È l’Ultima Battuta? recensione: Will Arnett e Laura Dern nel film di Bradley Cooper
SpettacoloIntroduzione
Bradley Cooper torna dietro la macchina da presa con È l'Ultima Battuta?, commedia agrodolce sul divorzio e la stand-up comedy in cui Will Arnett offre la performance della sua carriera nei panni di Alex Novak, cinquantenne alle prese con la crisi di mezza età e con i detriti di un matrimonio ventennale. Al suo fianco, una magnetica Laura Dern. Cooper sceglie di scalare le ambizioni e di guadagnare in umanità: meno Maestro, più Cassavetes da Upper East Side. Il risultato è un film che fa ridere e, quando meno te lo aspetti, ti abbraccia come un amico che non vedevi da tempo Dal 2 aprile al cinema
Quello che devi sapere
È l'Ultima Battuta? La commedia agrodolce di Bradley Cooper
C'è un momento, verso la metà di È l'Ultima Battuta?, in cui Will Arnett — nei panni del quarantanovenne Alex Novak, futuro divorziato e improvvisato comedian — è solo su un palco del Comedy Cellar di New York. La telecamera di Matthew Libatique gli sta addosso come un cane fedele, quasi a leccarlo in faccia. Alex balbetta, si perde, trova il filo, lo perde di nuovo. Non è bravo. Non è neanche particolarmente divertente. Ed è esattamente per questo che il film funziona.
Bradley Cooper — cineasta candidato all'Oscar per A Star Is Born (2018) e Maestro (2023) — sceglie, con il suo terzo lungometraggio, di non stare al centro della scena né come attore né come autore. Si fa da parte. Si affida. E in questo gesto apparentemente banale sta tutta la saggezza di È l'Ultima Battuta?, in uscita nelle sale italiane il 2 aprile 2026, presentato in anteprima al BIF&ST di Bari nella sezione fuori concorso "Rosso di sera".
Alex e Tess: un divorzio senza cattivi
La storia è ispirata — liberamente, si precisa — alla vicenda vera del comico britannico John Bishop, che nei primi anni Duemila cominciò a fare open mic a Manchester per curarsi le ferite di una separazione. Manchester diventa Manhattan, il pub diventa il Comedy Cellar, e John Bishop diventa Alex Novak, borghese newyorkese annoiato che una sera, pur di non pagare il biglietto d'ingresso a un comedy club, sale sul palco e racconta la sua vita che va a rotoli.
Al suo fianco — o meglio: di fronte, e spesso di traverso — c'è Tess, sua moglie da ventisei anni, ex giocatrice olimpica di pallavolo ora in cerca di una seconda vita come allenatrice. Laura Dern le presta il suo corpo di pantera e la sua capacità soprannaturale di cambiare espressione senza muovere un muscolo visibile. La Dern è uno di quei fenomeni naturali del cinema americano — come certi vini di grande annata — che continuano a stupire proprio quando ti convince di sapere già tutto di lei.
La sceneggiatura, scritta da Cooper insieme ad Arnett e a Mark Chappell, ha l'intelligenza di non assegnare torti. Non c'è il traditore, non c'è la vittima, non c'è la Scarlett Johansson che urla ad Adam Driver «Sei impossibile da amare». Alex e Tess sono semplicemente due persone che si sono allontanate nel silenzio, centimetro dopo centimetro, finché un giorno si sono ritrovate a dormire in letti diversi senza sapere esattamente come ci erano arrivati. Come direbbe Raymond Carver — ecco, è il tipo di storia che Carver avrebbe scritto se fosse stato più ottimista e avesse avuto un agente a Hollywood.
Will Arnett: il trasformista inaspettato
Il grande rischio del film era Will Arnett. Amato dal grande pubblico come la voce di LEGO Batman, celebrato dai cinéphiles seriali come Gob Bluth di Arrested Development — il mago incompetente e fatuo che è probabilmente il personaggio comico più perfetto della televisione degli ultimi vent'anni — Arnett ha costruito la sua carriera sull'eccesso, sull'autoironia urlata, sul pastiche. È un attore che lavora sopra le righe con una precisione chirurgica.
Alex Novak è tutto il contrario. È un uomo che vive sotto le righe, che deglutisce il dolore invece di esibirlo, che fa battute sul suo divorzio davanti a sconosciuti perché è l'unico modo che ha trovato per non piangere da solo in appartamento. Arnett lo costruisce dal basso, con una compostezza sorprendente che rivela un attore capace di sottrarre dove per tutta la carriera ha aggiunto.
La scena chiave è quella in cui i due figli, i gemelli Jude e Felix, dieci anni, interpretati da Calvin Knegten e Blake Kane con una naturalezza che fa quasi paura — trovano la cartella di papà piena di barzellette sulla loro famiglia. Il modo in cui Arnett incassa lo sguardo deluso dei figli, il modo in cui vorrebbe spiegare e non riesce, il modo in cui si rimpicciolisce fisicamente: ecco, in quel momento capisci che stai guardando la performance dell'anno.
Laura Dern, un attrice che non va mai fuori tempo
Laura Dern: la pantera che non ruggisce mai a vuoto
C'è un'arte sottile, rarissima, che Laura Dern pratica da quarant'anni con una nonchalance quasi offensiva: quella di essere la cosa più interessante della scena senza sembrare di provarci. In È l'Ultima Battuta? interpreta Tess Novak — ex atleta olimpica di pallavolo, madre di due figli, donna che ha messo in pausa se stessa per costruire una famiglia e ora, a cinquant'anni passati, si ritrova a fare i conti con quella pausa che è diventata una vita intera. Non è un ruolo facile. È il tipo di personaggio che nei film peggiori diventa la moglie-ostacolo, la ex petulante, il contrappeso drammatico al protagonista maschile. Dern lo trasforma in qualcosa di completamente diverso.
La scena chiave è quella al Comedy Cellar: Tess scopre per caso che Alex fa cabaret sul loro matrimonio. Cooper tiene la telecamera sul suo volto per un tempo che in un altro film sembrerebbe insopportabile. E sul volto della Dern passano, nell'arco di pochi secondi, lo shock, la rabbia, il disagio, qualcosa che assomiglia all'orgoglio e infine — lentissimo, quasi involontario — un sorriso. Non recita le emozioni. Le attraversa. È la differenza tra una grande attrice e tutte le altre.
Vale la pena ricordare che è la stessa Laura Dern che in Marriage Story di Baumbach vinceva l'Oscar nei panni dell'avvocata divorzista più spietata di Hollywood. Qui fa esattamente il contrario: interpreta la donna che quell'avvocata difenderebbe, con una tenerezza che non scivola mai nel sentimentalismo. Tra le due performance c'è tutta
Bradley Cooper regista: meno è meglio
Con A Star Is Born, Cooper aveva dimostrato di saper maneggiare il melodramma con mano ferma e occhio da pittore. Con Maestro si era forse perso un po' nell'ambizione — quei chiaroscuri espressionistici, quel naso posticcio di Leonard Bernstein che ha fatto più discutere del film stesso — scivolando in un territorio in cui la forma rischiava di schiacciare il contenuto.
Con È l'Ultima Battuta? Cooper torna a casa. La casa del cinema americano indipendente degli anni Novanta e Duemila — Cassavetes, Sayles, magari un po' di Noah Baumbach in versione soleggiata — quella dei film girati con la luce che c'è, con la macchina da presa a mano che respira insieme agli attori, con le ellissi narrative al posto degli spiegoni. Il direttore della fotografia Matthew Libatique, già complice in Maestro e in Il cigno nero, fa un lavoro magistrale nell'usare il primo piano come strumento emotivo: la telecamera che rimane sul volto di Dern quando Tess scopre che il suo ex marito fa cabaret sul loro matrimonio è probabilmente il piano sequenza più commovente che vedrete in questo 2026.
Cooper sceglie anche, saggiamente, di non mettersi al centro del film come attore. Si ritaglia il ruolo di Balls — sì, proprio così si chiama — amico di Alex e Tess, attore di secondo piano con un matrimonio problematico. Il personaggio è scritto con qualche indulgenza, ma Cooper lo recita con un'autoironia deliziosa, come se stesse facendo a pezzi la propria immagine da sex symbol con evidente sollievo.
La stand-up comedy come terapia (e come metafora)
Sarebbe facile bollare È l'Ultima Battuta? come un film sulla stand-up comedy. Non lo è. Come Cooper ha dichiarato nelle note di produzione, il comedy club è il contrappunto narrativo, non la storia principale. Alex non sale sul palco per diventare famoso, non c'è nessun talent scout nascosto tra il pubblico, nessuna rivincita da conquistare sotto i riflettori del Madison Square Garden.
La stand-up comedy funziona qui come uno psicoanalista pagato a serata: un posto dove puoi dire in pubblico quello che non riesci a dire in privato. Come scriveva Freud. " l'umorismo è la forma più elaborata di difesa dell'ego". Alex non racconta barzellette. Alex confessa. E il pubblico ride perché si riconosce.
C'è qualcosa di profondamente italiano, per certi versi, in questa idea del palcoscenico come confessionale laico. Penso a certi monologhi di Dario Fo, alla tradizione della commedia dell'arte in cui la maschera non nasconde il volto ma lo rivela. Alex Novak, con la sua camicia di flanella, la sua t-shirt e il suo ritmo incerto, è un Arlecchino di mezza età che ha perso il costume e non sa più se ridere o piangere e sceglie, ogni sera, di salire lo stesso sul palco.
Un cast da manuale: dai comprimari ai grandi camei
Attorno alla coppia principale, Cooper ha costruito un cast che funziona come un'orchestra ben accordata. Andra Day nei panni di Christine, amica di Tess con un matrimonio in crisi, porta al personaggio una grazia ferina che l'aveva già distinta ne Gli Stati Uniti contro Billie Holiday. Sean Hayes e Scott Icenogle, coppia nella vita e nel film, regalano i momenti più deliziosamente surreali del terzo atto, ambientato in un ritiro a Oyster Bay che sembra uscito da un racconto di John Cheever con qualche bicchiere di vino in più.
Christine Ebersole e Ciarán Hinds nei panni dei genitori di Alex sono il cuore segreto del film: due attori che sanno dire tutto con un'alzata di sopracciglia, un gesto, una pausa. E poi c'è Peyton Manning — sì, il quarterback — nei panni di Laird, il primo appuntamento di Tess dopo la separazione. La sua uscita di scena, in una sala gremita del Comedy Cellar, è la scena più comicamente perfetta del film, e dirvi di più sarebbe un delitto.
È l'Ultima Battuta? vs Marriage Story: la commedia del rimpianto
Il confronto con Marriage Story di Noah Baumbach (2019) è inevitabile — e non solo perché nel cast c'è ancora Laura Dern, qui meno avvocata e più donna. Baumbach aveva costruito un poema laico sulla separazione come guerra di trincea, con Adam Driver e Scarlett Johansson che si gridavano in faccia verità insopportabili in un appartamento di Los Angeles. Magnifico, straniante, quasi teatrale nella sua crudeltà.
Cooper sceglie la strada opposta. Non c'è la grande scena madre, non c'è il momento catartico in cui tutto esplode. Alex e Tess litigano sottovoce, si rinfacciano le cose a mezza bocca, si ritrovano a fare i genitori insieme il giorno dopo come se niente fosse. È un divorzio che assomiglia alla vita vera: rumoroso quanto basta, silenzioso molto di più.
E' l'ultima battuta? il film che non ti aspetti
È l'Ultima Battuta? è un film imperfetto — il primo atto ha qualche incertezza di ritmo, certi dialoghi nel terzo atto toccano la soglia dell'abburattato — ma è imperfetto nel modo in cui sono imperfetti i film che ami davvero: con personalità, con coraggio, con qualcosa da dire che non si lascia ridurre a una logline da festival.
Cooper ha fatto qualcosa di raro e prezioso: ha smesso di voler impressionare e ha scelto di voler commuovere. Arnett ha smesso di nascondersi dietro le maschere e si è mostrato. Dern ha fatto quello che ha sempre fatto, che è tutto.
Uscendo dalla sala — o, nella versione domestica, alzandosi dal divano — vi scoprirete a pensare a qualcuno. Un ex, un amico, voi stessi in un momento in cui tutto sembrava andare in pezzi e invece andava soltanto avanti. È l'Ultima Battuta? non è il film dell'anno. Ma potrebbe essere il film che vi rimane.
C’è una frase di Francis Scott Fitzgerald che per decenni ha campeggiato come un epitaffio sopra la mitologia americana: “There are no second acts in American lives.” Niente secondi atti nelle vite americane. Fitzgerald la scrisse nei suoi taccuini, probabilmente negli anni Trenta, quando la parabola della sua vita aveva già raggiunto il punto di discesa: il successo folgorante di gioventù, poi l’oblio, poi Zelda in manicomio, poi Hollywood, poi il silenzio. L’interpretazione più diffusa è quella più nichilista: l’America brucia tutto in fretta, premia il debutto, dimentica il seguito. Ma alcuni critici — e sono quelli più interessanti — leggono la frase al contrario: non come una condanna, ma come una nostalgia. Fitzgerald non diceva che i secondi atti non esistono in assoluto. Diceva che nella vita americana, frenetica e senza memoria, non c’è spazio per fermarsi, ricominciare, riscriversi. Il secondo atto è quello della maturità, della riflessione, della conquista lenta. Ed è esattamente quello che il cinema hollywoodiano — nella sua versione più onesta — di rado racconta. È l’Ultima Battuta? è tutto intero un secondo atto: Alex Novak a cinquant’anni sul palco di un comedy club a fare i conti con ciò che non ha detto, Tess che torna su un campi da pallavolo che aveva abbandonato vent’anni prima. Cooper dimostra che i secondi atti esistono, che sono più faticosi dei primi e molto più interessanti. Basta avere il coraggio di alzarsi e salire sul palco.
Se fosse un cocktail: The Open Mic
Si chiama The Open Mic. Lo ordinate tardi, quando il locale si è svuotato a metà e il barman ha abbassato le luci. Non è il cocktail più spettacolare della lista — nessuna sfera di ghiaccio intagliata, nessuna torcia fiammeggiante, nessuna schiuma di qualcosa che non sapete pronunciare. Arriva in un bicchiere old fashioned, senza cerimonie, con una scorza d’arancio appoggiata sul bordo come un’idea a metà.
The Open Mic
4 cl bourbon invecchiato (la maturità che non ti aspettavi) — un uomo di mezza età ha bisogno di qualcosa con gli anni addosso
2 cl Aperol (il rimpianto, leggermente amaro, che però scalda) — c’è sempre qualcosa che avresti voluto dire prima
1 cl sciroppo di miele (la dolcezza che resiste, sottotraccia) — perché Alex e Tess si vogliono ancora bene e si vede
2 dash Angostura bitters (i figli, i sensi di colpa, le cose non dette) — poche gocce bastano a cambiare tutto il sapore
Un grosso cubo di ghiaccio trasparente (il tempo, che rallenta tutto) — non lo sciogliete in fretta, godetevelo
Scorza d’arancio espressa (la speranza, volatile, che arriva alla fine) — strizzatela sul bordo del bicchiere come si strizza il meglio da una storia finita
Si prepara con lo stirring — niente shaker, niente violenza — mescolando lentamente, rispettando ogni ingrediente. Al primo sorso sembra quasi un Old Fashioned, qualcosa di già conosciuto. Poi l’Aperol apre una nota inaspettata, e capisci che non lo avevi mai bevuto davvero così. Non è il cocktail più originale del mondo. Ma è quello che, a fine serata, vorreste ancora sul bancone davanti a voi. Che è esattamente quello che si prova uscendo dalla sala dopo aver visto È l’Ultima Battuta?