Revman, il primo poliziotto rapper: “Ribalto gli stereotipi del rap parlando di legalità"
Musica Immagini dall'ufficio stampa di Revman
Utilizza il linguaggio del rap come strumento di legalità e prevenzione rivolto ai giovani. Attraverso scuole, periferie e contesti istituzionali, ribalta gli stereotipi del genere trasformandolo in un ponte comunicativo tra istituzioni e nuove generazioni
C’è una figura che attraversa il rap italiano mettendo in crisi una delle sue dicotomie più radicate: quella con le istituzioni. Si tratta di Revman, nome d’arte di Sebastiano Vitale, Agente Scelto della Polizia di Stato in servizio presso la Questura di Milano, il primo poliziotto rapper al mondo che utilizza stabilmente il linguaggio del rap per veicolare messaggi di legalità e prevenzione rivolti ai giovani.
Il punto non è la coesistenza di due identità, ma la loro traduzione reciproca. Il rap — linguaggio nato nei contesti urbani e spesso associato a narrazioni di marginalità e distanza dalle forze dell’ordine — viene qui riutilizzato come codice diretto di comunicazione sociale e prevenzione. Non viene neutralizzato, ma mantenuto nella sua forza originaria per intercettare il linguaggio dei giovani sullo stesso piano.
Legalità, bullismo e cyberbullismo, dipendenze, sicurezza stradale, responsabilità individuale: sono questi i nuclei tematici che attraversano i suoi interventi nelle scuole, nei quartieri e nei contesti educativi. Il rap diventa così uno strumento relazionale prima ancora che artistico, capace di ridurre la distanza tra istituzione e nuove generazioni.
Il 13 aprile 2026 a Roma, in Piazza del Popolo, questo percorso è confluito nell’intervento musicale per il 174° anniversario della fondazione della Polizia di Stato. Una presenza che ha assunto un valore simbolico preciso: l’ingresso di un linguaggio tipicamente extra-istituzionale all’interno di una cornice ufficiale dello Stato, mantenendo intatta la propria matrice culturale e comunicativa, senza trasformarsi in una versione edulcorata o neutra del proprio codice espressivo.
Tra scuole, istituzioni e spazi culturali si delinea così un itinerario che supera la formula del “poliziotto rapper” e diventa un esperimento di attraversamento linguistico: non semplificazione del rap, ma suo utilizzo come dispositivo di prossimità educativa e sociale.
Abbiamo incontrato Revman per farci raccontare in prima persona questo progetto che va oltre la musica, diventando una missione molto più ampia. Ecco cosa ci ha raccontato l’Agente Scelto della Polizia di Stato Sebastiano Vitale vestendo la divisa di Revman.
Intervista a Revman
Quando ha capito che il rap poteva diventare un vero ponte tra il suo lavoro in Polizia e il suo modo di comunicare con i ragazzi?
Quando ho iniziato a pubblicare i miei primi brani, già da agente in servizio. Scrivo e produco musica rap e hip hop fin da quando avevo 16 anni: sono cantautore, scrivo testi e realizzo anche basi strumentali. I brani di Revman li ho pubblicati dopo aver vinto il concorso in Polizia e ho subito riscontrato un buon interesse: i ragazzi erano incuriositi da un tipo di rap diverso, che promuove la legalità. All’interno dell’amministrazione c’è stato sostegno a questo nuovo modo di comunicare con i giovani. Oggi esiste una Polizia sempre più attenta ai linguaggi contemporanei. Il mio è un rap che ribalta i codici tradizionali: mentre spesso il rap si pone in opposizione alle istituzioni, in questo caso diventa uno strumento a loro supporto.
C’è stato un momento preciso o un’esperienza sul campo che le ha fatto dire: “devo usare la musica per parlare ai giovani”?
È nato tutto in modo naturale. Il mio ruolo di poliziotto si è sempre intrecciato con la mia attenzione verso le persone, soprattutto i più giovani. Lavorando nelle scuole e nelle periferie di Milano, prima come agente e poi come artista impegnato nella promozione della legalità, ho capito che i ragazzi hanno bisogno di esempi e parole capaci innanzitutto di parlare davvero a loro, con il loro linguaggio, e poi di dare speranza. Ho compreso che la prevenzione è fondamentale e che, anche attraverso una canzone, si può fare prevenzione. Sono tornato nei luoghi in cui ero già stato come poliziotto, ma con un linguaggio diverso: quello della musica.
Ci sono altri casi di rapper poliziotti nel mondo?
Non esistono altri casi documentati di un poliziotto rapper. Esistono invece rapper che hanno utilizzato immagini legate alle forze dell’ordine ma in un’ottica contrapposta alla mia... Spero che il mio esempio possa aprire una strada e incoraggiare altri colleghi a esprimersi anche attraverso l’arte: non solo musica, ma anche scrittura, libri o altre forme creative. Io, ad esempio, ho scritto il libro REVMAN – Il Poliziotto Rapper: un viaggio tra legalità, musica e ispirazione. Il libro è stato selezionato per il Salone Internazionale del Libro di Torino, dove io sarò presente dal 15 al 17 maggio. È un progetto indipendente, autopubblicato con Revman Produzioni, nato per unire i valori della legalità al linguaggio musicale. È anche un libro interattivo: contiene QR code che rimandano ai videoclip dei miei brani e ogni capitolo racconta la genesi di una canzone, approfondendone i temi. Nella parte finale è presente anche una sezione dedicata a insegnanti ed educatori, in cui spiego come realizzare laboratori rap contro il bullismo, ad esempio attraverso le battle rap, dove i ragazzi si sfidano con le rime per trasmettere messaggi positivi.
Nei suoi incontri con le scuole, quale messaggio sente che arriva con più forza agli studenti?
Il messaggio più forte è che il rap non è un genere esclusivo della criminalità. I ragazzi notano subito la differenza di linguaggio: il mio è un rap impegnato, che parla di legalità, contro mafie, bullismo e violenza sulle donne. Successivamente mi chiedono quale sia il legame tra questo genere musicale e il mio ruolo di poliziotto. Io rispondo che il punto di incontro è la scelta della legalità: se si sceglie la legalità, si può fare rap e qualsiasi altra cosa. Quello che li colpisce di più è la rottura dello stereotipo del poliziotto visto come figura rigida e distante. Scoprendo invece una persona che condivide passioni e linguaggi simili ai loro, si riduce anche la diffidenza verso le forze dell’ordine.
Qual è la difficoltà più grande nel parlare di legalità e bullismo attraverso il rap?
La difficoltà principale è far sì che i ragazzi interiorizzino davvero il messaggio. Non basta una canzone: l’apprendimento è più efficace quando sono loro a partecipare attivamente. Per questo, con l’associazione Fare x Bene e un team di psicologi ed esperti, li coinvolgiamo direttamente nei laboratori: raccontano storie, scrivono rime e lavorano in prima persona sui temi. In questo modo le barriere comunicative si abbattono. Alla fine raccogliamo i testi e costruiamo insieme una canzone, che viene anche registrata e pubblicata sui social. Questo permette ai ragazzi di vedere il proprio lavoro valorizzato e condiviso, utile anche per chi ascolta da fuori.
In che modo il suo lavoro quotidiano in Polizia influenza ciò che scrive e racconta nelle sue canzoni?
Scrivo ciò che vivo ogni giorno. Lavorare come poliziotto offre una prospettiva diretta sulla realtà e permette di raccontare ai ragazzi quali possono essere le conseguenze delle scelte. Il mio punto di vista è quello della legalità: è una delle due facce della realtà che spesso il rap racconta solo da una prospettiva diversa. Io provo a raccontare l’altra.
Quando si esibisce davanti ai ragazzi, cosa cerca di trasmettere oltre alla musica?
Oltre alla musica, cerco di trasmettere che mondi apparentemente lontani, come quello del rap e quello della Polizia, possono convivere. Si può essere professionisti in un ambito e avere passioni autentiche in un altro. Voglio anche dimostrare che credere in ciò che si ama può rendere possibili anche percorsi insoliti. All’inizio era difficile immaginare un poliziotto rapper sui palchi o agli eventi ufficiali, ma oggi questo è realtà. Tutto ciò che faccio — musica, libro, incontri, social — è finalizzato ad avvicinare i giovani al concetto di legalità.
Il suo libro unisce esperienza personale e temi educativi: quale parte è stata più difficile da scrivere e perché?
La parte più difficile è stata mettere ordine a un percorso lungo e ricco di esperienze. Ricordare ogni evento, ogni frase, ogni confronto con i ragazzi non è stato semplice. Soprattutto è stato difficile raccontare quanto siano significative le esperienze nei laboratori. Io vado nelle scuole per insegnare, ma spesso sono i ragazzi a insegnare qualcosa a me. Raccontare questa reciprocità non è semplice: ci sono momenti in cui uno studente aiuta un altro a completare una rima e si crea qualcosa di davvero speciale. Sono esperienze difficili da rendere a parole, ma fondamentali.
Ha mai ricevuto una reazione da parte di uno studente o di un insegnante che l’ha colpita particolarmente?
Sì, ma sono soprattutto emozioni difficili da descrivere. Mi colpisce sempre lo stupore iniziale degli studenti quando entro in classe. Quando ascoltano i miei brani e confrontano il mio rap con quello di altri artisti, riescono spesso a coglierne il messaggio in modo molto preciso. Alzano la mano, partecipano, analizzano i testi con attenzione. È molto emozionante vedere questa partecipazione attiva e la consapevolezza che il mio è un rap positivo e impegnato.
Oggi il rap viene spesso associato agli eccessi: cosa significa per lei “riportarlo alla sua funzione sociale”?
Il rap, in origine, nasce come strumento di riscatto e di impegno sociale. Quindi, in questo senso, il mio lavoro è un ritorno alle sue radici. Oggi è più difficile perché il linguaggio degli eccessi e dei modelli basati sul successo facile è più immediato e attraente per i giovani. Riportare il rap alla sua funzione sociale richiede impegno, ma per me è una missione importante.
Qual è un consiglio ai giovani che vuole dare?
Non rinunciare alle proprie passioni. Anche quando si intraprende una strada professionale, è importante non mettere da parte ciò che si ama. Qualunque sia il percorso, l’importante è usarlo per aiutare gli altri. Bisogna credere in se stessi anche quando si va controcorrente, senza farsi guidare solo dalle mode del momento. Serve pensiero autonomo, coerenza e la capacità di portare avanti le proprie idee con convinzione.
Ha ricevuto apprezzamenti da istituzioni o figure politiche?
Sì, in occasione di un evento a Monza durante il Gran Premio di Formula 1 nell’aprile 2023, dove ho portato un messaggio di inclusione per persone autistiche e con sindrome di Down. In quell’occasione mi sono esibito insieme ai ragazzi dell’associazione Facciavista, cantando il brano La ricetta della felicità. L’iniziativa ha ricevuto un riconoscimento istituzionale: la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha voluto ringraziare pubblicamente la Polizia di Stato per il supporto e il contributo all’evento, sottolineando anche la presenza di “un poliziotto speciale”, capace di unire divisa e musica. Nel suo messaggio ha evidenziato come la partecipazione all’evento abbia dimostrato, ancora una volta, la disponibilità a 360 gradi della Polizia di Stato nel contribuire al benessere della comunità, anche attraverso forme espressive e artistiche. È stato molto emozionante per me.