Il dio dell’amore: recensione della commedia romantica che cambia le regole

Cinema
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Introduzione

Dal 26 marzo al cinema, Il dio dell’amore di Francesco Lagi usa Ovidio per raccontare relazioni, desideri e tradimenti nella Roma contemporanea. Una commedia romantica corale che evita la retorica e mette in crisi il mito dell’anima gemella, lascia che l’amore attraversi i personaggi come una forza instabile, trovando un equilibrio raro tra leggerezza e verità, Nel cast Isabella Ragonese, Vinicio Marchioni, Chiara Ferrara, Anna Bellato, Vanessa Scalera, Enrico Borello, Benedetta Cimatti, Corrado Fortuna e Francesco Colella. Ecco perché è tra i titoli italiani più sorprendenti della stagione.

Quello che devi sapere

Il dio dell'amore di Francesco Lagi, la recensione

Rimettere Ovidio in circolazione, oggi, poteva finire malissimo. Poteva essere una spiritosaggine da salotto colto, una di quelle idee che si ammirano per educazione e si dimenticano appena usciti dalla sala. Il dio dell’amore  invece compie una piccola magia: prende un congegno letterario ad alto rischio di manierismo e lo trasforma in una commedia romantica italian, vibrante, ironica, umanissima, che gira per Roma e per le fragilità dei suoi personaggi con una grazia sempre più rara nel nostro cinema.
Francesco Lagi, che firma il film insieme a Enrico Audenino, non cerca di nobilitare il genere: lo tratta con rispetto, leggerezza e intelligenza. E già questa, in Italia, è quasi una notizia. 

Un girotondo che conosce Schnitzler

La struttura è quella del racconto corale ad anelli: ogni personaggio è connesso al successivo, ognuno porta il testimone della storia fino al tratto successivo senza mai sparire del tutto. Il riferimento dichiarato è La Ronde di Arthur Schnitzler — il Girotondo — resa celebre dal film di Max Ophüls del 1950, con quella sua geometria perversa delle passioni che si trasmettono da una coppia all'altra come un contagio. Ma ci sono tracce anche di Love Actually e molto, moltissimo di Woody Allen: quella capacità di tenere insieme ironia e malinconia, leggerezza e profondità, senza che l'una schiaccia l'altra.

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Il cerchio dei personaggi

Ada, giornalista di cronaca nera (Isabella Ragonese, che apre il film e in qualche modo lo chiude), è sposata con Filippo, insegnante all’Accademia di Belle Arti (Vinicio Marchioni), che ha una giovane amante, la studentessa e cameriera Silvia (Chiara Ferrara). Silvia attira le attenzioni di Arianna, cardiochirurga (Anna Bellato), sposata con la psicoterapeuta Ester (Vanessa Scalera), con cui ha anche una figlia — dettaglio che rende ancora più fragile l’equilibrio della loro relazione. Ester, a sua volta, sviluppa un legame sempre più ambiguo con un suo paziente, l’autista di bus Jacopo (Enrico Borello), incapace di accettare davvero la fine della relazione  con la sua ex Linda (Benedetta Cimatti), che nel frattempo ha incontrato Pietro (Corrado Fortuna) — il quale è il vecchio amore di Ada. Il cerchio è completo. Anzi: è un girotondo, e qualcuno ha dimenticato come si smette di girare.

Una commedia romantica che non chiede scusa

Nel panorama italiano, la commedia romantica ha spesso avuto un problema di tono: o troppo leggera per essere presa sul serio, o troppo programmaticamente "intelligente" per lasciarsi davvero guardare. Il dio dell'amore si muove altrove. Non chiede legittimazione culturale, non si nasconde dietro l'ironia per proteggersi dal sentimento, non ha paura di essere, semplicemente, un film sull'amore.

Ma lo fa senza cercare consolazioni facili: lascia i personaggi in bilico, accetta le contraddizioni, rifiuta l'idea che ogni storia debba trovare una forma compiuta. È qui che Lagi trova la sua misura migliore: nel momento in cui smette di spiegare l'amore e comincia a lasciarlo accadere.

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Roma come non l'avete mai vista

Una delle scelte più coraggiose del film è la sua Roma. Francesco Lagi e il direttore della fotografia Edoardo Carlo Bolli hanno girato la città più filmata del cinema italiano in modo che sembra quasi inedito: insolitamente spopolata, geograficamente precisa, con ogni personaggio che abita una zona diversa della città. Una storia si svolge nel quartiere delle Olimpiadi del 1960, un'altra in periferia tra i palazzoni, un'altra ancora si innesca lanciando una moneta nella Fontana di Trevi — e per una volta la Fontana di Trevi non è solo una cartolina ma uno spazio in cui accade qualcosa di vero.

La città eterna in Super 8

Lagi alterna inquadrature canoniche a brevi sequenze girate in super 8, piccola camera leggera che cattura sguardi, movimenti del volto, tic involontari — frammenti di home movies inseriti nel montaggio di Alberto Masi per creare una discontinuità calcolata, un modo di entrare in empatia più intima con i personaggi. Roma, in questo film, è stratificata come solo Roma sa essere: e il fatto che Ovidio ci passeggi dentro senza che nessuno si stupisca troppo funziona proprio perché la città stessa esiste da abbastanza tempo da far sembrare tutto plausibile, anche il ritorno di un poeta morto duemila anni fa.

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Il cast: un'alchimia rara

Con un racconto corale di queste dimensioni, il rischio principale è la dispersione: troppi personaggi, troppo poco tempo per ognuno, impressione di superficialità. Il dio dell'amore scansa il pericolo grazie a un cast costruito con cura chirurgica insieme alla casting Sara Casani, e grazie a un lavoro registico che lascia agli attori la libertà di riempire i propri personaggi di contraddizioni reali.

Tra ironia, vulnerabilità, tenerezza, paura

Isabella Ragonese apre il film con una presenza immediatamente empatica: la sua Ada è ironica e vulnerabile, capace di attraversare il caos sentimentale senza mai perdere leggerezza. Accanto a lei, Vinicio Marchioni costruisce un Filippo fragile e contraddittorio, un uomo esposto ai sentimenti più che in controllo. Filippo porta addosso una fragilità più profonda di quanto sembri: non può avere figli, e proprio quando la possibilità di diventare padre riemerge, tutto il suo equilibrio sentimentale si incrina, mentre Chiara Ferrara sorprende nel ruolo di Silvia, dando al personaggio una traiettoria emotiva credibile, fatta di smarrimento e trasformazione..

Il versante più adulto e complesso del racconto passa attraverso Vanessa Scalera e Anna Bellato: la prima tratteggia una Ester sospesa, una psicoterapeuta che si scopre improvvisamente più fragile dei suoi pazienti; la seconda porta Arianna in territori meno prevedibili, dove ambizione, desiderio e disorientamento convivono senza soluzione.

Sul fronte maschile, Enrico Borello restituisce a Jacopo una spontaneità inquieta ma profondamente umana, evitando ogni caricatura, mentre Benedetta Cimatti disegna una Linda in equilibrio tra tenerezza e paura, sempre sul punto di esporsi e ritrarsi. Corrado Fortuna, infine, dà a Pietro una leggerezza sfuggente, quella di chi si muove tra passato e presente senza riuscire davvero a fermarsi in nessuno dei due.

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Francesco Colella è Ovidio

E poi c'è Francesco Colella nei panni di Ovidio: un ruolo che nelle mani sbagliate sarebbe diventato un ornamento fastidioso, e che invece Colella trasforma in uno dei centri di gravità del film. Leggero, sapiente, spontaneo e letterario allo stesso tempo, esattamente come Ovidio dovrebbe essere.

 

Stefano Bollani: la partitura sotterranea

La musica di Il dio dell'amore è composta da Stefano Bollani — già collaboratore di Lagi ne Il pataffio — e il regista la descrive come una «partitura sotterranea che percorre tutto il film». Bollani stesso precisa che sotterranea poi non è: il pianoforte svolge la funzione che nel film ha Ovidio, quella di commentare, sottolineare, a volte contraddire quello che accade in scena. Entra in dialogo con i personaggi invece di limitarsi ad accompagnarli.

Attorno al pianoforte Bollani ha costruito un gruppo jazz — chitarra, contrabbasso, batteria — per introdurre ironia nei momenti che la richiedono, e un gruppo di archi per le dimensioni più sospese e metafisiche. L'elettronica crea ombre, suggerisce presenze invisibili. Il tutto senza mai fare quello che la musica dei film italiani peggiori fa sistematicamente: arrivare un attimo dopo la scena emotiva per spiegarti cosa devi sentire. Qui la musica arriva prima, prepara il campo, e lascia che il resto faccia il suo lavoro.

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La canzone di Valentina Cenni

Il film è costruito in cinque capitoli (Prologo, Autunno, Inverno, Primavera, Estate) ed è  attraversato da una canzone originale, scritta da Bollani e cantata da Valentina Cenni, che riappare in versioni diverse alla fine di ciascuno dei cinque capitoli — Prologo, Autunno, Inverno, Primavera, Estate — e arriva nella sua interezza sui titoli di coda. «La sua voce porta una intensità così luminosa che per me diventa il filo emotivo dell'intero racconto», scrive Bollani nelle note di regia. Ha ragione.

L'anima gemella non esiste. E finalmente qualcuno lo dice

Il dio dell'amore fa una cosa che il cinema romantico italiano fa raramente: smonta il mito dell'anima gemella senza cinismo, senza la spocchia del film d'autore che guarda dall'alto i generi popolari. I suoi personaggi non lottano per trovare la persona perfetta perché quella persona non esiste o, se esiste, cambia continuamente forma. Amano tante persone in modi diversi, desiderano cose diverse anche contemporaneamente, cambiano idea, sbagliano, ricominciano. Persino i figli, benedizione automatica in quasi tutti i film romantici, qui sono anche un ingombro, una variabile che complica i conti sentimentali invece di risolverli.

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Un film onesto in un genere che mente spesso

È un discorso antiretorico che Lagi e Audenino avevano già cominciato a sviluppare nella serie Sky Un amore, uno dei migliori esperimenti di cinema romantico italiano degli ultimi anni. Il dio dell'amore lo porta più lontano, con più personaggi, più storie, più ambizione strutturale — e la stessa onestà di fondo. Il risultato è un film che sa sedersi in quel territorio di mezzo difficilissimo: abbastanza leggero da non essere snob, abbastanza intelligente da non essere banale. Come dice il personaggio di Ovidio — quello interpretato da Francesco Colella, che di queste cose se ne intende almeno quanto il suo modello antico: «Di cosa si può scrivere, altrimenti

Se fosse un cocktail

Se Il dio dell'amore fosse un cocktail, la base non potrebbe che essere l'Amaro Formidabile — elisir romano doc, nato nel 2015 in un ex laboratorio artigianale a San Basilio, quartiere che Ovidio probabilmente non conosce ma che avrebbe saputo apprezzare. Ambrato, polifonico, con un profilo aromatico che il suo creatore Armando Bomba definiva «l'esagerazione di un'idea»: china rossa, rabarbaro cinese, assenzio romano, genziana, scorze di arancia amara, anice stellato, rosa moscata. Non simile a nessun altro amaro in commercio. Come questo film, in fondo.

Alla base romana si aggiungerebbero: un dito di vermouth rosso, per la dolcezza malinconica che attraversa ogni storia d'amore del film; qualche goccia di bitter all'arancia, perché l'amore senza un fondo di amarezza non è amore ma solo fortuna; e una zest di limone a guarnire, come quei lampi di ironia che Francesco Colella-Ovidio sa inserire nei momenti più inaspettati. Il tutto in un bicchiere old fashioned, non shakerato — mescolato lentamente, come si mescolano le vite di Ada, Filippo, Silvia, Arianna, Ester, Jacopo, Linda e Pietro nel girotondo che Francesco Lagi ha costruito con tanta cura.

Lo chiameremmo Metamorfosi — come l'opera più celebre di Ovidio, perché nel film ogni personaggio si trasforma toccando gli altri, e perché ogni sorso di questo cocktail cambia leggermente mentre lo bevi, esattamente come fa l'Amaro Formidabile, che riporta sull'etichetta l'annata: mai uguale a sé stesso da un anno all'altro. Come l'amore, del resto. E come Roma, che non finisce mai di cambiare anche quando sembra sempre la stessa.

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