Gloria Campaner: “Dreamer è chi mette la meraviglia davanti alla paura"

Musica
Fabrizio Basso

Fabrizio Basso

L'artista di Jesolo è stata protagonista di un concerto per le piante nelle foreste casentinesi che è il prologo ufficiale, e naturale, della rassegna Naturalmente Pianoforte che invaderà, con i suoi 100 piani e 130 musicisti, questi luoghi dall'11 al 19 luglio. L'INTERVISTA

Dall’11 al 19 luglio 2026 Naturalmente Pianoforte trasforma la valle casentinese in un’esperienza di sinestesia totale, dove musica, arte e paesaggio si fondono fino a cancellare ogni confine tra ciò che si sente e ciò che si vede. Cento pianoforti disseminati tra borghi, pievi e foreste diventano presenze vive: non accompagnano il paesaggio, ne fanno parte. È qui che il tema dell’VIII edizione che è Nessun genere di confine prende forma, in un dialogo continuo tra suono e natura, tra percezione e realtà. È solo l’inizio di un racconto più ampio: un festival che si dispiega nel tempo e che, passo dopo passo, continuerà a rivelare nuovi artisti, incontri e traiettorie, componendo un paesaggio sempre più ricco e sorprendente. Naturalmente Pianoforte ha avuto un emozionante anteprima con la pianista (o meglio oggi in veste di pianista che visto che le sue frequentazioni nel mondo dell'arte sono plurime) Gloria Campaner che ha suonato per le piante. La ho incontrata, dopo il tributo che gli alberi le hanno tributato con un intenso stormir di foglie, nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi.

Campaner

Gloria partiamo dalla tua presenza a Naturalmente Pianoforte: descrivimi l’emozione di portare la propria musica nella natura e dal punto di vista dell’approccio musicale cosa cambia rispetto a un auditorium o un teatro.
Si parte da una sensazione di silenzio diverso che è già musica, gli uccellini e il vento sono più suono delle mie prime note. L’origine della musica rimanda a suoni primordiali e a un uomo che li imitava con il suo elemento più spontanea che è la voce umana. Mi piace fare riferimento al concetto dei frutti spontanei da raccogliere che poi ci hanno portato a forgiare strumenti sempre più raffinati. Momenti come questi ti ricordano l’origine delle cose.

Lo spettacolo che porterai il 19 luglio alla Pieve di Romena, sempre nell’ambito di Naturalmente Pianoforte, con Paolo Ruffini, si chiama Mi Manchi. L’alba della mia felicità: sembra l’incipit di una poesia stilnovistica, penso a Cecco Angiolieri. Come è stato pensato?
A due voci e pianoforte ed è pensato come una storia d’amore tra la notte e il giorno, un amore impossibile perché si incontrano solo per pochi istanti all’alba. E’ un racconto di nostalgia.

La prima parte è La Morte nella Felicità che sembra un ossimoro: fai parte di quella schiera di artisti che nelle fasi melanconiche sono più creative?
Non essendo una compositrice non ho momenti di creatività ma la musica ci collega a emozioni che vanno oltre le parole. Le lacrime ci sono e io da interprete accorcio le distanze emotive. Per me è stata nutrimento in miei momenti difficili.

Poi arriva La Rinascita della Felicità che è anche un inno alle piccole cose quotidiane: tu la vivi la quotidianità o sei fagocitata da una società che ci vuole sempre iperattivi e performanti?
Ci provo, la trovo nella meditazione, in qualche pratica solitaria che non abbia a che fare col pianoforte, strumento che in passato mi ha alienato dalla società. La quotidianità la trovo anche in una passeggiata; e comunque sono parte della società.
 
Perché abbiamo paura di essere felici? E chi è oggi un dreamer?
Kurt Vonnegut ha titolato un suo libro Quando siete felici fateci caso. Me lo dico tutti i giorni, spero che temerla diventi obsoleto e tornino i piccoli riti quotidiani che nutrono. Un dreamer è chi mette la meraviglia prima della paura, chi ritiene l’errore un volo e non una caduta. Uso l’immaginazione più della forza di volontà.

Con Valeria Solarino ci porti oltre le colonne d’Ercole dove scorre sempre il vivere: è la grande dimenticanza dell’umanità?
Più facile restare nella zona di confort con gli errori che diventano fratelli; quello è un viaggio per trovare l’altro da sé poiché determinati viaggi non sono solo fisici.

“De remi facemmo ali al folle volo”: quale è il tuo ultimo volo folle? E temi che la paura di essere un Icaro che si brucia le ali sia il freno a mano dell’ispirazione?
Sono abbastanza misurata, entusiasta ma non folle. Qualche anno fa decisi  di cambiare vita e lasciare un meccanismo di tour sfrenati: sembrava folle, ero all’apice di una carriera ma io ero consapevole che la mia realizzazione era più vicina alle persone che al centro di un palco.

Parliamo de La Notte Eretica ideata da Alessandro Baricco e basata sul suo saggio Breve storia eretica della musica classica: chi è un eretico nel 2026?
Si lo sono e prendo spunto, quella è una teoria anche evoluzionistica. Ne ho fatti di passi eretici talvolta anche cadendo.

Nel tuo percorso artistico ci sono musica da camera, jazz, elettronica: quanto la tua esperienza di studio a Karlsuhe e i concerti all’estero sono stati importanti per trovare l’energia per spaziare in più generi?
E’ stato fondamentale uscire e andare oltre con un po’ di audacia, che è genio e magia, e che poi ti fa tornare con mezzi espressivi impensati. Sono per le esplorazioni musicali.

Ho visto sui social che sei stata recentemente ospite di un momento di body creativity: quanto è importante oggi la salute emotiva?
Nel folle volo c’è tanto di questo. Per curare la mente devi passare dal corpo, siamo finalizzati al sentirci bene con le nostre risorse psicologiche e col nostro organismo, dal respiro al corpo. Il corpo è la nostra casa. E’ un metodo che porta a guardare anche quello che non vedi, le emozioni sono dentro di noi.

So che hai fondato il laboratorio creativo C# See Sharp, un metodo multidisciplinare finalizzato alla gestione delle risorse psicologiche e dell'emotività legate alla performance musicale: i ragazzi di oggi li vedi emotivamente deboli?
Li vedo deboli, mi spiace dirlo perché ho grande fiducia in loro. Sono talmente sopraffatti dal mondo che li circonda che hanno un ngroviglio emotivo che non ti fa trovare risposte.

Una delle tue cifre stilistiche è la contaminazione: secondo te perché in Italia, che siamo la culla della musica, fatichiamo ancora ad accettare l’unione tra i generi?
Leonardo Bernstein ha fatto tutto così come Glenn Gould, Arturo Benedetti Michelangeli ha detto che una vita non basta per fare bene una sola cosa e allora è giusto mettersi in gioco.

Oggi che i casting si fanno su Tik Tok, come racconti a un adolescente il concetto di talento, tu che hai iniziato a suonare il piano a quattro anni e a undici hai partecipato al primo concerto con un’Orchestra Sinfonica?
Dopo un po’ di anni posso dire con assoluta certezza che è un dono, un daimon e un demone, che infuoca ma può anche bruciare. Segna il confine e va innaffiato perché devi esplorare, lo storytelling si sviluppa solo con l’esperienza, compresa quella immaginativa.

In questo 2026 ricorrono i dieci anni del tuo album su Rachmaninov: pensi di ripubblicarlo e di celebrarlo in qualche modo?
E’ uno dei miei preferiti, c’è sempre qualcosa di suo nei miei set. C’è nelle scelte del folle volo ma ti dico anche che oggi non avrei tempo per ripassare le difficoltà dei suoi lavori.

Che accadrà nella tua estate musicale?
Sarà intensa, c’è una serie di progetti dei quali curerò la direzione creativa che è un aspetto nuovo della mia vita in un ambito di teatro musicale. Tengo molto a Una Traviata da Cortile, che è una rilettura dell’opera verdiana fatta da Alessandro Baricco: partiamo mercoledì 27 da Parma. Poi frequenterò e racconterò musica, poesia, narrazione e il mio grande amore per il Tango.

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