Peachead Records, la prima etichetta discografica italiana presso un carcere (di Bollate)

Musica

Camilla Sernagiotto

Peachead logo

Nasce la prima etichetta musicale italiana all'interno di un carcere. Si tratta del primo esperimento di label discografica di questo tipo, guidato dal produttore Demetrio Sartorio e attivo presso la casa circondariale di Bollate

È nata Peachead Records, la prima etichetta discografica italiana che produce musica presso un carcere, ossia quello di Bollate.

Si tratta del primissimo esperimento di una label musicale di questo tipo ed è guidato per l'occasione dal produttore discografico Demetrio Sartorio (produttore di tanti artisti e band italiane, tra cui spicca il nome de Le Vibrazioni).

Ad accogliere questo interessante progetto è la casa circondariale di Bollate, famosa per le molteplici attività rieducative all'avanguardia, tra cui ricordiamo il ristorante e il giornale.

Sartorio ha varato il progetto inedito, conscio del fatto che ci sono stati esempi analoghi nati negli Stati Uniti (dove Ani Di Franco ha prodotto un album scritto e realizzato da carcerati) e anche (anzi: soprattutto) dal progetto made in UK che va sotto il nome di InHouse Records.
È quest'ultima la prima vera e propria etichetta musicale interamente gestita da detenuti e proprio questa vuole essere l'archetipo per la Peachead Records di Bollate, benché Demetrio Sartorio non abbia preso spunto da nessun'altra realtà, come ha raccontato a Sky TG24.

Questa nuova avventura imprenditoriale, oltre che musicale, viene inaugurata dopo un lavoro durato ben cinque anni. Ciò che ha spinto Demetrio Sartorio e i suoi collaboratori a fare aprire i battenti a questa label non è soltanto legato a una sorta di beneficenza né vuole essere un modo come un altro per far passare il tempo a chi è in carcere (ricordiamo che proprio il tempo che non passa mai in condizioni statiche come quelle che sono indissolubilmente legate allo status di carcerato è tra i grandi tormenti dei detenuti).


Al contrario, questo è un progetto ideato e strutturato in maniera professionale, impiegando e mettendo al lavoro le reali competenze presenti nel luogo di detenzione, non solo quelle dei musicisti.

Le parole del curatore del progetto

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“Ho fatto per anni il volontario al carcere di Bollate… un’attività non molto tipica dei discografici… Passavo per le sale musica, incrociando chi suona bene uno strumento, chi proponeva canzoni, tante poesie, scritti, appunti di vita: e in quel momento l'intuizione, leggendo una poesia che mi ha colpito da vicino. Da lì ho immaginato di aiutarli a raccontare le loro vite: «la vita non è un film» potrebbe essere il loro motto perché il messaggio delle canzoni è proprio che le conseguenze di certe azioni non sono ricchezza, donne, macchine, come si vede nei video di alcuni artisti o nelle serie tv, ma, al contrario, il carcere”, racconta Demetrio Sertorio, produttore musicale che da anni è attivo presso il carcere do Bollate e cha ha avuto questa intuizione.

Il brano Il coraggio di morire è il manifesto dell’intero progetto: il racconto in prima persona del percorso emotivo di un pentito, dalla fascinazione nei confronti del crimine organizzato al pentimento fino allo scontare la pena.

Free, invece, è il primo singolo, un esperimento sociale che usa la musica per rispondere al messaggio sbagliato tanto diffuso da molti idoli degli adolescenti: la canzone racconta, in base all’esperienza di chi canta, che la conseguenza degli atti criminali non è il successo ma il carcere, la sofferenza, la cancellazione dei diritti.

Abbiamo intervistato il promotore dell'etichetta discografica carceraria Peached Records, Demetrio Sartorio. Ecco cosa ha raccontato a Sky Tg 24.

Intervista a Demetrio Sertorio, produttore musicale che gestisce la Peached Records presso il carcere di Bollate

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Come ha avuto l’idea dell’etichetta musicale?

Qualche anno fa, un mio vecchio compagno di classe dei tempi del liceo mi ha chiesto una mano, essendo lui ospite del carcere di Bollate. Lo sarebbe stato per almeno 20 anni, di cui molti già trascorsi, per aver commesso un reato grave. Pertanto ho iniziato a frequentare Bollate, aiutandolo nella costituzione di una cooperativa, la Zerografica (che esiste tutt'ora), una cooperativa che si occupa di stampa e di piccoli servizi come un servizio mail per i detenuti. Lì ho conosciuto una volontaria di esperienza, pratica e per nulla intaccata dalla frequentazione decennale con i delinquenti, Rina Del Pero, che mi ha aiutato a realizzare la mia idea, che nasce dai passaggi in carcere, dove conoscevano il mio lavoro di discografico. Ho iniziato a essere invitato a visitare le sale musica, presenti in quasi tutti i reparti, e mi ha sorpreso scoprire che tra i vari detenuti erano presenti anche dei talenti. In quel momento ho iniziato a immaginare un percorso differente da molte delle attività che lì si svolgono, pensate come semplice passatempo: mi è venuto in mente che avremmo potuto costituire tutta la filiera della produzione discografica, dagli artisti ai professionisti di una vera etichetta. È stato creato un centro di produzione che ha preso il nome di IN OUT e abbiamo allestito una sala di incisione per poter suonare e registrare le canzoni in una prima stesura, all'interno di una cella del Settimo reparto. Visto che la discografia gira tutta intorno ai soliti sistemi - quanti follower hai sui social, i talent in televisione, ecc. - mi sono detto: qui c'è un parco talenti dove ha senso provare a fare scouting, qui è possibile che si nascondano i talenti che sfuggono al percorso discografico tradizionale, principalmente autori, che fossero differenti dal solito, che avessero delle storie da raccontare.


 

Come è stata accolta la sua idea all’interno del carcere? Sia lato istituzioni sia lato detenuti.

Con curiosità, e forse un poco di scetticismo… Io non ho costituito una cooperativa ad hoc e ho portato avanti il lavoro, nello stesso modo in cui l’avrei fatto fuori dal carcere, con l'unica differenza che le audizioni erano dentro.  Questo all'inizio ha fatto sì che il progetto diventasse reale solo quando il nuovo direttore, passando in rassegna ogni progetto all'interno del carcere, è venuto a trovarci in sala musica, al Settimo reparto. Dopo aver ascoltato un paio di canzoni, si è stupito che fossimo riusciti a realizzarle lì, vista la qualità per nulla amatoriale del progetto, distante dal solito. Questo ci ha dato più credibilità. Per i detenuti l'approccio è differente: ci sono quelli che sono per così dire di passaggio, quelli che vengono spostati di reparto, mentre alcuni sono, diciamo fissi. All'inizio anche per loro è stata una sorta di passatempo, molti si sono persi o non hanno avuto modo di continuare, alle prese con la loro vita complicata. Per questo ci sono voluti quattro anni circa per arrivare ad avere un progetto discografico e due artisti selezionati tra vari nomi.
 
Qual è l’obiettivo dell’etichetta?

Ho immaginato di creare posti di lavoro all'interno del carcere: autori, cantanti, musicisti, fonici. Chi di loro potrà godere di permessi di lavoro potrà poi lavorare anche fuori dal carcere.

Cosa si aspetta da questa avventura imprenditoriale, oltre che sociale?

Come ogni impresa, aspiro a vendere dischi. In questo caso, in aggiunta a questo, c'è un discorso etico. Sono convinto che una bella canzone possa smuovere più di un sentimento e le canzoni possono allo stesso tempo avere grande qualità artistica e veicolare un messaggio, un monito che arriva ai ragazzi più velocemente di qualsiasi ramanzina o consiglio.

Chi sono gli artisti detenuti che partecipano al progetto (non i nomi ma in generale la loro storia, la loro posizione insomma. Non avete il 41 Bis a Bollate, esatto?)

Confermo: a Bollate non c'è il 41Bis. Dopo molte audizioni, due detenuti hanno colpito la mia attenzione per capacità di scrittura e per la voce, che ho trovato differente dal solito. ICE è un trapper di 26 anni: rappresenta in pieno l'umore dei ragazzi di oggi e potrebbe essere paragonato ai suoi colleghi musicisti da classifica, con la sostanziale differenza che lui viene realmente dalla strada e ogni cosa che descrive nei suoi testi viene da un vissuto e non da un immaginato. Il secondo artista si chiama Boomer, è un detenuto di lungo corso ed è anche in parte la mia interfaccia dentro. Mi ha aiutato a organizzare le audizioni e gestisce day by day la sala musica. È anche il più prolifico: in questi anni di lavoro insieme, ha scritto circa trenta canzoni, in gran parte di buon livello.

Avete in programma dei dischi? Ci parli dei progetti in arrivo.

Siamo pronti per uscire con il primo singolo, dal titolo Free, che è anche una sorta di esperimento dove Ice e Boomer hanno collaborato e duettano sul tema "essere un delinquente non è un film a lieto fine". In contemporanea sarà pubblicato anche “Il coraggio di morire”, la prima canzone scritta da Boomer, in cui racconta la sua storia in maniera talmente chiara da lasciare senza parole... Questa canzone è anche il manifesto dell'etichetta, racchiude tutto il senso di questa operazione di musica a Bollate.
 
Chi copre i costi di produzione?

È tutto a carico della UTO Publishing, la mia società di edizioni musicali, di cui la Peachead, l'etichetta del carcere, è una divisione.

A chi vanno le royalties dei pezzi e dei dischi?

Royalties e diritti editoriali vanno agli artisti e autori dei brani: il trattamento che ricevono è identico a quello degli artisti e autori non detenuti, per cui sono tutti iscritti alla Siae e hanno firmato regolari contratti.
 
Avete in programma anche concerti al di fuori del carcere, se è possibile?

Dipende dalle posizioni detentive dei vari artisti, che hanno situazioni fra le più diverse. Idealmente sì. In alternativa, c'è il progetto di collaborazione con Naumachia, un'azienda leader nel settore ologrammi, che permetterebbe di proiettare sul palco in tempo reale l'ologramma di chi non è autorizzato a uscire dal carcere.
 
Ci racconti un dettaglio significativo che ha notato nel corso di questo suo progetto. Una reazione di un detenuto che ha preso parte al progetto, una reazione sua… Qualcosa che l’ha particolarmente toccata.

Non avrei mai pensato di avere qualcosa in comune con detenuti 'a lungo termine', e invece il giorno in cui ho letto una poesia di Boomer, poi diventata canzone, mi sono tornati in mente momenti della mia adolescenza in cui anche io sono stato esposto, senza essermelo andato a cercare, a situazioni di delinquenza. Allora ho capito che forse succede a tutti, che ognuno di noi si ritrova davanti nella vita delle 'sliding doors' che possono farti prendere una direzione o quella opposta. Ringrazio il mio carattere, i miei, la fortuna, non so spiegare, ma di fatto dissi non mi interessa, invece Boomer disse di sì, ecco la sliding door davanti agli occhi. La necessità è ora quella di raccontarlo, ma a dirlo ci ho provato in una lezione a cui sono stato invitato in un liceo e avevo davanti 17enni distratti che non avevano orecchie per alcun discorso o consiglio. E allora ho messo su Free, fatta ascoltare ancora semi demo. La reazione è stata dirompente. L’idea di farne un disco in seno a un'etichetta dentro il carcere di Bollate era già nata, ma ne ho avuto una conferma sul campo rivolgendomi direttamente al loro prossimo pubblico e proponendo testi per niente gentili ma crudi e che non fanno sconti alla realtà, ne svelano solo dei risvolti meno apparenti.

 

Si è ispirato ad Ani Di Franco, che ha prodotto un album con dei carcerati, e alla InHouse Records, etichetta gestita da detenuti nel Regno Unito. Cosa ci può dire di questi esperimenti musicali, sociali e imprenditoriali varati all’estero?
Sapere che era stato già fatto altrove è servito come spinta a non mollare, nonostante i lunghissimi tempi di attesa e ogni tipo di feedback istituzionale. Ma non ho seguito nessun esempio perché ogni realtà, ogni carcere, ogni Stato, ogni persona, è diversa.

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