Ana Carla Maza presenta il singolo Coranzoncito: il video

Musica

Nel brano la musica è diventata parte del paesaggio, mentre il paesaggio è entrato nella musica

IL VIDEO E' INTRODOTTO DA UN TESTO ORIGINALE DELL'ARTISTA

Il video di Coranzoncito Mio nasce da un incontro speciale: quello tra la mia musica e la natura dell’isola giapponese di Amami. Girare questo video è stata un’esperienza

profondamente emozionante. La regista Azusa Maruyama ha saputo raccontare la mia musica attraverso immagini che seguono il ritmo e l’anima del luogo, creando un dialogo tra il paesaggio, il corpo, la voce e il violoncello. Nel video mi vedete immersa nella natura dell’isola, dal mare ai campi di grano, in un percorso che attraversa luoghi suggestivi e atmosfere capaci di restituire tutta la forza e la delicatezza di Amami. Suonare il violoncello in questo contesto è stato qualcosa di molto intenso: il mio strumento, che normalmente vive sul palcoscenico, si è trovato a dialogare con il vento, l’acqua, la terra e gli spazi aperti. La musica è diventata così parte del

paesaggio, mentre il paesaggio è entrato nella musica.

Questo incontro con il Giappone arriva in un momento particolarmente importante del mio percorso, quello del mio nuovo album, Alamar. Il disco prende il nome dal quartiere dell’Avana dove sono nata, un luogo che per me rappresenta l’infanzia, la felicità, il mare e la mia storia familiare. Alamar è anche il luogo in cui si intrecciano le origini cubane e cilene della mia famiglia. Mio padre e mia nonna arrivarono a Cuba dal Cile dopo il colpo di Stato di Pinochet. La loro storia è quella di un esilio, ma io non ho mai voluto guardare a questa memoria soltanto attraverso il dolore. Al contrario, ho cercato di trasformarla in musica, energia, luce e bellezza. Sono nata proprio ad Alamar, in un edificio che aveva accolto numerosi bambini cileni esiliati. La mia storia personale nasce quindi dall’incontro tra culture, viaggi e identità diverse: sono cubana, ma porto con me anche una memoria familiare profondamente legata al Cile.


Sono cresciuta in una casa piena di musica. Mia madre è chitarrista, mio padre pianista e, fin da bambina, la musica è stata una presenza naturale nella mia vita. In casa c’erano diversi pianoforti e inizialmente ero attratta proprio da quello strumento. Poi, durante un concerto dell’Orchestra Sinfonica di Cuba, ho ascoltato il violoncello e ho avuto una vera rivelazione. Ho capito che quello sarebbe stato il mio strumento. Il violoncello per me non è soltanto uno strumento classico. È una voce, quasi una parte del corpo. Ha una profondità e una capacità espressiva che mi permettono di raccontare emozioni anche senza le parole. Nel tempo ho cercato di liberarlo dai confini più tradizionali, facendolo dialogare con la mia voce, con il ritmo cubano, con il jazz e con la musica latinoamericana. La mia musica nasce proprio da questo incontro: la formazione classica e l’energia della cultura afrocubana, la memoria e il presente, la tradizione e il desiderio di libertà.

Alamar è un album molto personale. È un viaggio nella memoria, ma anche un disco

pieno di energia, ritmo e vitalità. Racconta le mie radici, l’amore, l’esilio, la famiglia e il

rapporto con la mia terra. Ho cercato di trasformare una storia personale in qualcosa di universale, perché credo che la musica abbia proprio questa capacità: partire da

un’esperienza intima e riuscire a parlare a persone che provengono da luoghi e culture completamente diverse. In questo album voce e violoncello dialogano in modo molto naturale. Per me, il violoncello è sempre stato una voce e il canto è diventato un’estensione di quello strumento. Quando suono e canto, non penso a due elementi separati: sono due modi diversi di raccontare la stessa emozione. Il violoncello può essere dolce, malinconico, potente, luminoso; può respirare e muoversi dentro il ritmo, proprio come una voce umana. Alamar è anche il risultato di tutti i viaggi che ho fatto e degli incontri che ho vissuto. Le mie radici cubane sono sempre presenti, anche dopo molti anni trascorsi in Europa e dopo aver suonato in tanti Paesi del mondo. Viaggiare non significa perdere le proprie origini. Al contrario, significa imparare a guardarle da nuove prospettive. La mia musica continua a

partire da Cuba, ma ogni incontro, ogni palco e ogni luogo attraversato contribuisce a farla crescere.

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