Oscar 2021, la Cina vuole censurare la cerimonia: ecco perché

Cinema

Camilla Sernagiotto

Do Not Split; Field of Vision

Pare che il governo cinese sia indispettito per la candidatura agli Oscar del documentario "Do Not Split" sulle proteste a Hong Kong. Potrebbe censurare la premiazione, non mandando in onda la diretta. Alcune fonti riportano anche che Pechino avrebbe istruito i media locali al fine di far riportare loro notizie esclusivamente dei premi non controversi. E Chloé Zhao, regista del film "Nomadland" canditato a quattro statuette, è stata recentemente ostracizzata sui social network cinesi

Gli Oscar 2021 sono a rischio censura in Cina. Pare che il governo cinese non abbia preso bene la candidatura del documentario Do Not Split sulle proteste a Hong Kong del 2019 e alcune fonti riportano che Pechino avrebbe istruito i suoi canali media a non mandare in onda la diretta della cerimonia.

Oltre a far saltare la diretta, avrebbe "caldamente invitato" i propri media a minimizzare la portata di quelli che sono i più famosi, attesi e prestigiosi premi in ambito cinematografico.

A riportare la notizia sono i magazine statunitensi Variety e The Hollywood Reporter, che riprendono quanto apparso sull'Apple Daily e su Radio Free Asia, rimbalzato sull'agenzia Bloomberg.

Fonti vicine alla televisione di stato cinese Cctv - che è solita trasmettere in diretta la serata degli Oscar - avrebbero dichiarato all'Hollywod Reporter che per quest’anno, invece, una decisione definitiva non sarebbe stata ancora presa.

Sempre stando a ciò che riportano i media a stelle e strisce, un altro ordine sarebbe arrivato dal dipartimento per la propaganda del partito comunista cinese: i media locali avrebbero ricevuto istruzioni di riportare notizie esclusivamente dei premi non controversi.

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A far storcere il naso a Pechino sarebbero in particolare due titoli candidati alle prestigiose statuette.
Innanzitutto Do Not Split, il documentario diretto dal norvegese Anders Hammer e prodotto da Hammer e Charlotte Cook per Field of Vision che racconta in 35 minuti le proteste del 2019 a Hong Kong (tra cui due marce che attirarono da uno a due milioni di partecipanti) che trovate integralmente disponibile sul canale ufficiale di YouTube della Field of Vision, visibile qui.  


Ma non solo il docu sulle proteste targate Hong Kong sarebbe "incriminato": anche il titolo più nominato (sia a livello di bocca di cinefili sia a livello di premi cinematografici, di cui sta facendo incetta) sarebbe inviso al governo cinese.
Stiamo parlando dell’asso piglia-tutto dei premi, Nomadland. A non andare giù alla Cina non sarebbe il film in sé ma la sua firma, ossia la regista, sceneggiatrice, produttrice cinematografica e montatrice cinese Chloé Zhao, di cui questo capolavoro è frutto.


Chloé Zhao è stata recentemente ostracizzata sui social network cinesi per aver criticato le censure del Great Firewall una decina di anni fa.

"Great Firewall" è il termine ironico coniato in un articolo sulla rivista Wired nel 1997che viene utilizzato dai mezzi di comunicazione di tutto il mondo (inclusi quelli cinesi) in riferimento al Golden Shield Project, il progetto di censura e di sorveglianza che in Cina blocca dati provenienti dai paesi stranieri che vengono giudicati dal governo cinese come potenzialmente sfavorevoli. Gestito dal Ministero di pubblica sicurezza della Repubblica popolare cinese, questo progetto è stato avviato nel 1998, entrando in funzione in via sperimentale nel novembre 2003 e poi definitivamente nel 2006.

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La regista cinese ha ricevuto quattro nomination agli Oscar 2021 grazie al suo film Nomadland, tra cui una nella categoria miglior regista (le altre candidature sono per miglior film, miglior attrice a Frances McDormand, migliore sceneggiatura non originale a Chloé Zhao, Migliore fotografia a Joshua James Richard e miglior montaggio a Chloé Zhao).

 

Ai Golden Globe 2021 si è aggiudicata i globi dorati per il Miglior film drammatico e il miglior regista.

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