Frankie hi-nrg mc: “Con il nuovo album Voce e Batteria sperimento il ritorno alle origini"

Musica
Camilla Sernagiotto

Camilla Sernagiotto

Ufficio stampa di Frankie hi-nrg mc


Un ritorno potente per il rapper: 11 suoi brani storici rivisitati, una struttura sonora ridotta all’osso e una rete di collaborazioni con artisti del calibro di Elisa e Jovanotti. "Avevo bisogno di ridurre tutto a voce e batteria perché intorno c’è un grande brusio che merita di essere filtrato. E rileggendo i testi delle mie canzoni mi sono reso conto che il sistema che criticavo non ha fatto poi molti passi avanti. Forse è il momento di riportare la voce al centro, di tornare all’origine". INTERVISTA

Dopo aver contribuito in modo decisivo a definire grammatica, estetica e contenuti del rap italiano, Frankie hi-nrg mc torna con un progetto che si presenta come una vera e propria dichiarazione di poetica musicale.

L'album Voce e Batteria, in uscita oggi (venerdì 24 aprile 2026) e accompagnato dal singolo in rotazione radiofonica Pedala e batteria con Jovanotti, segna un ritorno alle fondamenta del linguaggio sonoro: sottrazione, essenzialità, centralità della parola.

 

Il disco si sviluppa attorno a un’idea precisa e radicale: ridurre la canzone alla sua ossatura primaria, eliminando ogni stratificazione superflua per lasciare spazio esclusivamente a voce e percussioni. Undici suoi brani storici riletti in chiave primigenia, costruiti su arrangiamenti affidati alla batteria di Donato Stolfi e agli scratch di Dj Stile, in un dialogo diretto con un repertorio che ha segnato la storia del rap e della canzone d’autore italiana. Non un’operazione nostalgica, ma una rilettura critica che restituisce nuova tensione espressiva a materiali già appartenenti alla memoria collettiva.

 

Accanto alla dimensione sonora emerge anche quella visiva, a conferma di un artista capace di lavorare con la stessa precisione sia sulla parola che sulle immagini. Non a caso la copertina del disco gioca su un raffinato esempio di pareidolia (ossia il fenomeno psicologico che porta a riconoscere forme familiari, come volti o figure, all’interno di elementi casuali o astratti): basta infatti osservare l’immagine da una certa distanza per scorgere chiaramente il volto di Frankie hi-nrg mc che emerge dalla composizione. 

Da Raiz a Emma, i feat. con i big della musica italiana

Il valore del progetto si amplifica grazie a una serie di collaborazioni che non funzionano come semplici interventi esterni, ma come veri innesti narrativi. Jovanotti, Fabri Fibra, Tiziano Ferro, Elisa, Emma, Diodato, Raiz e Lina Simons partecipano a un lavoro che si fonda proprio sulla sottrazione, contribuendo a ridefinire il senso dei brani attraverso interpretazioni personali e mirate. In particolare, Jovanotti e Fabri Fibra firmano strofe inedite rispettivamente in Pedala e batteria e Autodafé e batteria, offrendo prospettive che si intrecciano con il nucleo originario delle composizioni.

Ne emerge un lavoro che rinuncia consapevolmente alla complessità produttiva per concentrarsi sull’impatto diretto della parola e del ritmo. Una scelta che richiama l’urgenza originaria dell’hip hop, ma che la rilegge attraverso una sensibilità contemporanea, trasformando il disco in un dispositivo essenziale e quasi performativo.

 

Voce e Batteria è anche il centro concettuale del tour 2026 prodotto da OTR Live, che porterà Frankie hi-nrg mc e Donato Stolfi sui principali palchi italiani nella primavera e nell’estate. Un progetto live che riprende la stessa filosofia del disco: riduzione scenica, centralità della performance, rapporto diretto con il pubblico.
Ed è così che il rapper torinese, classe 1969 e al secolo Francesco Di Gesù, dopo una carriera che ha attraversato decenni di musica e sperimentazione, da album fondamentali come Verba manent e La morte dei miracoli fino a brani diventati iconici come Quelli che benpensano, ritorna una forma di essenzialità che non semplifica, ma semmai concentra (un po' in stile leggerezza à la Italo Calvino, quella di cui parla nelle sue Lezioni Americane: non superficialità, ma una "sottrazione di peso" dal linguaggio e dalla struttura del racconto). 

 

Abbiamo incontrato Frankie hi-nrg mc per chiedergli di raccontarci la genesi di questo suo nuovo disco, ecco cosa ci ha raccontato.

Intervista a Frankie hi-nrg mc

Perché hai sentito il bisogno di ridurre tutto a voce e batteria proprio adesso?
Un po’ perché intorno c’è un grande brusio di fondo che merita di essere filtrato. E poi perché, dopo tanti anni in cui mi sento dire da amici e ascoltatori che le mie canzoni sono ancora attuali, ho deciso di rimettervi mano. Rileggendo i testi mi sono reso conto che il sistema di riferimento che criticavo — la società a cui mi rivolgevo — non ha fatto poi molti passi avanti. Questo mi ha portato a una riflessione: forse era il momento di riportare la voce al centro di tutto, di tornare all’origine. Con Donato Stolfi abbiamo iniziato quasi come un esperimento: perché non rifare questi brani nella forma più essenziale possibile? Abbiamo provato, e il risultato è stato più che soddisfacente. In studio, poi, è nata spontanea l’idea di coinvolgere alcuni amici artisti, chiedendo loro di aggiungere una voce, in certi casi anche una loro chiave di lettura personale. È venuto fuori tipo il Live Aid (ride, ndr). Qualcosa da cui emerge un’energia e uno spirito notevoli, grazie anche ad artisti di livello straordinario.

 

Cosa cambia per te nel reinterpretare i tuoi vecchi brani in questa forma così essenziale?
Cambia soprattutto l’energia che percepisco. Ho la sensazione fisica della gente che balla, ed è la cosa che mi interessa di più. Dal vivo vedere le persone muoversi, tradurre la mia storia nella loro geografia personale, è una delle motivazioni più forti che ho. Lo era già prima della pandemia, che semmai ha accelerato certe esigenze: il bisogno di presenza, di energia condivisa.

 

Ti sei stupito di qualche tua canzone riscoperta in questa versione?
Sì, alcune hanno preso una direzione sorprendente. Elefante, a cui sono molto legato, con la sensibilità di Raiz ha acquisito una nuova dimensione: racconta l’umanità in modo ancora più efficace, più vivido. E poi lavorare su Autodafé e trasformarla anche linguisticamente, inserendo il napoletano per raccontare una storia legata alla violenza di genere — spesso banalizzata o ridotta a conversazione da bar — mi ha permesso di aprire nuove prospettive narrative.

 

La batteria da sola cambia il modo in cui interpreti i pezzi?
Sì, in modo radicale. È una spinta continua. La presenza di più strumenti ti costringe a “nuotarci dentro”, mentre la batteria diventa un trampolino: essenziale, ma potentissimo.

 

Come hai scelto gli artisti coinvolti nei featuring?
In realtà è stato molto naturale. Non ho avuto dubbi. Se scrivo un brano sulla bicicletta, il primo pensiero è Jovanotti. Se affronto un tema più introspettivo o legato ai fantasmi della coscienza, penso subito a Fabri Fibra. Con Emma è stato immediato: quando le ho chiesto di partecipare a Potere alla parola mi ha risposto “dove? quando?”. Lo stesso con Elisa, Tiziano Ferro o Diodato, che normalmente è più riservato su queste collaborazioni. Il suo contributo in un brano come Generazione di mostri è stato un regalo vero.

 

Che tipo di contributo cercavi da loro: musicale, testuale o entrambi?
Dipendeva dai brani. In alcuni casi, come Autodafé o Pedala, ho chiesto esplicitamente un intervento testuale. In altri ho lasciato totale libertà interpretativa. Volevo che entrassero nel pezzo con la loro sensibilità, senza vincoli. Con Elisa, ad esempio, ho avuto subito una sensazione di freschezza assoluta, quasi di leggerezza “africana”, per come ha affrontato il materiale.

 

Questo progetto è più un ritorno alle origini o una sperimentazione?
È una sperimentazione del ritorno alle origini, potremmo dire. Il rap delle origini era crudo, diretto, essenziale. Qui c’è quello spirito, ma riletto nel terzo millennio: batteria acustica ed elettronica, tutto suonato da mani umane. Non ci sono loop programmati: solo bacchette su pelli, strumenti suonati, niente automatismi. Qui il computer è stato solo un registratore.

 

Dal vivo, cosa deve aspettarsi il pubblico rispetto a un tuo concerto “classico”?
Sul palco ci saremo io e Donato Stolfi. Voce e batteria. E basta. Non ci saranno tutti gli ospiti del disco, chiaramente: diventerebbe We Are the World. Dal punto di vista dell’esperienza ci sarà sicuramente una grande energia, ma soprattutto la possibilità di ritrovarsi nello stesso luogo per ascoltare e per ballare, per muoversi, per parlare anche con chi abbiamo accanto. È un esperimento di ritorno alle origini che non riguarda solo il lato del palco, ma anche il lato del pubblico. Per chi è entrato nel mondo della musica dal vivo in un’epoca in cui si presenzia per mostrare al mondo che si è presenti, qui l’idea è un’altra: non esserci per dimostrare qualcosa, ma per condividere un’esperienza nello stesso spazio e nello stesso momento.

 

Se dovessi riassumere questo disco in una parola, quale sarebbe?
Festa.

 

C’è un brano che in questa versione ti sembra quasi un altro pezzo?
Potere alla parola. A Emma spesso invio un messaggio con un cuoricino, perché in Potere alla parola la trovo di una sensualità straordinaria. È davvero molto intensa nel modo in cui canta, nei ritornelli come nella strofa. Poi, in generale, ogni brano in questa versione “spogliata” diventa inevitabilmente un’altra cosa. Pedala mi sembra più allegra, più divertente rispetto all’originale. Anche Disconnetti il potere, così come tutti i pezzi in cui non ci sono ospiti, cambia completamente pelle: sono canzoni che si riscrivono da sole in questa forma così essenziale.

 

Il rap oggi è cambiato molto: tu dove ti senti dentro questa evoluzione?
Mi sento esattamente dove mi sono sempre sentito: su una tavola da surf, dentro un’onda che cambia continuamente. Non sento il bisogno di definirmi in relazione agli altri. Seguo il mio movimento.

 

Quanto conta ancora per te la parola rispetto al suono?
La parola è suono. Non sono separabili. Per me è uno strumento potentissimo, quasi assoluto. Un’arma, nel senso più ampio del termine. Attiene al linguaggio, e quindi anche a qualcosa di profondamente umano, direi quasi “divino”, anche per chi non crede. Se devo scegliere, preferisco sempre partire da un buon testo. Poi, se si trova una base efficace, meglio ancora. Ma il centro resta la scrittura.

 

Che tipo di energia cercavi da Donato Stolfi alla batteria?
Donato è un batterista di estrazione jazz, che ho conosciuto con la sua formazione Aljazzeera, con cui ho collaborato anche in giro. Quando l’ho coinvolto in questo progetto e abbiamo deciso di lavorare insieme, gli ho praticamente fatto scoprire la cassa dritta, il 4/4. Lui è abituato a poliritmie, tempi complessi, misure irregolari — da musicista vero, molto bravo. Poi però ci siamo trovati a lavorare su una cosa completamente diversa. Ricordo che la prima volta che sono andato a Torino sono stato da lui già nel pomeriggio e poi la sera siamo andati a cena a casa sua (tra l’altro cucina benissimo...). Mentre eravamo lì mi ha passato il telefono e mi ha chiesto di fare una playlist di cose che potessero essere propedeutiche al lavoro. Io ho tirato giù diversi pezzi, ed erano di fatto cose house (a me la house piace, non sono un purista dell’hip hop, anche perché è un genere nato dall’ibridazione quindi che purismo vuoi avere?). Il giorno dopo mi ha detto: “voglio suonare solo questa musica”. E lì è diventato chiaro: benvenuti nell’universo della cassa dritta. Alla fine quello che mi aspettavo da lui era proprio questo: un batterista versatile, con grande apertura e anche con un grande senso dell’umorismo.

 

C’è qualcosa che hai scoperto sulla tua voce lavorando in questa forma così nuda?
Sì. Ho scoperto che non ho bisogno di sovrastrutture. Più sono diretto, più il messaggio arriva. Le pose vocali, gli artifici, dopo un po’ diventano solo un filtro inutile. Qui ho cercato l’opposto: togliere, semplificare, arrivare al nucleo.

Approfondimento

Frankie hi-nrg mc, la carriera

La copertina del disco "Voce e Batteria" di Frankie hi-nrg mc

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