Keith Moon, 80 anni fa nasceva il batterista dei The Who che suonava come un'esplosione
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Il 23 agosto 1946 nasceva Keith Moon, l'irrequieto batterista dei The Who che trasformò la batteria da semplice accompagnamento a strumento protagonista. A ottant'anni dalla nascita, ritratto di “Moon the Loon”: l'audizione incendiaria, My Generation, Tommy, Who's Next, gli hotel devastati, il leggendario compleanno di Flint, il cinema con Ken Russell e una morte a soli 32 anni. Dietro la maschera però, resta un musicista irripetibile che cambiò per sempre il suono e la postura del rock
Ottant’anni. Per Keith Moon sono quasi un ossimoro. Più improbabili, forse, di un assolo di batteria, visto che lui, diversamente da molti colleghi dell’epoca, i drum solo proprio non li sopportava. Nel 1974, al Madison Square Garden, quando Pete Townshend e John Entwistle smisero apposta di suonare per lasciargli la scena, Moon resistette da solo soltanto per poco. Poi si fermò: gli assoli di batteria erano noiosi, sosteneva. Del resto, perché limitarsi a un assolo quando si poteva trasformare un intero concerto in una deflagrazione?
Keith John Moon nasce e cresce a Wembley. Sarebbe diventato il batterista dei The Who, ma soprattutto uno degli uomini che hanno modificato per sempre il ruolo della batteria nel rock. Non più soltanto il battito cardiaco nascosto dietro chitarra e voce. Con Moon le percussioni salgono sul proscenio, fanno smorfie, accelerano, precipitano, incendiano il ritmo. A volte sembrano persino voler scappare dalla canzone. Eppure, miracolosamente, restano dentro.
Da Wembley ai The Who: un'audizione a colpi di tamburo
Da ragazzo Keith Moon ama la musica surf, il rhythm and blues, il jazz e soprattutto Gene Krupa, batterista spettacolare prima ancora che la parola rockstar avesse assunto il significato che conosciamo. Suona con i Beachcombers e nel 1964, appena diciassettenne, arriva la svolta.
Secondo la storia divenuta canonica, si presenta a un concerto dei Who sostenendo di saper suonare meglio del batterista che si trovava sul palco. Gli lasciano provare. Moon si siede, pesta sul kit come se dovesse regolare un conto personale con tamburi e piatti e quasi lo demolisce. Invece di chiamare la polizia, gli Who lo ingaggiano. Il rock, a differenza dei condomìni, talvolta premia i vicini rumorosi.
L’arrivo di Moon completa una delle geometrie più strambe e perfette della musica britannica: Roger Daltrey è il corpo e la voce, Pete Townshend il cervello inquieto e la chitarra mulinante, John Entwistle l’aplomb quasi funerario del basso, Keith l’Es esploso in mille pezzi dietro una batteria.
Altro che quartetto d’archi.
Quando la batteria smise di tenere soltanto il tempo
Keith Moon non suonava come gli altri. La sua tecnica privilegiava tom-tom, crash di piatti e fill disseminati là dove un batterista ortodosso difficilmente avrebbe osato metterli. Il suo kit cresce negli anni fino a diventare una sorta di architettura brutalista delle percussioni, con doppia cassa, file di tom, timpani, piatti e perfino un gong.
John Entwistle ricordava che Moon non attraversava semplicemente la batteria da destra a sinistra: procedeva in avanti, quasi a zig-zag. Roger Daltrey sottolineava invece la capacità istintiva dell’amico di inserire passaggi ritmici nei punti più impensabili. Insomma, Keith non si limitava a tenere il tempo. Lo corteggiava, lo provocava, talvolta lo prendeva a schiaffi. E alla fine riusciva quasi sempre a sedurlo.
Già in I Can't Explain del 1965 il suo rullante annuncia che qualcosa è cambiato. Poi arrivano My Generation, Happy Jack, I Can See for Miles. Ma con Tommy, la rock opera pubblicata nel 1969, Moon diventa quasi un’orchestra dentro l’orchestra.
Il paradosso è sublime. Un musicista celebrato per l’apparente anarchia possedeva un rapporto profondissimo con la struttura delle canzoni. Il caos era il linguaggio, non l’assenza di grammatica.
Da Tommy a Who's Next, il caos aveva un metodo
Basta ascoltare Won't Get Fooled Again. Il sintetizzatore disegna una geometria quasi matematica; Moon la attraversa come un bambino che corre in una stanza appena riordinata dagli adulti. Eppure nulla cade davvero fuori posto.
In Who's Next del 1971 il batterista è costretto a confrontarsi maggiormente con sequenze e sintetizzatori. Il risultato non è l’addomesticamento del mostro, ma qualcosa di più interessante: l’energia trova una cornice. Bargain, Behind Blue Eyes, Won't Get Fooled Again dimostrano quanto la sua apparente sregolatezza fosse in realtà fondata sull’ascolto degli altri componenti del gruppo.
Il concetto di accompagnamento gli stava stretto. Moon reagiva alla chitarra di Townshend quasi fosse un secondo solista e nello stesso tempo dialogava con il basso di Entwistle. Non è un caso che, dopo la sua morte, gli Who abbiano potuto trovare batteristi tecnicamente eccellenti senza riuscire davvero a sostituire quella specifica forma di squilibrio.
Esistono musicisti insostituibili perché sono perfetti. Keith Moon lo era perché era perfettamente Keith Moon.
Moon the Loon, quando la maschera rischiò di divorare l'uomo
Naturalmente esiste l’altro Keith. “Moon the Loon”, il matto Moon: il distruttore di camere d’albergo, televisori e soprattutto gabinetti. Aveva una passione decisamente poco idraulica per petardi, cherry bomb e, secondo numerosi racconti, persino dinamite. Una toilette intatta nelle vicinanze di Keith Moon poteva legittimamente sentirsi minacciata.
Le sue imprese sono diventate il Vecchio Testamento degli eccessi rock. Il problema è che, a forza di riderne, si rischia di perdere l’uomo dietro la gag.
Prendiamo il suo ventunesimo compleanno, il 23 agosto 1967, durante il tour americano degli Who con gli Herman's Hermits. All’Holiday Inn di Flint, in Michigan, la festa degenera: torte che volano, estintori azionati, danni all’albergo, polizia e Moon che finisce dal dentista dopo essersi rotto un dente.
Poi c'è l'automobile nella piscina.
Nell’immaginario collettivo è diventata spesso una Rolls-Royce. Moon raccontò invece di una Lincoln Continental finita nell’acqua. Il piccolo dettaglio è che diversi testimoni negarono l’accaduto e il biografo Tony Fletcher arrivò alla conclusione che quella nuotata automobilistica probabilmente non avvenne mai. Poco importa al mito: quando una storia su Keith Moon è abbastanza folle da sembrare vera, il rock tende a considerarla tale.
Keith Moon al cinema: dalla suora a Uncle Ernie
Forse Moon sapeva di essere un personaggio prima ancora che un musicista. E dunque il cinema non poteva non accorgersi di lui.
Nel 1971 appare in 200 Motels di Frank Zappa interpretando, ça va sans dire, una suora terrorizzata dall'idea di morire per overdose. Due anni dopo è il batterista J.D. Clover in That'll Be the Day, ruolo ripreso nel sequel Stardust del 1974.
Ma il matrimonio perfetto avviene con Ken Russell.
Nel sontuoso, lisergico, smodato Tommy del 1975 Moon interpreta Uncle Ernie. Pensare a qualcun altro nel ruolo sarebbe quasi un miscasting metafisico. Russell e Moon condividono la stessa allergia alla sottrazione: entrambi considerano il buon gusto un’interessante ipotesi, non certo un obbligo morale.
L'ultima apparizione cinematografica arriva nel 1978 con Sextette, estremo canto del cigno sul grande schermo di Mae West.
E nello stesso 1975 Moon pubblica anche il suo unico album solista, Two Sides of the Moon. Con una sublime contraddizione: uno dei batteristi più celebri del pianeta suona personalmente la batteria soltanto in tre brani, lasciando spesso le bacchette a musicisti come Ringo Starr e Jim Keltner. In compenso canta. Perché fare ciò che tutti si aspettano da te quando puoi fare esattamente il contrario?
Who Are You, l'ultima domanda
Negli anni Settanta, però, la buffoneria comincia sempre più spesso a mutarsi in tragedia. L'alcol non è più un accessorio del personaggio, ma una dipendenza. Il corpo cambia, le performance diventano meno affidabili e l'uomo che sul palco sembrava possedere un’energia inesauribile comincia a perdere il controllo.
Who Are You, pubblicato nell'agosto del 1978, sarà l’ultimo album degli Who registrato con lui. Sulla copertina Moon è seduto a cavalcioni su una sedia. Sullo schienale compare la scritta “Not to be taken away”. Non portare via.
Con il senno di poi sembra uno di quegli scherzi che il destino dovrebbe avere la decenza di evitare.
Keith Moon muore a Londra il 7 settembre 1978. Ha soltanto 32 anni. La causa è un’overdose di clometiazolo, commercializzato come Heminevrin, farmaco che gli era stato prescritto per combattere i sintomi dell’astinenza dall’alcol. L’uomo passato alla storia per gli eccessi stava tentando, proprio allora, di smettere di bere.
Un epilogo che rende persino un po’ osceno continuare a raccontarlo soltanto come il pazzo che faceva esplodere i gabinetti.
Keith Moon, il suono che resta
Nel 1990 Keith Moon entra postumo nella Rock and Roll Hall of Fame insieme agli Who. Ma le onorificenze, per quanto prestigiose, raccontano soltanto una parte della sua eredità.
La verità è nelle registrazioni.
È in quel rullante che anticipa, nei tom che sembrano rotolare giù dalle scale, nei piatti percossi come se il concerto dovesse terminare tra trenta secondi e quindi non ci fosse più tempo da perdere. Sta in My Generation, I Can See for Miles, Pinball Wizard, Baba O'Riley, Behind Blue Eyes, Won't Get Fooled Again. Sta soprattutto nelle immagini di The Kids Are Alright, il documentario pubblicato nel 1979 che finì involontariamente per trasformarsi anche in un requiem per Moon e si conclude con la performance girata a Shepperton nel maggio 1978, la sua ultima esibizione con gli Who.
Keith Moon ha dimostrato che un batterista non deve necessariamente stare dietro.
Può stare dappertutto.
Dentro la melodia, contro la chitarra, sopra il basso. Può essere ritmo e rumore, slapstick e tragedia, Buster Keaton con due bacchette in mano e Dioniso seduto davanti a una doppia cassa.
Il 23 agosto 2026 avrebbe compiuto ottant'anni.
È difficile immaginarlo.
Forse perché certi artisti non appartengono davvero all'anagrafe. Abitano il tempo in levare.