Apnea, recensione del cortometraggio di Fabio Patrassi sul coming out nell’era dell’AI
Cinema
Un giovane alle prese con il proprio coming out trova un confidente inatteso: un’intelligenza artificiale. Con Apnea, il regista Fabio Patrassi racconta in dodici minuti la paura del giudizio, la solitudine e il bisogno di essere ascoltati. Tra dialoghi con l’IA, una carbonara preparata nell’attesa del padre e una citazione da Una giornata particolare, il corto segue il percorso emotivo di un ragazzo verso la libertà di dire finalmente chi è
Apnea, recensione del corto di Fabio Patrassi
Ci sono momenti della vita in cui il respiro si accorcia.
Non perché manchi l’aria, ma perché manca il coraggio.
È da questa sensazione — fisica prima ancora che emotiva — che nasce Apnea, il cortometraggio scritto e diretto da Fabio Patrassi. In appena dodici minuti il film prova a esplorare uno dei passaggi più delicati dell’identità personale: il momento del coming out.
Il protagonista è Teo, venticinque anni, vive a Milano e porta dentro di sé un segreto che pesa come acqua nei polmoni. Per affrontare quel nodo che gli stringe la gola decide di confidarsi con un interlocutore inatteso: un’intelligenza artificiale. Un dialogo virtuale che diventa quasi una seduta terapeutica, una confessione a distanza in cui la tecnologia assume il ruolo di guida, ascolto e specchio.
Una premessa narrativa che intercetta una delle domande più contemporanee del nostro tempo: può davvero una macchina aiutarci a risolvere problemi profondamente umani?
Una storia intima e contemporanea
Nel ruolo di Teo c’è Davide Calgaro, che interpreta un giovane sospeso tra paura e desiderio di libertà. Accanto a lui Federica Minia completa il cast di questo racconto minimalista, costruito soprattutto su dialoghi, silenzi e stati d’animo.
La regia di Patrassi sceglie una strada interessante: all’inizio osserva il protagonista con una certa distanza, quasi con pudore. La macchina da presa si muove negli spazi della casa con discrezione, come se non volesse disturbare una confessione troppo fragile.
Poi, progressivamente, il film cambia respiro.
I primi piani diventano più intensi, più ravvicinati. Le immagini sott’acqua — ricorrenti nel corto — trasformano l’apnea del titolo in una metafora visiva dello stato mentale del protagonista: vivere trattenendo il fiato, aspettando il momento in cui sarà possibile riemergere.
Il dialogo con l’intelligenza artificiale
L’elemento più originale del film è proprio questo confronto con l’IA.
Nel mondo reale Teo non trova ancora la forza di parlare apertamente con le persone che ama. Con la macchina invece sì.
Lì può formulare le domande che lo tormentano: quando è il momento giusto? Come reagiranno gli altri? Non sarà troppo tardi?
Il corto alterna le conversazioni con l’intelligenza artificiale a brevi flashback che ricostruiscono ricordi e paure del protagonista, creando un crescendo emotivo che culmina nell’incontro più temuto: quello con il padre.
Ma il punto del film non è tanto la risposta del genitore.
Il cuore della storia è il percorso che porta Teo a pronunciare finalmente quella frase semplice e enorme: “sono gay”.
Tra una confessione e una carbonara
C’è poi un dettaglio narrativo curioso che accompagna il percorso del protagonista. Mentre interroga l’intelligenza artificiale e cerca le parole giuste per affrontare il coming out, Teo prepara una carbonara nella cucina di casa. Un gesto quotidiano che scandisce l’attesa dell’arrivo del padre.
È un momento sospeso tra ironia e tensione: mentre la pasta cuoce e le domande scorrono sullo schermo della chat, il film costruisce una piccola coreografia dell’ansia fatta di gesti domestici e pensieri che girano in testa.
A un certo punto arriva anche un omaggio cinefilo. Fuori campo si sente la voce di Marcello Mastroianni tratta da Una giornata particolare di Ettore Scola. È la celebre battuta pronunciata dal personaggio di Gabriele:
«Mi dispiace per te, ma ti sei sbagliata cara! Ti sei sbagliata! Io non sono quel maschione virile che speravi: sono un frocio».
Una citazione che non suona provocatoria ma liberatoria, come se il cinema del passato entrasse nella cucina di Teo per ricordargli che quelle parole, un tempo pronunciate con paura e stigma, possono diventare oggi una dichiarazione di identità.
Davide Calgaro, dalla stand-up al cinema
Nel ruolo di Teo c’è Davide Calgaro, attore milanese classe 2000 che negli ultimi anni ha costruito un percorso interessante tra comicità e recitazione cinematografica. Cresciuto nel quartiere di Baggio, si avvicina giovanissimo alla recitazione frequentando la scuola di teatro milanese Quelli di Grock e iniziando a scrivere monologhi comici nei laboratori di Zelig.
Proprio dalla stand-up e dalla televisione arriva la sua prima notorietà, tra programmi come Colorado e Zelig. Il debutto al cinema arriva nel 2020 con Odio l’estate di Massimo Venier accanto ad Aldo, Giovanni e Giacomo. Negli anni successivi prende parte a diverse produzioni tra cinema e streaming, tra cui Sotto il sole di Riccione e il sequel Sotto il sole di Amalfi, oltre ai film Una boccata d’aria e Le voci sole. Nel 2024 interpreta Cisco, storico amico di Max Pezzali, nella serie Sky Hanno ucciso l’Uomo Ragno – La leggendaria storia degli 883.
In Apnea Calgaro mostra un registro più intimo rispetto ai ruoli comici che lo hanno reso popolare: il suo Teo è fragile, trattenuto, attraversato da silenzi e piccoli movimenti emotivi.
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Il percorso di Fabio Patrassi
Dietro la macchina da presa c’è Fabio Patrassi, regista romano classe 1990 con una formazione che intreccia studio accademico e pratica sul campo. Dopo la laurea in Scienze dei Beni Culturali all’Università Statale di Milano e in Cinema, Televisione e New Media alla IULM, ha affinato il proprio sguardo frequentando il workshop di filmmaking della New York Film Academy.
Ha lavorato come videomaker e operatore di ripresa per diverse produzioni televisive e attualmente è realizzatore per Sky. Nel suo percorso nel cortometraggio si segnalano riconoscimenti internazionali, come il premio per il miglior film all’Oxford International Film Festival con Sara nel 2018. Un background tecnico e creativo che in Apnea si riflette in una regia attenta alla fotografia e alla costruzione dello spazio emotivo dei personaggi, privilegiando atmosfere intime e uno sguardo discreto sui momenti più fragili della vita.
Il cast tecnico e la voce dell’intelligenza artificiale
A sostenere l’atmosfera del cortometraggio contribuisce anche un reparto tecnico essenziale ma molto curato. La fotografia è firmata da Mirko Ciabatti, il montaggio da Enrico Marchese, mentre il suono è curato da Nico Palermo e Marco Luisetto. Le scenografie sono di Bianca Ruggeri, con trucco e costumi di Giulia Vismara.
Un ruolo particolare è affidato proprio alla voce dell’intelligenza artificiale, interpretata da Federica Minia, che nel film diventa una presenza invisibile ma costante: un’interlocutrice digitale che accompagna il protagonista nel momento più delicato della sua vita
La liberazione finale
Il momento decisivo arriva con un’immagine semplice ma potente.
Teo riemerge dall’acqua.
Per tutto il film lo abbiamo visto vivere come in immersione: trattenendo il fiato, pesando ogni parola, rimandando il momento in cui dire la verità al mondo. L’apnea del titolo non è solo fisica, è esistenziale.
Quando finalmente pronuncia quelle parole — “sono gay” — qualcosa cambia. Non tanto nella reazione del padre, che resta quasi fuori campo emotivo, ma nel corpo stesso del protagonista. È come se l’aria tornasse improvvisamente nei polmoni.
Dopo i silenzi, le domande all’intelligenza artificiale, la carbonara preparata nell’attesa e la voce lontana di Mastroianni che riecheggia dal cinema di Scola, Teo non ha più bisogno di intermediari.
Ha solo bisogno di respirare.
E in quel respiro ritrovato Apnea trova il suo senso più profondo: raccontare il momento fragile e necessario in cui una vita smette di restare sott’acqua e decide, finalmente, di tornare in superficie.