Il disco-medicina che cura il mal d’amore: Post-Rottura 1000 modi per guarire di Andre Kol

Musica
Camilla Sernagiotto

Camilla Sernagiotto

Immagini dall'ufficio stampa di Andre Kol

Andre KoL firma un debut album che trasforma la fine di una relazione in un percorso narrativo e terapeutico. Undici brani come tappe emotive di una guarigione non lineare, tra dipendenza affettiva, rielaborazione e consapevolezza finale. Un concept pop che mette al centro il tempo del dolore e la sua trasformazione. Abbiamo incontrato l'artista per chiedergli come è nato questo originale progetto. L'INTERVISTA

Nel panorama della canzone d’autore contemporanea, il pop si sta sempre più configurando come uno spazio di racconto psicologico oltre che musicale. Non si limita a cristallizzare emozioni immediate, ma prova a seguirne il decorso, quasi a mappare il modo in cui un’esperienza sentimentale attraversa corpo, memoria e percezione del tempo. In questo solco si inserisce Post-Rottura 1000 modi per guarire (Daylite Records), debut album di Andre KoL, un progetto che si presenta come un disco-concept sul mal d’amore e che si struttura come una narrazione terapeutica in undici capitoli.

L’idea centrale è trasformare la fine di una relazione non in un punto fermo, ma in un processo. La separazione, qui, non è un evento isolato ma una condizione che si estende nel quotidiano: altera il sonno, modifica il rapporto con gli spazi domestici, riscrive le abitudini e costringe a ripensare la propria identità nel momento in cui viene meno la dimensione del “noi”. Andre KoL costruisce così un percorso musicale che procede per stadi emotivi, tra ricadute, sospensioni, ritorni e tentativi di ripartenza, senza mai seguire una traiettoria lineare.

 

L’album si sviluppa come una terapia pop accessibile, in cui ogni brano occupa una fase precisa del processo di elaborazione: dalla disillusione iniziale di Non ci crederò mai più alla maschera difensiva di Come va? Tutto bene!, fino alla dipendenza emotiva di Un’altra dose di te e alla graduale presa di distanza di Ricominciare. Il disco osserva il modo in cui il dolore insiste, ritorna, si attenua e si riformula.

La scrittura di Andre KoL resta fortemente concreta: il dolore non viene astratto, ma attraversato attraverso dettagli quotidiani e immagini riconoscibili — la casa che resta vuota pur restando abitata, i gesti automatici, l’attesa di un messaggio, la presenza dell’altro nei luoghi ordinari della vita. È una grammatica emotiva che nasce dall’esperienza diretta più che dalla metafora.

 

Accanto a questo percorso individuale, il disco si colloca dentro una sensibilità contemporanea più ampia, in cui il tema della fine delle relazioni convive con una cronaca che restituisce con frequenza casi in cui la difficoltà di accettare una separazione può degenerare in dinamiche di controllo o violenza. Senza sovrapporre piani diversi, resta il fatto che il racconto della fine di un legame non è mai neutro: si muove dentro una realtà in cui l’elaborazione del distacco può assumere forme molto diverse. È in questa cornice che il disco sembra collocarsi: osservare il dolore mentre accade, senza rimuoverlo.

Post-Rottura 1000 modi per guarire si propone quindi come dispositivo narrativo prima ancora che come album musicale. Non promette scorciatoie, ma una mappa per orientarsi nel disordine emotivo. La guarigione, se esiste, coincide più con la trasformazione del dolore che con la sua cancellazione.

 

Abbiamo incontrato Andre KoL per chiedergli come è nato l'album Post-Rottura 1000 modi per guarire. Ecco cosa ci ha raccontato. 

Intervista ad Andre KoL

Da cosa nasce concretamente questo progetto: da un’esperienza personale, da un’idea artistica o da entrambe le cose?
Da entrambe, ma soprattutto da un’esperienza personale, come tutto ciò che scrivo. Ho notato nel corso del tempo che le cose migliori nascono sempre da qualcosa che ho vissuto. In questo caso c’è stata una rottura importante, e anche una suggestione artistica: sono un grande fan di Olivia Rodrigo e ho visto come abbia costruito un intero immaginario sulla fine di una relazione. Mi sono detto: perché non provare a farlo anche io, ma in modo diverso. La mia idea non era semplicemente raccontare una rottura, ma usarla come processo di metabolizzazione. Ho scritto l’album in ordine cronologico, mentre attraversavo le varie fasi emotive. È stato interessante anche per me riascoltare, a posteriori, come cambiava il mio punto di vista. In un certo senso è stato davvero terapeutico: scrivere e ascoltare coincidevano con il guarire.

 

L’idea del disco come percorso di guarigione l’hai pensata fin dall’inizio oppure è nata mentre scrivevi le canzoni?
È nata strada facendo. Dopo i primi brani ho capito che stava diventando un progetto più ampio. Mi sono reso conto che, singolo dopo singolo, cambiavano le emozioni e le fasi che stavo attraversando. A quel punto ho deciso di seguire quel flusso e strutturarlo come un percorso coerente.

 

Quanto contano nei tuoi testi i dettagli quotidiani (casa, oggetti, abitudini) per raccontare una rottura?
Contano tantissimo. Anche fisicamente: ad esempio sopra il mio studio c’è una stanza in cui per due settimane non sono riuscito a entrare, perché era piena di ricordi. Sono molto legato ai luoghi e agli oggetti, che diventano attivatori immediati di memoria. Quelle emozioni poi finiscono inevitabilmente nelle canzoni.

 

In Un’altra dose di te parli dell’amore come dipendenza: era un modo per descrivere in modo diretto ciò che hai vissuto?
Sì. C’è proprio una frase in cui dico “sono solo un tossico e devi restare lontano da me”. A un certo punto non sembra più amore, ma dipendenza. L’ho capito nel tempo: quello che percepivo come amore era amplificato da una forma di astinenza. Il senso del brano è anche questo: riconoscere quella dinamica e ammettere che non è più solo sentimento, ma qualcosa di più complesso e pericoloso.

 

Ti sei fatto aiutare anche da un terapeuta?
Non in questa fase. Credo che la musica sia stata la mia terapia principale. In passato ho fatto un percorso terapeutico e questo mi ha dato strumenti che mi sono tornati utili adesso. Ma in questo caso ho elaborato tutto attraverso la scrittura.

 

Quanto è stato importante essere completamente onesto nel racconto?
È stato fondamentale. Inserisco anche riferimenti molto specifici, quasi privati, perché per me l’onestà viene prima di tutto. Non mi interessava creare una narrazione generica, ma qualcosa di reale. È una cosa che ammiro molto anche in Olivia Rodrigo: quando un artista inserisce dettagli concreti della propria storia, il racconto diventa più vero.

 

Hai scritto i brani seguendo già un ordine narrativo oppure lo hai costruito dopo?
In gran parte sì, l’ordine è nato in modo cronologico e naturale. Ho solo spostato alcuni brani per rendere il flusso più coerente, ma la struttura emotiva era già quella.

 

In La mia parte migliore il punto di vista diventa più introspettivo: cosa cambia nel racconto della rottura?
Cambia lo sguardo. Inizia una fase più fredda, più lucida. L’amore si è già affievolito e la relazione viene osservata quasi dall’esterno. Non c’è più solo coinvolgimento emotivo, ma una forma di chiarezza che permette di capire cosa è successo.

 

Hai mai avuto episodi di rabbia legati alla fine della relazione?
No, non rabbia. Piuttosto momenti di forte chiusura e, in alcuni casi, una forma di depressione. Dipende molto dalla persona e da come reagisce. Queste situazioni ti mettono davanti a te stesso: è lì che capisci chi sei davvero. Se posso dare un consiglio, è questo: la reazione che hai in quei momenti ti definisce, e riuscire a superarla diventa una vittoria che ti porti dietro.

 

Goditi lei sembra rivolgersi anche a chi ascolta, non solo alla tua esperienza personale: era questo l’obiettivo?
Sì. È come se mi parlassi al passato. Il senso è anche quello di ricordarsi di vivere davvero i momenti, anche quelli apparentemente banali di una relazione. Spesso si capisce il valore delle cose solo quando sono finite.

 

Quanto ti interessa che questo disco arrivi a un pubblico ampio?
Molto. Per me era importante che tutte le tracce fossero ascoltate, non solo eventuali singoli. Questo è un album pensato come un percorso unico: se ascolti solo un pezzo, è come vedere un solo episodio di una serie.

 

Dopo aver raccontato una rottura così in profondità, senti di aver chiuso quel capitolo?
Sì. E la cosa particolare è che il momento in cui ho finito il disco ha coinciso con la sensazione reale di aver chiuso anche dentro di me quella fase.

 

Perché hai scelto un linguaggio legato a “terapia” e “guarigione”?
Perché la terapia ha avuto un ruolo importante nella mia vita. Ho attraversato anche periodi difficili, e ho imparato che esistono forme diverse di cura: la terapia psicologica da una parte, e la musica, il cinema, l’arte dall’altra. Per me tutto ciò che ti aiuta a uscire da te stesso o a guardarti dentro può essere una forma di terapia.

 

Se durante un concerto vedessi tra il pubblico la tua ex, come reagiresti?
Sarebbe bello poterci vedere serenamente e magari abbracciarci, per quello che siamo stati e per quello che abbiamo condiviso. Alla fine l’amore non sempre “vince”, ma può trasformarsi e restare in una forma diversa. Anzi, diciamo che alla fine l’amore può vincere anche quando non vince, dipende solo da noi. 

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