Family, Ruth Wilson è terrificante nel trailer dell’horror di Benjamin Finkel

Cinema

Ruth Wilson diventa il volto di un incubo familiare nel trailer di Family, esordio nel lungometraggio di Benjamin Finkel. L’horror racconta la malattia e la paura della perdita attraverso lo sguardo di Johanna, una bambina convinta che i genitori vogliano ucciderla e che dietro ciò che sta accadendo si nasconda una presenza sinistra. Presentato al SXSW 2024, il film con Ben Chaplin arriverà negli Stati Uniti il 25 settembre, in sale selezionate e a noleggio digitale.

Quanto può diventare mostruoso il volto di una madre quando lo si guarda attraverso gli occhi terrorizzati di una bambina? Il trailer di Family sembra costruito intorno a questa domanda e soprattutto sul volto di Ruth Wilson, progressivamente deformato dalla paura, dall’immaginazione e forse da qualcosa di molto più concreto.

Scritto e diretto da Benjamin Finkel, al suo esordio nel lungometraggio, Family mescola horror psicologico, dramma familiare e suggestioni soprannaturali raccontando la malattia e la paura della perdita da una prospettiva infantile. Accanto a Wilson ci sono Ben Chaplin e la giovane Cameron Dawson Gray, mentre Allan Corduner completa il cast principale. Ruth Wilson figura inoltre tra i produttori esecutivi del film.

Presentato in anteprima mondiale l’8 marzo 2024 nella sezione Midnighter del SXSW Film & TV Festival, dove ha vinto il Kickstarter NextGen Award, il film arriverà finalmente al pubblico statunitense il 25 settembre 2026, distribuito da Vertical in un numero limitato di sale e contemporaneamente a noleggio sulle principali piattaforme digitali. Al momento non è stata annunciata una data di uscita italiana.

Family, quando i genitori diventano il mostro

Al centro della storia c’è Johanna, una bambina la cui esistenza è sconvolta dalla grave malattia del padre Harry, interpretato da Ben Chaplin. La famiglia si è trasferita per permettere all’uomo di sottoporsi alle cure, mentre la madre Naomi, cui presta il volto Ruth Wilson, è sempre più assorbita dalla necessità di assistere il marito.

Johanna resta così progressivamente sola con le proprie paure. Nel tentativo disperato di salvare il padre, invoca uno spirito benevolo che possa proteggere la famiglia. Ma qualcosa sembra effettivamente rispondere alla sua richiesta. E non è detto che si tratti della presenza che la bambina sperava di chiamare.

La realtà comincia a incrinarsi. Eventi inquietanti si insinuano nella quotidianità, ciò che è familiare diventa estraneo e Johanna finisce per convincersi che i suoi stessi genitori vogliano ucciderla. Dietro ciò che sta accadendo potrebbe nascondersi una presenza sinistra oppure, forse, è la paura di perdere il padre a trasformare ogni gesto adulto in una minaccia.

Ruth Wilson, una madre uscita da un incubo

È proprio su questa ambiguità che lavora il trailer. Non tanto sull’apparizione tradizionale del mostro, quanto sulla possibilità che il mostro coincida con ciò che dovrebbe essere più rassicurante: il volto di un genitore.

Ruth Wilson, attrice capace da sempre di far convivere vulnerabilità e inquietudine, sembra particolarmente a proprio agio in questa zona d’ombra. Nel film interpreta Naomi, una madre consumata dalla malattia del marito e dal peso di una famiglia che sta andando in pezzi. Ma filtrata attraverso lo sguardo della figlia, la stanchezza può diventare ferocia, un’espressione può assumere contorni disumani, una carezza trasformarsi in minaccia.

Il trailer insiste proprio sulla deformazione del quotidiano: corridoi, stanze, rumori domestici e sagome conosciute si caricano progressivamente di qualcosa di innaturale. È l’orrore dell’uncanny, del perturbante: non ciò che è semplicemente sconosciuto, ma ciò che conosciamo intimamente e che improvvisamente non riconosciamo più.

Un horror nato da una perdita reale

La matrice autobiografica rende Family qualcosa di più di un semplice racconto di possessione. Benjamin Finkel ha raccontato che suo padre era malato di cancro e morì quando lui aveva 14 anni.

Quell’esperienza è diventata, anni dopo, il punto di partenza per interrogarsi su come il mondo possa apparire agli occhi di un bambino quando una persona amata è gravemente malata e la possibilità della perdita comincia a modificare la percezione della realtà.

Non interessa quindi soltanto raccontare la malattia secondo una struttura razionale e lineare, ma restituire una sensazione più profonda: quella di un mondo che lentamente si sposta, perde consistenza, diventa incomprensibile. Da quella memoria è nato un film che quasi naturalmente ha assunto la forma dell’horror.

Ed è forse qui che Family trova il suo elemento più interessante: il soprannaturale non sostituisce il dolore, gli dà una forma.

L’horror visto ad altezza di bambina

Il cinema dell’orrore ha spesso utilizzato la perdita come porta d’ingresso del fantastico. Da Babadook a Hereditary – Le radici del male, trauma, dolore e paura della morte sono diventati materia privilegiata di un genere sempre più interessato a trasformare le ferite emotive in presenze, creature e case infestate.

Family sceglie però una prospettiva particolare: non quella dell’adulto che deve elaborare una perdita già avvenuta, ma quella di una bambina che non possiede ancora gli strumenti per comprendere ciò che sta accadendo al padre.

La malattia diventa così qualcosa di oscuro e indecifrabile. E se la realtà non offre spiegazioni sopportabili, l’immaginazione può costruirne una propria: forse esiste davvero una forza maligna, forse qualcuno è responsabile, forse papà può ancora essere salvato.

Il mostro, in altre parole, può diventare più semplice da affrontare della possibilità della morte.

Family, il premio al SXSW e l’uscita dopo due anni

Il film ha debuttato l’8 marzo 2024 al SXSW nella sezione Midnighter. La giuria gli ha assegnato il Kickstarter NextGen Award, riconoscimento destinato a un filmmaker al primo lungometraggio capace di proporre una prospettiva nuova e personale.

Tra gli elementi maggiormente apprezzati al festival ci sono stati proprio il disorientamento prodotto dal continuo dubbio tra realtà e immaginazione e la forza dell’interpretazione della giovane Cameron Dawson Gray.

La critica specializzata ha inoltre sottolineato la capacità di Finkel di costruire un’atmosfera oppressiva attraverso il sound design, le immagini disturbanti e la deformazione di silhouette apparentemente familiari. Un horror, dunque, che sembra cercare meno l’accumulo di jump scare che una paura fisica, strisciante e claustrofobica.