Francesca Fabbri Fellini in giuria a Sanliscio: “La Romagna è un’enorme balera cosmica”

Spettacolo
Paolo Nizza

Paolo Nizza

Nipote di Federico Fellini, autrice e regista di “La Fellinette” (Premio speciale 75 Nastri D'Argento 2021), Francesca Fabbri Fellini racconta perché accettare la giuria di Sanliscio è stato un onore e un ritorno alle radici: al ballo, alla memoria collettiva, a una Romagna che non si limita a vivere ma danza. Parla dello zio "Chicco",  dei sogni che si fanno film, delle polpettine della nonna Ida che sono finite nel menù di un ristorante e di quella “saudade felliniana” che porterà in giuria a Gatteo Mare

Il Festival

Il Festival di Sanliscio torna all’Arena Rubicone di Gatteo Mare (Forlì-Cesena) il 1 e il 2 luglio 2026 con la sua quarta edizione: l’unica kermesse musicale internazionale dedicata interamente al genere del liscio, con ingresso gratuito. Nato nel 2023 come gesto di rinascita e solidarietà per la Romagna colpita dall’alluvione, il festival è prodotto e diretto da Moreno “Il Biondo” su concept di Claudio Cecchetto, e organizzato dal Comune di Gatteo in sinergia con l’Assessorato al Turismo della Regione Emilia-Romagna, Apt Servizi e Visit Romagna.

Il programma si articola in due serate: la prima dedicata a sette canzoni inedite dei protagonisti del liscio, la seconda a sette brani strumentali. In entrambe le serate il vincitore è decretato da una giuria d’eccezione che include, oltre a Francesca Fabbri Fellini, il fotografo Graziano Villa, il regista Stefano Salvati, l’autore e produttore Cesare Rascel e il musicista Fabrizio Pausini. Le due serate sono condotte da Moreno “Il Biondo” e Felicity Lucchesi.

Una bambina sulla spiaggia di Rimini

C’è una frase che Federico Fellini regalò a sua nipote durante una passeggiata invernale sulla spiaggia di Rimini, il giorno del suo compleanno. Lei aveva sei anni, il vento tirava forte, e lui le disse che nella vita si hanno due esistenze: quella a occhi aperti e quella a occhi chiusi. Francesca Fabbri Fellini ci ha messo qualche decennio a capire fino in fondo cosa intendesse. Nel frattempo ha fatto la giornalista, la conduttrice radiofonica, l’autrice televisiva, l’aiuto regista; ha lasciato Roma e la Rai per tornare a Rimini ed essere vicina al padre, ha trasformato un sogno, nel senso letterale e notturno del termine, nel cortometraggio La Fellinette, Fellinette  Premio speciale 75 Nastri D'Argento 2021 portato fino al festival Molodist di Kiev. Adesso è in giuria a San Liscio e spiega perché il liscio non è folklore da cartolina ma memoria collettiva in movimento. Nel corso dell’intervista non lo chiamerà mai “il Maestro”, né “Federico Fellini”. Sempre e solo “zio Chicco”.

La piccola Francesca con lo zio Federico Fellini

Intervista  a Francesca Fabbri Fellini

La prima cosa che hai pensato quando ti hanno proposto di entrare in giuria a Sanliscio?

 

Ero molto felice. Sono affascinata da chi balla il liscio: mi immobilizzano, quelle coppie. Sono ipnotizzata dal liscio come un serpente dalla melodia.Sono ipnotiche per me. Trasmettono allegria, ma nello stesso tempo anche malinconia, che è esattamente ciò che il liscio è: allegria e malinconia insieme, indissolubilmente. Mi piace pensare alla Romagna come a un’enorme balera cosmica. Una terra dove non ci si limita a vivere, ma si danza. In questo siamo molto vicini ai napoletani, che vivono con una vocalità e un piacere del gesto unici. E poi questi orchestrali non girano solo l’Italia: fanno il giro del mondo. Sono dei magnifici cantastorie.

 

SanLiscio nasce nel 2023 come gesto di rinascita della Romagna colpita dall’alluvione. Ha anche un valore simbolico, oltre che musicale?

 

Certamente. Il liscio è una memoria collettiva che va alimentata, perché nel ballo c’è un movimento del corpo insieme agli altri: ha una forza che va ben oltre la musica. Basta pensare a Romagna mia di Secondo Casadei: è probabilmente la canzone italiana più cantata nel mondo, ha reso immortale il nostro patrimonio canoro. Mi auguro che San Liscio attiri sempre più giovani — e in realtà li attira già: alle gare li vediamo. È un’educazione sentimentale che comincia presto. C’è qualcosa di profondamente comunitario in tutto questo: non è solo musica, è un corpo collettivo che si muove.

 

Hai lavorato in radio, televisione, cinema, fotografia, letteratura. Che sguardo porti in giuria che un giudice esclusivamente musicale non avrebbe?

 

Sono una persona estremamente empatica, e ho avuto la fortuna di avere delle frequentazioni che mi hanno dato un’educazione musicale e sentimentale straordinaria: Nino Rota, Bacalov, e negli anni più recenti Nicola Piovani. Grandi maestri, grandi amici. Ho incontrato grandi cantanti nel corso della mia carriera. Ma quello che porterò soprattutto è una vena che chiamo “saudade felliniana”: ironia, satira, e poi tanta malinconia. Sono convinta che anche lo zio Federico, da grande osservatore qual era, avrebbe guardato il liscio con grandissimo affetto. Lo avrebbe ascoltato, annusato, perché apparteneva alla sua terra. Io porterò quella stessa meraviglia. L’emozione di una bambina sulla ruota di un luna park: ogni volta come se fosse la prima.

 

Tuo zio Federico ti diceva che esistono due vite: quella a occhi aperti e quella a occhi chiusi. È una frase a cui continui a pensare?

 

Me l’ha detta durante quella passeggiata invernale sulla spiaggia di Rimini, il giorno del suo compleanno, io avevo sei anni. La sentivo come una melodia che mi accarezzava l’orecchio. Diventando grande ho capito che aveva assolutamente ragione. Il mio dispiacere è non saper disegnare come sapeva disegnare lui, non saper restituire i suoi sogni immaginifici. Quei sogni sono in parte raccolti nel Libro dei sogni: un libro di magia bianca, come lo definiva lui stesso, come ripeteva spesso il nostro collega Vincenzo Mollica. Va sfogliato dalla fine verso l’inizio, ed è stato studiato e analizzato, eppure c’è ancora un Federico tutto da raccontare. Ci sono i film che non ha mai girato, gli incontri notturni, un archivio meraviglioso.

I sogni, l’aldilà e il Libro dei sogni

Io i sogni cerco di annotarli subito, la mattina, prima che svaniscano. Perché durante la notte mi piace incontrare i nostri amici, le persone che ci hanno preceduto e che sono nell’oltre. Il messaggio che arriva sempre è uno solo: qui si sta bene. Cerco di trasferirlo a tutti, perché nei tempi che viviamo non consideriamo mai abbastanza che la morte fa parte della vita, che è un percorso, un otto infinito. Non ho mai vissuto la perdita delle persone care come un taglio netto, ma come una porta: si entra in una stanza accanto. Sono convinta che lo zio Federico mi starà accanto nelle due serate di San Liscio. Mi dirà: Franceschina, mi raccomando. E starà lì anche lui, con noi.

 

Come nasce La Fellinette?

 

Da un sogno vero. L’undici maggio 2019, un mese dopo la morte di mio padre, nella mia camera da letto ho il disegno originale che lo zio Federico mi fece da bambina: la Fellinette. Quella notte sogno che il disegno si mette in movimento. Vedo gli attori, vedo Milena Vukotic, vedo Ivano Marescotti, vedo Bostric, sento le musiche di Andrea Guerra. La mattina dopo, con la paura che tutto svanisse come succede nei sogni, telefono a un ragazzo per farmi fare uno storyboard. Risponde alle otto di domenica. Quando gli dico il mio nome, mi dice: “Signora, sono caduto dalla sedia. Ma Fellini quello? Il regista? Perché io mi chiamo Federico: i miei genitori mi hanno dato questo nome per la loro passione per il cinema.” Magia allo stato puro. Da quel sogno, da quello storyboard, è nato il cortometraggio: parte animazione, parte live action, che è difficilissimo da realizzare soprattutto come opera prima.

Ha vinto il Nastro d’Argento speciale nel 2020, e nel 2021 l’ho portato al Molodist di Kiev, il festival più antico al mondo, dove ho conosciuto un popolo straordinario prima che tutto cambiasse. Ho degli amici belli nati in quell’avventura, e porterò per sempre quel ricordo, quell’abbraccio dell’Ucraina al mio cortometraggio. Ci sono tante cose, in quel film. C’è un’ombra cinese che non è un effetto digitale: il mio caro amico Carlo Truzzi, campione di ombre cinesi, è riuscito con le mani — in una sola ripresa — a fare il profilo di mio zio. E c’è il pontile sulla spiaggia dei Vitelloni. C’è tanto Federico, con tanto rispetto, in punta di piedi. Credo di aver fatto un piccolo filmettino, come avrebbe detto lui, che è un unicum: nessun altro avrebbe potuto farlo.

Francesca con il padre Giorgio

Hai scritto un libro con tua madre in cui Federico Fellini viene raccontato attraverso il cibo. C’è un piatto che ancora oggi non riesci a mangiare senza pensare a lui?

Le polpettine con la ricetta della nonna Ida. Un giorno lo zio Federico entrò al ristorante Al Toscano di Roma e chiese al proprietario, che accorse subito: “Le polpettine di lesso come le faceva mia mamma.” Gliela descrisse come se fosse un cortometraggio. Dal brodo della domenica, dove la nonna metteva vari tipi di carne, restava un bel pezzo di lesso il lunedì. Lei lo tagliava con la mezzaluna, poi aggiungeva prezzemolo, pinoli, uvetta sultanina, parmigiano, uovo e un po’ di noce moscata. Il cuoco imbarazzato cercava di memorizzare. Poi le polpettine piccole come un occhio — devono essere piccole, se ne mangia una dietro l’altra, sono invoglianti; grandi diventano un mattone. Passate nel pangrattato e fritte. Ancora oggi nel menù di quel ristorante ci sono le “polpettine della mamma di Fellini”.

Il cibo nei suoi film è ovunque: la tavolata di nozze ne La strada, il pollo di Amarcord — Nandino Orfei non riuscì più a mangiarlo per tutta la vita, dopo quattro ciak di quella scena — i ravioli de La dolce vita, la coscia di pollo salvata dal Patacca ne Amarcord. Sul set lui diceva all’attore: mangia questo, mangia quello. E poi mangiava i piatti di tutti. Era un divulgatore che ha declinato il cibo come ha declinato tutto il resto: rendendolo immortale.

Fellini Magazine

Francesca Fabbri Fellini è anche direttrice del Fellini Magazine, rivista online dedicata all’universo felliniano e alla cultura a 360°, con contributi di più autori. Il progetto, avviato durante la pandemia insieme al compagno, il fotografo Graziano Villa, ospita rubriche sulla famiglia Fellini, sul cinema e sull’arte, oltre a una Young Image Gallery dedicata ai giovani visionari: www.fellinimagazine.com.

Spettacolo: Per te