Sol22 presentano il singolo treminutietrenta: il video

Musica

Il titolo è un minutaggio per capire se qualcosa ci interessa, per convincere qualcuno ad assumerci, per raccontare chi siamo, per farci ascoltare, per decidere se restare oppure passare oltre

IL VIDEO E' INTRODOTTO DA UN TESTO ORIGINALE DELLA BAND

Ci siamo accorti che treminutietrenta erano diventati una specie di unità di misura per tutto. Così è nata la canzone. treminutietrenta per capire se qualcosa ci interessa, per convincere qualcuno ad assumerci, per raccontare chi siamo, per farci ascoltare, per decidere se restare oppure passare oltre. E a forza di ragionare su questa cosa ci siamo resi conto che il punto non era nemmeno la durata in sé, ma quella sensazione continua di dover fare tutto in fretta, possibilmente bene e possibilmente al primo colpo. Nel video questa idea è diventata un colloquio di lavoro. Siamo lì, davanti a uno schermo, e continuiamo a cambiarci d’abito nel tentativo di trovare quello giusto, quello che potrebbe renderci più credibili, più professionali, più interessanti o semplicemente più adatti a quello che immaginiamo venga richiesto da chi abbiamo davanti. È volutamente esagerato, ma forse neanche così tanto.

Ci capita continuamente di preparare versioni differenti di noi stessi a seconda del contesto. Cambia il linguaggio, cambia il modo in cui ci presentiamo, cambia quello che decidiamo di mostrare e qualche volta cambia persino quello che pensiamo possa essere opportuno nascondere. Nel videoclip abbiamo portato questa dinamica fino al paradosso, perché ci interessava che facesse anche sorridere. L’ironia nel pezzo è importante: non volevamo costruire una denuncia pesante sulla società contemporanea, anche perché ci siamo dentro esattamente come tutti gli altri. Internet, i social, la velocità con cui possiamo comunicare non sono “il nemico”. Sono gli stessi strumenti con cui lavoriamo, ascoltiamo musica, scopriamo cose, conosciamo persone e manteniamo rapporti. Il problema nasce quando quella velocità diventa anche il tempo che concediamo alle cose per dimostrarci di meritare attenzione.

Un brano deve convincere subito, un contenuto deve fermare lo scrolling, a un colloquio dobbiamo riuscire a condensare competenze, carattere e aspirazioni in pochi minuti...è tutto velocissimo. Anche nella musica ormai ragioniamo continuamente sui primi secondi, su quando arriva la voce, su quanto tempo passerà prima che qualcuno decida se ascoltare tutto il pezzo oppure andare oltre. E mentre cerchiamo di diventare sempre più bravi a essere immediati, rischiamo forse di diventare meno bravi ad aspettare.

Nel video, diretto da Marco Langatta, questa corsa all’adattamento è la protagonista: un cambio d’abito dopo l’altro, una nuova possibilità di essere quelli giusti, mentre il tempo continua comunque a scorrere. Ci piaceva che il video non spiegasse semplicemente il testo, ma prendesse una delle situazioni presenti nel brano e la trasformasse in qualcosa di autonomo, quasi in una piccola ossessione.

Anche perché treminutietrenta è piena di cose che succedono contemporaneamente. C’è il lavoro, c’è l’amore, ci sono i social, c’è il desiderio di passare in radio, c’è Sanremo, ci sono notizie enormi e problemi piccolissimi che per noi, in quel momento, sembrano enormi. È un po’ quello che succede ogni giorno sui nostri telefoni: nello stesso spazio possiamo incontrare una guerra, una pubblicità, una tragedia, un meme, una persona che si sposa e qualcuno che ci scrive che è arrivato tardi al lavoro. Tutto arriva con la stessa facilità e spesso anche con la stessa velocità.

A un certo punto della canzone compare un uomo che urla: “Ridatemi il tempo, lo rivoglio indietro!”. Forse è la frase che meglio racconta il messaggio che vogliamo lasciare a chi la ascolta. Non perché pensiamo che si debba tornare indietro o rallentare per forza, ma perché continuiamo a inventare strumenti per risparmiare tempo e contemporaneamente abbiamo sempre la sensazione che non basti mai.

Alla fine quei tre minuti e trenta sono solo la durata di una canzone. Però ci piaceva usarli per riflettere e provare a far riflettere su quanto tempo concediamo ancora alle cose prima di decidere che non fanno per noi, e, soprattutto, su quante volte cambiamo noi stessi per riuscire a stare in quel tempo.

 

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