Inri Tour a Bologna, Labasco: “Attraverso consapevole il mio dolore”
Musica
Il cantautore campano ha proposto alcuni brani del suo album Sotto gli Occhi di Dio. La serata è stata aperta da Camillacosì, Kesmo e Stunk. IL RACCONTO E L’INTERVISTA
Inri Tour ha conquistato, dopo Milano e Genova, Bologna. E ha confermato la sua predisposizione a scoprire nuovi talenti con un processo di scouting vero, fatto di ascolti e di progetti, che ha tra gli artefici di questo lavoro di ricerca artigianale Paolo Pessi. Le prossime tappe sono Firenze, Roma, Napoli, Palermo e Como. Protagonista di tutti i live è Labasco, cantautore campano da poco uscito, proprio per Inri, con l’album Sotto gli Occhi di Dio.
A ospitare le serate è il circuito dell’Ostello Bello e al progetto collabora anche WeRoad. Bologna, la grassa e umana (Francesco Guccini dixit), ha affidato l’incipit a Camillacosì, giovane cantautrice bolognese accompagnata alla chitarra dal talentuoso Matteo Lella, che ha proposto un brano in inglese e tre inediti in italiano, tra cui l’evocativo Denti Bianchi.
Dopo di lei hanno preso il microfono Kesmo, rapper dalle rime vellutate, e Stunk, che con le parole sa costruire torri magiche. Labasco ha chiuso la serata con una performance istrionica, dove i movimenti e la postura sono strumenti aggiunti. Inatteso fuori programma, che esula dall’Inri Tour, con la giovanissima Giada Luppi, che si è impossessata del pianoforte regalando ai presenti minuti struggenti.
L’intervista a Labasco: identità, dolore e consapevolezza
Giuseppe, partiamo dalla storia di Sotto gli Occhi di Dio, un progetto intenso che parla di identità e riappropriazione: come è nato e come ci hai lavorato?
È nato da una mia ricerca interiore intensa dopo anni di terapia: collegandoli al mio percorso, ho attraversato dolori personali. Prima mi mancavano gli strumenti, ci giravo attorno attendendo la consapevolezza, poi ho calibrato il tiro. In generale scrivo tanto e mi affido alla creatività.
Mi racconti anche come hai lavorato con Diora Madana, che ha curato la produzione di molti brani, e poi una curiosità: quel garage-studio dei tuoi 15 anni esiste ancora?
Angela l’ho conosciuta tramite Inri, la nostra etichetta, ed è stato un match a prima pelle. A livello caratteriale abbiamo tante similitudini e ci accomuna la geografia del nostro dolore; inoltre abbiamo ascolti simili, lei è lungimirante per la visione che ho subito apprezzato. Il garage esiste, la stanza me l’ero arredata io e ancora oggi le pareti sono uguali, con lo striscione del mio provino di X Factor fatto a 16 anni. Dormirci mi fa strano.
C’è stato un momento preciso in cui la tua prospettiva si è ribaltata e sei passato dallo sguardo come giudizio allo sguardo come presenza, come esserci?
È successo con il mio periodo di vita a Londra e poi c’è la consapevolezza che, conoscendoci tutti, la provincia è più pettegola. Uscire dalla provincia è stato fondamentale.
Come ti immagini gli occhi di Dio oggi? Misericordiosi oppure dobbiamo preparare un’arca di Noè perché ci attende un nuovo diluvio universale per sconfiggere la disumanità che abbiamo raggiunto?
Dio non è religione ma sono archetipi: è il me bambino, sono gli occhi di mio padre, è come mi parlava mia mamma. Lo vedo consapevole come sguardo, con più coraggio e meno paura.
Qual è il tuo rapporto con la fede? Sei credente? In INRI dici “bacio Cristo ma non prego Dio”.
Non sono credente, ho un passato, fino ai miei vent’anni, in cui facevo le processioni con mio padre. Oggi mi sento agnostico, ma so di avere una mentalità scientifica; magari sono ateo ma preferisco definirmi agnostico. Sono come San Tommaso, dice mia madre: se non vedo non credo.
“È tutto buio ma una luce batte sul mio viso” canti nell’intro Nulla di Me: quel bagliore nella notte è la stella polare che si chiama speranza o arrendersi mai?
In realtà parlo del sesso occasionale nelle grandi città: è il tornare ubriaco a casa e vedere sul telefonino la luce accesa delle app di incontri per appagare i vuoti interiori. In senso trasversale ci sta però la tua interpretazione.
In Veleno dici che “l’amore ha il diritto di uccidere” e nonostante una situazione delicata c’è chi trema ancora parlando di te: è il tuo modo di fare l’anatomia di un amore?
Per un periodo sono stato toxic nelle relazioni perché non sapevo cosa significasse amare. Oggi so che amare è lineare, oggi mi piace amare, prima era un’altalena.
Giuseppe racconta la storia di una persona che avrebbe voluto essere qualcun altro: perché nel 2026 continuiamo ad avere paura del diverso, qualunque forma abbia?
Sono io quel Giuseppe. È un problema sociale radicato che porta a vivere secondo standard preimposti. Ho un ricordo vivido: i bambini maschi vestono di blu e le bambine di rosa; io ho studiato danza e subito mi hanno detto che ero una femminella. Ti risuonano quelle parole perché ti chiedi se sono io la persona sbagliata e la risposta è no. Nel 2026 la problematica c’è perché la gente dovrebbe essere più elastica: occorre uscire dal loop dei social e vivere di più sul concetto non di diverso, ma di essere se stessi.
In Napoli Melancholia dici “scappo da qua ma torno”: è il richiamo forte di quelle radici provinciali che troppe volte soffocano?
Proprio quello. Sono stato a Londra per quattro anni a studiare e ora vivo a Milano dal 2019, ma a Natale ho voglia di tornare a casa o ho nostalgia del pranzo domenicale campano. È difficile trovare l’equilibrio perché non è facile vivere di musica se resti in provincia, ma con la famiglia accorciamo le distanze: un po’ di volte torno a casa io, altre vengono a Milano i miei genitori.
In Complicato dici che non vai in fondo alle cose: lì parli di un amore che annaspa, che chiude i regali col filo spinato. Secondo te la superficialità è uno dei grandi mali di questa epoca?
Parlo di mio padre in quella canzone. Per rispondere alla domanda ti dico assolutamente sì. Nel tempo libero studio psicologia e mi piace entrare in discorsi esistenziali, ma le persone temono il profondo perché temono poi la risalita. La superficialità è un meccanismo di difesa.
Masaniello con i suoi ladri nel tempo ha echi di Buona Novella di Fabrizio De André: chi è oggi Masaniello? L’originale portò Napoli a insorgere contro gli spagnoli nel 1647… oggi cosa significa essere un rivoluzionario?
Masaniello sono io che torno in provincia certo di poter essere ciò che sono senza temere lo sguardo giudicante. Il rivoluzionario è chi non ha paura di abbracciare le insicurezze e farne un cavallo di battaglia: è rivoluzionario chi sa di non essere in trend e cool ma ha carisma.
Figlio di Dio termina con i pezzi di un’anima rotta e il bisogno di perdono: la tua anima è ricomposta e hai imparato a essere indulgente verso di te?
Ti direi un secco sì, ma in realtà ci sto ancora lavorando. Certo mi sento meno frammentato. Conosco il motivo all’origine della mia frantumazione, dei miei pezzi, ma anche che devo fare tanta strada, perché le ferite sono antiche e non si smette mai di scavare.
Infine, dopo questo primo ciclo di concerti, che accadrà nella tua vita artistica?
Spero in un tour in estate. Vorrei suonare nei festival, vorrei fare dei live full band. E suonare in luoghi che rispecchino l’estetica del progetto: vorrei esibirmi in una chiesa sconsacrata e in un club.