Venezia 2019, "Waiting for the Barbarians": la recensione

Dopo una settimana abbondante di sole, con le spiagge ancora frequentate dagli ultimi bagnanti, sul Lido di Venezia si abbatte una fitta pioggia torrenziale che informa tutti, cinefili e non, che l’estate sta forse davvero finendo. E con la pioggia arrivano gli ultimi film in competizione di Venezia 76: leggi la recensione di Waiting for the Barbarians di Ciro Guerra (che a dispetto del nome, è nato a Rio de oro in Colombia) 

Venezia 2019: lo Speciale

Il film di Guerra, tuttavia, pur avendo una veste decisamente internazionale e un cast da blockbuster hollywoodiano, ha più di un legame col nostro Paese, a partire dal produttore, Andrea Iervolino, e per finire con una parte molto rilevante del cast tecnico: il montaggio è curato da Iacopo Quadri, la scenografia da Domenico Sica, i costumi da Carlo Poggioli e le musiche da Gianpiero Ambrosi.
Per il resto il film parla inglese; ed è la prima volta che capita nel cinema di Guerra, che aveva impressionato tutti nel 2016, dirigendo El abrazo del serpiente candidato nello stesso anno agli Oscar come miglior film straniero.

E poi il cast, dicevamo, capitanato da un attore inglese che, film dopo film, si sta rivelando sempre più bravo È Mark Rylance, reso celebre nel 2001 da un film sobriamente erotico come Intimacy – Nell’intimità di Patrice Chererau, e divenuto più di recente comprimario di straordinaria qualità e di sicuro affidamento dello studio-system hollywoodiano, avendo recitato negli ultimi tre film di Steven Spielberg tra cui spicca Il ponte delle spie che gli è valso la vittoria di un Oscar. Al suo fianco due nomi che non hanno bisogno di presentazioni: Robert Pattinson e il grande Johnny Depp.

Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore Premio Nobel, J.M. Coetzee, Waiting for the Barbarians è un apologo senza tempo contro le tragiche storture dell’imperialismo, ambientato sintomaticamente in un luogo indeterminato (anche se le riprese si sono svolte in certe lande desertiche del Marocco, che fanno ogni tanto pensare a certe location di Star Wars). Qui sta un uomo, chiamato il magistrato (Rylance), che amministra un avamposto di confine, gestendo con mitezza democratica i rapporti con gli indigeni locali. L’arrivo del colonnello Joll (un Johnny Depp dalla rigida postura marziale, resa ancora più temibile per via di un paio di inquietanti occhiali a specchio e di una divisa vagamente “nazisteggiante” determinerà la fine della quiete. Incaricato di riferire sulla sicurezza del confine e sulla attività dei cosiddetti barbari, lo spietato ufficiale prende a svolgere una sanguinaria attività repressiva, che non si perita di ricorrere a pratiche di terrificante e sistematica tortura. Il suo assistente, Mandell poi (interpretato da un glaciale Robert Pattinson), si rivelerà se possibile ancora più sadico, costringendo il povero Magistrato, che prima del loro arrivo stava già contando i giorni che lo separavano dalla meritata pensione, a subire le mortificazioni più atroci e vessazioni fisiche da film dell’orrore. Le stesse che non vengono risparmiate nemmeno a una giovane ragazza indigena, che egli aveva provato a riparare sotto la propria ala protettiva.

Il risultato del lavoro di Guerra, che partecipa all’adattamento per il grande schermo del romanzo di Coetzee scrivendo anche la sceneggiatura, è un film pregno di una conclamata indignazione morale e politica, che ne costituiscono al tempo stesso il suo pregio maggiore e il suo maggior difetto. Infatti, descrivendo gli aguzzini coi tratti di una sadica ferocia, il regista colombiano rischia di costruire un meccanismo a tesi, dai caratteri vagamente manichei che sono propri del pamphlet.

Le parole affidate alle note di regia non fanno che confermare questa sensazione: “Quando abbiamo incominciato a lavorare all’adattamento del romanzo di J. M. Coetzee, pensavo che la vicenda fosse ambientata in un mondo e in un’epoca lontani. Tuttavia, mentre le riprese del film procedevano, la distanza nel tempo e nello spazio si è ridotta sempre più. Ora che abbiamo concluso, la trama si è trasformata in una storia sulla contemporaneità.” Aggiungendo, per essere ancora più esplicito, che a conti fatti e a riprese ultimate, Waiting for the barbarians si è rivelato un antidoto contro le pulsioni autoritarie e xenofobe che, un po’ dappertutto, stanno ricominciando ad affiorare nel mondo.