Addio a Michael Cimino, morto il regista de “Il Cacciatore”

Cinema
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E' morto all'età di 77 anni il regista statunitense Michael Cimino. Lo ha annunciato il direttore del Festival di Cannes, Thierry Fremaux, su Twitter. Il suo più grande successo è il film del 1979 Il cacciatore, con cui vinse 5 premi Oscar compresa la statuetta come miglior regista. Cimino era nato a New York il 3 febbraio del 1939

A 77 anni, solo e incompreso fino all'ultimo dal suo paese, che non gli ha mai perdonato il successo e la caduta, la genialità e l’irregolarità, e' morto Michael Cimino, il più visionario della nidiata dei registi americani di origine italiana che negli anni 70 cambiarono il volto di Hollywood. Non è un caso che l'ultimo omaggio gli sia stato reso da un festival europeo (Pardo d'onore a Locarno nel 2015) e che l'annuncio della morte sia stato dato dal direttore del Festival di Cannes, Thierry Fremaux.
 

La storia del cinema mondiale da tempo ha incoronato "Il cacciatore" (1978) vincitore di cinque Oscar e considerato tra i capolavori assoluti del cinema americano. I cinefili di tutto il mondo considerano il suo film maledetto, "I cancelli del cielo" (1979) un oggetto di culto da vedere e rivedere. Ma il tempo dirà che già il suo esordio "Una calibro 20 per lo specialista" (1974) era la certezza di un talento purissimo e che almeno "L'anno del dragone" (1985) merita di stare nella Hall of Fame del grande noir.
 

Da regista si è avvicinato troppo presto al sole e in tutta la carriera ha pagato quel successo con la scarsa fiducia dei produttori (appena otto film in carriera), dopo il tonfo brutale de "I cancelli del cielo". Poco spesso si è sottolineato il suo talento come sceneggiatore: da "2002 la seconda odissea" per il genio degli effetti speciali Douglas Trumbull, a "Una 44 magnum per l'ispettore Callaghan", con cui seppe reinventare il mito del giustiziere Clint Eastwood. Dal doloroso e personale "The Rose" di Mark Rydell, con Bette Midler sulle orme di Janis Joplin, a "I mastini della guerra" di John Irvin.
 

Nato a New York il 3 febbraio 1939 da piccoli borghesi immigrati dalla Sicilia, il giovane Michael arde di passione per l'arte fin da adolescente. Studia architettura, musica, letteratura, ma trova la sua prima vocazione nella pittura, che praticherà per tutta la vita esponendo in gallerie di sempre maggior prestigio. Dopo un breve periodo sotto le armi nel cuore del dramma vietnamita, riesce a tornare alla vita civile, lavorando per la tv e la pubblicità. Frequenta anche l'Actors Studio, con compagni come Al Pacino, Dustin Hoffman, Meryl Streep.
 

Nel '71 sbarca a Hollywood. Clint Eastwood garantirà per lui, permettendogli il debutto come regista appena tre anni dopo. Al secondo film il trionfo: "Il cacciatore" ha in due attori magnetici come Robert De Niro e Meryl Streep la sua spiegazione più immediata, ma è proprio il talento del regista (si pensi alla sequenza della roulette russa con De Niro e Christopher Walken) a fare la differenza. E il film diventa l'autocoscienza di una generazione, il grido disperato contro l’assurdità della guerra e della furia umana.
 

Questa pulsione segreta sostiene il successivo "I Cancelli del cielo", con cui Cimino si confronta direttamente con John Ford e l'anima profonda del suo paese. I mille disastri e le follie del regista (che fa costruire tra l'altro una pista di pattinaggio in pieno deserto) portano il film e la produzione United Artists al collasso. "E' il più faraonico dei registi con i quali ho mai lavorato", ha detto di lui Oliver Stone, che con Cimino ha scritto "L'anno del dragone".

Tutta la filmografia dell'italo-americano Michael appare come una ricerca delle radici della sua terra d'elezione, come se ogni volta dovesse giustificare la sua doppia identità interiore. Così andrà in Italia come Coppola per "Il siciliano" sul Bandito Giuliano; seguirà le orme di un maestro tipicamente americano come William Wyler nel remake di "Ore disperate"; reinventerà il road movie come pretesto di un viaggio della coscienza nell'allucinato "Verso il sole" con Woody Harrelson, che rimane il suo testamento cinematografico, presentato nel 1996 al festival di Cannes.

 

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