The Doors, torna al cinema per tre giorni il film di Oliver Stone su Jim Morrison e soci
CinemaA 35 anni dalla sua prima distribuzione, la pellicola cult torna nelle sale italiane per tre giorni, da oggi (martedì 14) fino a mercoledì 15 luglio 2026, nella versione restaurata in 4K, riportando al centro una questione che accompagna la pellicola fin dal 1991: quando si racconta la vita di una leggenda, è più importante rispettare la cronaca dei fatti o riuscire a restituire la forza del mito?
The Doors torna al cinema, riportando sul grande schermo Jim Morrison tra mito, realtà e la visione di Oliver Stone.
Ci sono film capaci di attraversare il tempo senza perdere la loro capacità di dividere il pubblico. Opere che, anche a distanza di decenni dalla loro uscita, continuano a generare discussioni, entusiasmi e critiche con la stessa intensità del momento in cui sono arrivate sul grande schermo. The Doors di Oliver Stone appartiene pienamente a questa categoria. A 35 anni dalla sua prima distribuzione, il film torna nelle sale italiane per tre giorni, oggi, martedì 14 e mercoledì 15 luglio, nella versione restaurata in 4K, riportando al centro una questione che accompagna la pellicola fin dal 1991: quando si racconta la vita di una leggenda, è più importante rispettare la cronaca dei fatti o riuscire a restituire la forza del mito?
Il ritorno cinematografico di The Doors riapre così un confronto mai realmente chiuso. Pochi biopic musicali hanno infatti prodotto reazioni tanto contrastanti: il pubblico dell’epoca accolse il film trasformandolo quasi immediatamente in un’opera di culto, mentre la critica, ieri come oggi, è rimasta profondamente spaccata. Anche gli stessi componenti dei Doors non hanno mai raggiunto una posizione comune sul lavoro di Oliver Stone. La pellicola è diventata allo stesso tempo un omaggio potente all’immaginario della band e un ritratto contestato di Jim Morrison, capace di far discutere ancora oggi sul confine tra ricostruzione biografica e interpretazione artistica.
Il ritratto controverso di Jim Morrison secondo Oliver Stone
La posizione più dura nei confronti del film è arrivata da Ray Manzarek, tastierista dei Doors, che non ha mai nascosto il proprio rifiuto della rappresentazione proposta da Oliver Stone. Manzarek aveva accusato il regista di aver trasformato Morrison in una figura lontana dalla persona che aveva conosciuto, riducendolo a un personaggio dominato dall’autodistruzione.
"Oliver Stone ha assassinato Jim Morrison. Il film ritrae Jim come un folle violento e ubriacone. Quello non era Jim. Quando sono uscito dal cinema, ho pensato: 'Chi era quel cretino?'. Jim non ha dato fuoco all’armadio di Pam. Non mi ha lanciato contro un televisore. Il suo film studentesco non conteneva immagini tratte da Il trionfo della volontà. Era tutto inventato di sana pianta. E Jim non ha mai abbandonato la scuola di cinema: si è laureato alla UCLA. Nel film, invece, appare solo come un edonista ubriacone. La tragedia è che la fama lo ha consumato. Ma non era questo il messaggio di Jim. Era intelligente. Era affettuoso. Era un uomo buono che credeva nella libertà e nel mettere in discussione l’autorità. Ma guardando questo film, non lo si direbbe mai".
Secondo Manzarek, dunque, Oliver Stone avrebbe finito per costruire una caricatura di Jim Morrison, presentandolo soprattutto come un uomo incapace di sottrarsi al peso dell’alcol, delle droghe e degli eccessi. Una scelta che, nella sua visione, avrebbe cancellato aspetti fondamentali della personalità di Morrison, come il suo ruolo di poeta, autore e cantante. Va però considerato anche un elemento personale: il rapporto difficile tra Manzarek e il film era legato anche al fatto che Oliver Stone aveva scelto come riferimento per la sceneggiatura il memoir di John Densmore invece del suo. Una parte della sua reazione, quindi, era influenzata anche da una questione di orgoglio personale.
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Una biografia filtrata dallo sguardo del cinema, tra realtà e mito
La posizione espressa da Ray Manzarek rappresenta uno dei punti di vista più significativi nel lungo dibattito nato intorno al film di Oliver Stone, ma non esaurisce la complessità del rapporto tra The Doors e la figura di Jim Morrison. Il musicista aveva realmente vissuto una relazione difficile con l’alcol e con le sostanze, un elemento che apparteneva alla sua storia personale e che aveva contribuito anche alla costruzione della sua immagine pubblica. Per questo motivo, una rappresentazione che avesse completamente eliminato questa parte della sua vita avrebbe restituito un ritratto altrettanto parziale.
La scelta di Oliver Stone, però, non è soltanto quella di mostrare un aspetto controverso della personalità di Morrison. Il regista decide di raccontare il cantante dei Doors attraverso una prospettiva fortemente cinematografica, concentrandosi sulle contraddizioni di un artista diventato simbolo di un’intera generazione. Il film mette in primo piano il suo magnetismo, la sua inquietudine, la sua tendenza alla provocazione e quella capacità di trasformare ogni apparizione pubblica in un momento sospeso tra performance e rituale.
Il Jim Morrison portato sullo schermo da Val Kilmer è quindi una figura costruita tra l’uomo e il personaggio pubblico, tra la persona reale e l’immagine che nel corso degli anni si è sedimentata nell’immaginario collettivo. È un protagonista dominato dagli eccessi, ma anche dalla creatività, dalla curiosità intellettuale e dal desiderio di superare continuamente i confini dell’espressione artistica. Più che una ricostruzione strettamente documentaria, The Doors sceglie così di raccontare la nascita e la trasformazione di una leggenda.
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Un film lontano dall'essere una biografia tradizionale
È proprio questo approccio a distinguere il film da una biografia tradizionale. Oliver Stone non cerca soltanto di seguire gli eventi principali della storia della band, ma prova a ricreare il clima culturale e le sensazioni di un periodo storico irripetibile. La pellicola guarda ai Doors non soltanto come gruppo musicale, ma come fenomeno artistico e simbolico, nato dall’incontro tra musica, poesia, cinema e sperimentazione.
Questa interpretazione ha naturalmente generato reazioni diverse anche tra gli stessi membri della band. John Densmore, con cui è stato possibile parlare più volte nel corso degli anni, ha sempre mostrato un atteggiamento più aperto nei confronti del lavoro di Oliver Stone, riconoscendone la capacità di catturare una determinata energia del periodo. Anche il suo cameo nel film rappresenta un elemento significativo del suo rapporto con la pellicola. Robby Krieger, invece, ha offerto una valutazione capace di tenere insieme entrambe le prospettive: The Doors è un grande film musicale, con una prima parte particolarmente riuscita e alcune delle migliori scene di concerti realizzate per un biopic, ma rimane comunque una rilettura cinematografica degli eventi e non una riproduzione completa di ciò che è accaduto.
In questo equilibrio tra memoria, interpretazione e mito si trova forse il cuore del film di Oliver Stone. The Doors non pretende di essere soltanto il racconto di una carriera musicale, ma vuole restituire la sensazione di vivere dentro un’epoca e dentro la presenza scenica di un artista che, ancora oggi, continua a essere percepito come una figura fuori dal tempo.