The Mandalorian and Grogu, il film Star Wars più tenero degli ultimi anni. La recensione

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Il 22 maggio 2026 arriva nelle sale The Mandalorian & Grogu, il primo film cinematografico nato da una serie televisiva di Star Wars. Diretto da Jon Favreau, con Pedro Pascal e le musiche premio Oscar di Ludwig Göransson, il film porta sul grande schermo Din Djarin e il piccolo Grogu, alias Baby Yoda, in una nuova avventura tra Hutt gladiatori, pianeti al neon e venditori di street food alieno con quattro braccia. Un western spaziale essenziale e sorprendentemente emozionante che evita cosmogonie e nostalgie forzate per concentrarsi sul legame tra un padre adottivo e la creatura più amata della galassia. Martin Scorsese presta la voce a un cuoco alieno, mentre Sigourney Weaver entra ufficialmente nell’universo Star Wars. La galassia, questa volta, sorride.

Quello che devi sapere

Da George Lucas a Baby Yoda: come cambia l’universo Star Wars

Come ammonisce Mallarmé, «un tratto ai dadi non abolirà mai la sorte». Lo sapeva bene George Lucas quando nel 1977 immaginò Guerre Stellari come un'opera autoconclusiva, e lo sanno benissimo quelli di casa Disney, che da quella galassia lontana lontana hanno estratto finora dodici film e oltre quindici serie televisive. Il franchise di Star Wars è diventato una macchina mitologica che divora se stessa e si rigenera come una stella di neutroni, e il sarcasmo di Brian De Palma durante quel leggendario primo screening con Spielberg — sulla debolezza concettuale della Forza — è oggi un'ironia retrospettiva di proporzioni cosmiche.

Eppure, e qui sta il paradosso che varrebbe la pena di imbottigliare come una riserva speciale, l'ultima propaggine di questa galassia infinita è anche la più scarica di hubris. The Mandalorian and Grogu (2026), co-scritto, diretto e co-prodotto da Jon Favreau, non vuole salvare l'universo né riscrivere il canone. Vuole soltanto raccontare la storia di un padre adottivo con l'elmetto perennemente calato e di un bambolotto verde di cinquant'anni che mangia con la stessa ingordigia con cui Oblomov procrastinava. «Le cose cambiano», avrebbe detto David Mamet. Ed è proprio questo cambiamento — sobrio, disincantato, quasi pudico — a rendere il film qualcosa di inaspettatamente commovente.

Come Jon Favreau ha trasformato The Mandalorian in cinema

Favreau è un demiurgo della nostalgia, un abile costruttore di mondi che conosce il peso specifico dell'immaginario popolare meglio di qualsiasi accademico di Princeton. Lo ha già dimostrato costruendo il Marvel Cinematic Universe un mattone alla volta, e lo dimostra qui con la stessa perizia artigianale di chi sa che un buon racconto non ha bisogno di essere un capolavoro per essere indimenticabile. The Mandalorian and Grogu è il primo film cinematografico tratto da una serie televisiva di Star Wars, il sequel diretto di The Mandalorian e il terzo spin-off della saga principale. Un'operazione che avrebbe potuto sembrare un episodio oversize gonfiato con l'elio della sala IMAX, e invece respira con i propri polmoni.

Il regista attinge a piene mani dalla tradizione, come da copione in casa Lucasfilm: ci sono echi della birdcage fight di Hard Boiled di John Woo, l'inseguimento motorizzato à la French Connection, perfino qualcosa che richiama Thor: Ragnarok. Ma Favreau sa che Star Wars è sempre stato un pastiche nobile, un collage di generi che Lucas assemblava citando Leone, Kurosawa, i serial di Flash Gordon. Sicché il saccheggio è genealogico, non mercenario. «Questa è la via», come recita il mantra mandaloriano. E Favreau lo sa.

THE MANDALORIAN & GROGU
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Perché Grogu è ancora il personaggio più amato di Star Wars

La trama ha il profilo pulito di un racconto western classico. Din Djarin — ovvero il Mandaloriano, interpretato vocalmente da Pedro Pascal con una laconicità che farebbe impallidire Clint Eastwood — lavora come cacciatore di taglie per la Nuova Repubblica agli ordini del Colonnello Ward (Sigourney Weaver, più avanti). La missione: trovare Rotta l'Hutt, figlio di Jabba, doppiato da Jeremy Allen White, per estorcere ai parenti del ragazzo le coordinate di un comandante imperiale latitante.

Rotta è il villain più improbabile e affascinante dell'intera saga: un Hutt muscolare, ripudiato dalla famiglia, che combatte nell'arena come un gladiatore urlante e non vuole assolutamente essere salvato. Favreau ha il coraggio e l'incoscienza, parimenti a un funambolo senza rete, di fare un film epico con un protagonista che parla pochissimo e un co-protagonista che non articola una sola parola comprensibile. Eppure il film funziona, e funziona perché la relazione tra Mando e Grogu è una di quelle rare cose cinematografiche che travalicano il codice verbale.

Grogu, come ricordava Werner Herzog sul set della serie, è «straziante nella sua bellezza». Non carino: straziante. La differenza è abissale. Carino è il gatto sul calendario. Straziante è ciò che rimescola l'ordine delle cose, che apre una crepa nel petto dello spettatore senza chiedere il permesso. Il pupazzo animatronico — cinque milioni di dollari, due tecnici che lo manovrano, orecchie a ventaglio calibrate sul

Kindchenschema di Konrad Lorenz — è ancora una volta la cosa più vera in mezzo a oceani di CGI discutibile. Come scriveva Rainer Maria Rilke, «la bellezza non è altro che l'inizio del terribile che ancora riusciamo a sopportare». Grogu è quella soglia.

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Tra neon, AT-AT e paludi: il mondo di The Mandalorian & Grogu

Il film si apre su un pianeta di ghiaccio con una battaglia tra mandaloriani e AT-AT che è un manifesto visivo: la CGI ha abbastanza sapore stop-motion da sembrare a un tempo avanguardistica e nostalgica. Poi si sposta su Shakari, pianeta ispirato a Chicago, intriso di luci al neon e di un capitalismo distopico che vibra quasi fisicamente. È uno dei luoghi più riusciti dell'intero universo cinematografico di Star Wars: non l'artificio patinato di Coruscant, ma una città viva, corrotta, bellissima nelle sue decadenze, con una colonna sonora techno oscura che Göransson costruisce come un organismo a sé.

È proprio qui che appare Martin Scorsese. Non in carne e ossa — siamo lontani dalle comparsate à la Hitchcock — ma come voce di Hugo Durant, un cuoco di strada ardenniano a quattro braccia che vende panini cosmici. Il personaggio si chiama Hugo (come il film del 2011 di Scorsese dedicato a Georges Méliès, pioniere degli effetti speciali cinematografici, omaggio tutt'altro che casuale), e il suo cognome Durant è diviso con Rio Durant, l'ardenniano di Solo: A Star Wars Story. Il mondo degli easter egg è un'arte alchemica, e Favreau ne è il gran maestro.

Nella seconda metà il film trasloca su un pianeta paludoso che richiama Dagobah — e il paragone con la formazione di Luke Skywalker nell'addestramento con Yoda è ovviamente cercato — dove Grogu si prende la scena con una lunga sequenza quasi muta. C'è chi l'ha trovata lenta; io direi ipnotica. Un film muto di venti minuti incastonato nel mezzo di un blockbuster estivo è, a tutti gli effetti, un atto di sovversione dolce.

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Perché Martin Scorsese compare in The Mandalorian & Grogu

C'è qualcosa di profondamente cinematografico, e insieme di profondamente scorsesiano, nell'idea che Martin Scorsese presti la voce a Hugo Durant, un ardenniano con quattro braccia che gestisce un food truck su un pianeta neon. L'uomo che ha girato Taxi Driver, Goodfellas e The Wolf of Wall Street — e che a suo tempo dichiarò che i film Marvel non erano «cinema» ma «parchi di divertimento» — si ritrova a fare la voce a un personaggio animato digitalmente da Industrial Light & Magic in un film tratto da una serie Disney+. La storia del cinema è piena di contraddizioni gloriose.

Hugo Durant è un personaggio lampo, una sequenza breve ma memorabile: Din Djarin gli offre un credito d'argento in cambio di informazioni su un Hutt, il cuoco abbassa la guardia, e non appena sente la parola «Hutt» chiude il banchetto in tutta fretta. L'invenzione narrativa è deliziosa, e la voce di Scorsese vi aggiunge uno strato di ironia metacinematografica che chi conosce la filmografia del regista coglie immediatamente. Favreau — che ha cucinato anche la scena insieme allo chef Roy Choi, artefice del panino cosmico "Flat Meat Fry" con carne a forma di spam, caramelized blue onions e uovo di Mudhorn (che in realtà è queso texano) — ha costruito con cura maniacale una sequenza di pochi minuti in grado di sintetizzare tutto ciò che rende The Mandalorian and Grogu un film anomalo: il divertimento genuino, la citazionismo consapevole, la qualità inattesa.

Il nome "Hugo", del resto, non è casuale. Il film del 2011 di Scorsese racconta di un bambino che scopre il cinema delle origini attraverso Georges Méliès — il primo a capire che le immagini in movimento potevano essere magia pura, non solo documentazione del reale. C'è un filo sottile che collega Méliès alla galassia di Lucas: entrambi credevano nel potere assoluto della meraviglia. E la scelta di Favreau, battezzando il personaggio di Scorsese con quel nome, è un omaggio sofisticato e insieme popolare, come un Negroni servito in un bicchiere di plastica.

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Da Alien a Star Wars: Sigourney Weaver entra nella galassia

Con The Mandalorian and Grogu, Sigourney Weaver porta a compimento la sua Odissea nelle saghe fantascientifiche più iconiche della storia del cinema. Già Ellen Ripley in Alien (e nei suoi tre sequel), già protagonista di Avatar di James Cameron, ora Colonnello Ward nella galassia di Star Wars. Manca solo la Enterprise, ma la carriera è lunga. Il suo personaggio è una via di mezzo tra M e Q di James Bond — come ha notato puntualmente la critica anglofona — con quel tono di «miele intinto nella delusione» che le appartiene come una seconda pelle. Weaver si inserisce nel film con la disinvoltura di chi ha sempre saputo che prima o poi la chiamata sarebbe arrivata.

Pedro Pascal, dal canto suo, continua a costruire il Mandaloriano come una variazione sul tema dell'Uomo Senza Nome di Leone: laconico fino al limite del mutismo, efficace con qualunque strumento — pistola, cavo di acciaio, esplosivo, jetpack — e stranamente commovente quando abbassa le difese, il che accade esattamente una volta, il tempo necessario perché il pubblico si ricordi che sotto l'elmo c'è un essere umano. Jeremy Allen White presta la voce a Rotta con una qualità particolare: l'accento americano lisciato di un figlio di immigrati che vuole dimenticare da dove viene, ma non ci riesce del tutto. «Sai com'è difficile essere te stesso quando tuo padre è Jabba l'Hutt?», chiede. Una domanda che Freud avrebbe annotato con cura.

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Il cocktail perfetto per raccontare The Mandalorian & Grogu

Se volessimo imbottigliare The Mandalorian and Grogu in un bicchiere — e con il permesso del Pianococktail immaginato da Boris Vian, capace di preparare un drink «che ha il sapore stesso della musica che viene suonata su di esso» — il film sarebbe un Negroni con una variante inaspettata. La base è classica, riconoscibile, rassicurante: il gin di Star Wars, il bitter della nostalgia, il vermouth rosso del franchise. Agitato, non mescolato, alla maniera dell'agente al servizio di sua maestà. Ma la variante inaspettata è una spruzzata di mezcal al fumo di ciliegio: qualcosa che altera l'equilibrio senza stravolgere il gusto, che aggiunge complessità senza pretendere di essere un'altra cosa.

Il colore è ambrato, quasi dorato sotto le luci al neon di Shakari. La prima sorsata ha il gusto piacevolmente amaro del western spaziale old school — Ennio Morricone mescolato con Ludwig Göransson — poi emerge la dolcezza verde di Grogu, quella nota floreale impossibile da ignorare che fa sorridere anche il più cinico degli spettatori. Il finale è lungo, leggermente torbato, con un retrogusto di palude dagobahiana che qualcuno potrebbe trovare stucchevole e altri (tra cui chi scrive) considera il momento più autentico dell'intero film. Si beve in compagnia, meglio se seduti al bancone di un bar di quartiere di quelli in cui Harvey, il puka immaginario di James Stewart, si sentirebbe a casa.

Non è il cocktail più raffinato che abbiate mai ordinato. Non è il Vesper Martini di Casino Royale, non è il Manhattan miscelato dalla borsa dell'acqua calda di Marilyn Monroe in A qualcuno piace caldo. Ma è il drink che, una volta assaggiato, ti fa dire: «Ancora uno». E forse è questa la forma più onesta di successo cinematografico.

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La colonna sonora di The Mandalorian & Grogu cambia Star Wars

C'è una persona che ha fatto più di chiunque altro per mantenere The Mandalorian (e ora il suo figlio cinematografico) nel territorio del meraviglioso invece che in quello del competente: Ludwig Göransson. Il compositore svedese — già autore delle colonne sonore di Oppenheimer e Sinners, due premi Oscar nel cassetto — porta a Shakari una musica techno e oscura che non ha precedenti nella storia di Star Wars, eppure risulta completamente naturale.

Il suo lavoro mescola vibes della saga Skywalker con spaghetti western alla Leone, sirene antiaeree e pulsazioni synth degne di un rave berlinese, tutto dentro un'unica architettura sonora coerente e potente. Göransson è già il degno successore di John Williams — e il fatto che molti critici lo abbiano notato proprio con questo film è la conferma che The Mandalorian and Grogu ha qualcosa di più della media, nonostante le sue imperfezioni.

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Il nuovo Star Wars rinuncia all’epica e ritrova il cuore

The Mandalorian and Grogu non ha velleità epocali, e questa è già una virtù. Non tenta di salvare l'universo né di riscrivere il canone: sceglie con consapevolezza il perimetro di un'avventura a sé stante, un western spaziale che si apre e si chiude in centotrentadue minuti senza lasciare debiti narrativi aperti. Nella seconda metà la palette visiva si fa più cupa — i pianeti paludosi prediligono le penombre — e qualche sequenza di battaglia perde un po' di nitidezza tra la folla di creature digitali. Ma è il prezzo di un'ambizione visiva che punta in alto, e i momenti in cui la CGI cede il passo ai modelli pratici — come il gigantesco drago marino bianco che si staglia luminoso contro il buio — ricordano perché certe scelte artigianali siano insostituibili.

La trama è volutamente essenziale: nessun sottotesto politico, nessun arco di redenzione complicato, nessuna cosmogonia da decifrare. È una storia di padre e figlio costruita su una grammatica cinematografica pulita, e proprio in questa pulizia risiede la sua forza. Come il bianco in un Negroni ben dosato, l'essenzialità non è povertà: è scelta. Il film è esplicitamente un'avventura di sabato mattina, un matinée estivo per grandi e piccini. Niente Skywalker di ritorno, nessun piano per salvare l'universo. Solo due esseri improbabili che si vogliono bene e si salvano vicendevolmente la vita. A volte — spesso — è più che sufficiente.

STAR WARS: THE MANDALORIAN AND GROGU

il primo Star Wars senza Skywalker è anche il più sorprendente

The Mandalorian and Grogu è il primo film Star Wars in sette anni, il primo senza personaggi della trilogia originale, il primo nato da una serie televisiva. È un'anomalia nel corpus della saga, e paradossalmente è uno dei capitoli più riusciti degli ultimi decenni. Liberato dal peso della responsabilità canonica — quella che ha schiacciato sotto un macigno di aspettative la trilogia sequel — il film trova un ritmo proprio, una leggerezza propria, un’autenticità che la saga aveva smarrito nell'era post-Lucas.

Grogu non parlerà. Non articolerà mai una frase compiuta, non spiegherà il suo passato, non farà discorsi sulla Forza. E sarà, come sempre, più che sufficiente. Come scriveva Paul Celan: «Se vuoi essere nel mondo, tu lo devi bere». The Mandalorian and Grogu lo devi bere come si beve un Negroni a mezzanotte, sapendo che non è la bevanda più sofisticata del mondo ma che ti scalda esattamente nel punto giusto.

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