, ma quando passa, se passa, bisogna saper suonare!

 

Hai vissuto a lungo in Scozia e oggi racconti il ritorno in Italia: cosa ti ha dato l'esperienza all'estero che probabilmente non avresti potuto trovare restando qui? E cosa, invece, ti ha fatto capire che ti mancava l'Italia?

La Scozia sembra avere dentro di sé tutto ciò che un cantautore possa desiderare: la solitudine, la distanza, la nebbia, le case di pietra e di legno, i paesaggi sconfinati e la birra buona. L'esperienza ad Aberdeen mi ha dato il tempo e l'atmosfera giusta per scrivere nuove canzoni. In Amica immaginaria, una delle canzoni di Good Luck, dico: «Bramerò il lusso di incontrarti per caso». Forse è questo che mi è mancato di più: uscire di casa e incontrare un volto familiare camminando per strada.

 

Il disco e la docu-serie raccontano un percorso reale, non soltanto musicale. Quanto è stato difficile accettare di mostrare al pubblico anche la parte più incerta, fragile o fallimentare del tuo percorso?

Good Luck, così come il disco precedente George Street, è accompagnato da una docu-serie musicale. È un format pensato dal mio amico e regista Emanuele Gaetano Forte, che prevede un racconto video diviso in episodi, uno per ogni canzone del disco. Quando Emanuele mi disse di voler venire a casa mia in Scozia e riprendere la mia vita, ero abbastanza teso all'idea di espormi in quel modo, e lo stesso è successo per Good Luck. Sono due progetti video che ci vedono protagonisti in imprese maldestre; tuttavia, un racconto sincero, vero, era l'unico modo per creare qualcosa di bello, qualcosa che creasse empatia, che fosse credibile e forse anche simpatico.

 

Hai scelto di dedicare un episodio della docu-serie a ciascuna delle sette canzoni: se dovessi considerare Good Luck come un viaggio, qual è la destinazione finale verso cui stai andando?

All'ultima fermata di questo viaggio vorrei scendere e sapere di aver fatto tutto quello che era nelle mie possibilità per farmi trovare pronto dalla fortuna, se mai le andasse di passare di qua. Come destinazione finale, anche fare un tour mondiale non sarebbe male, però!

 

Dopo La festa patronale e George Street, cosa senti di aver lasciato definitivamente alle spalle con questo terzo lavoro e cosa, invece, ritorna come un filo rosso della tua scrittura?

Ho sicuramente lasciato alle spalle la passività con cui vivevo l'attività musicale. Penso che grazie a George Street, al regista Emanuele Gaetano Forte e alle persone che ci hanno sostenuti, ho capito il potenziale del progetto, e questa convinzione me la sono portata dietro in Good Luck. Pur avendo più convinzione rispetto ai dischi precedenti, resta anche lo stesso modo che ho di scrivere canzoni e di godermi la creazione di un disco.

 

Hai studiato e lavorato con artisti come Niccolò Fabi, Tosca e Piero Fabrizi: qual è l'insegnamento ricevuto in quegli anni che oggi riconosci maggiormente dentro la tua musica?

Una decina di anni fa ho avuto la fortuna di entrare nelle Officine Pasolini, un'accademia musicale intensiva a Roma che vantava grandi insegnanti, ma dopo qualche mese ho avuto la sfortuna di slogarmi la mascella mentre cantavo. Quindi è stata un'esperienza strana, vissuta a metà, ma che comunque mi ha lasciato delle cose. Ricordo le lunghe sessioni di ascolto con Piero Fabrizi, che si emozionò ascoltando il verso «e suo figlio è una nave pirata» di Storie di ieri, di De Gregori e De André, e le passeggiate romane con Niccolò Fabi. Non credo di avere il carattere giusto per un'accademia, in realtà: lì dentro ho capito cosa mi piace e cosa mi piace meno della musica. Credo di sentirmi più a mio agio con i due musicisti con cui ho registrato Good Luck, Alessandro Saltarelli e Gianluca Manfredonia, che con estrema pazienza si sono presi cura del disco e, con gusto, lo hanno fatto nascere insieme a me.

 

La tua storia artistica è fatta anche di pause, ripartenze e cambiamenti di direzione. Pensi che per un musicista sia necessario perdersi qualche volta per trovare una voce davvero personale?

Fermarsi può aiutare, ma più semplicemente penso che bisognerebbe fare un disco, scrivere una canzone o suonare dal vivo solo quando se ne sente la necessità.

 

Se Good Luck fosse una domanda anziché un album, quale sarebbe la domanda a cui stai cercando di rispondere attraverso queste sette canzoni?

La stessa domanda che mi faccio all'inizio della docu-serie video Good Luck: "Riuscirò a suonare al Tiny Desk di Washington DC?".

 

Per scoprire la risposta, vi lasciamo invitiamo di seguito a giardare la docu-serie di Giorgio Stammati Good Luck - La docu-serie musicale. 

Approfondimento

"Singolarmente", gli 11 singoli usciti e da non perdere

Spettacolo: Per te