Carla Fracci, “Più luminosa di una stella”. Un estratto del libro di Aurora Marsotto

Spettacolo
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È l’ultima testimonianza scritta dell’étoile. Un passaggio di testimone ai giovani sognatori fortemente voluto dall’eterna fanciulla danzante che si è raccontata all’autrice. La storia di una vita straordinaria e irripetibile della figlia di un tranviere e di un’operaia diventata la grande ballerina acclamata in tutto il mondo

E’ un passaggio di testimone ai giovani sognatori fortemente voluto da Carla Fracci, l'étoile scomparsa il 27 maggio scorso) e dalla sua famiglia. Un libro scritto a quattro mani con Aurora Marsotto, giornalista esperta di danza e autrice per ragazzi. Si chiama “Più luminosa di una stella” ed è un libro, pubblicato per Piemme da Mondadori Libri S.p.A. nella collana “Il Battello a Vapore” con le illustrazioni di Giorgia Marras, che ripercorre la straordinaria e irripetibile vita dell’eterna fanciulla danzante anche attraverso documenti fotografici.

Un romanzo che ha come protagonista Giulia, una ragazzina appassionata di danza, che sogna di diventare ballerina. Giulia sta trascorrendo le vacanze al mare con la sua famiglia e gli amici e scopre di essere vicina di casa dell'immensa Carla Fracci. Coglie così l'occasione, insieme ai suoi amici, per avvicinarla e conoscerla, e l'étoile, a sua volta, le racconta volentieri la sua vita, i successi, gli spettacoli e i personaggi indimenticabili della danza che ha magistralmente interpretato, non risparmiando consigli e segreti. Lei che prima di diventare la grande danzatrice che ha fatto la storia del nostro Paese, è stata una ragazzina che ha creduto in un sogno: la danza. Ed è proprio ai ragazzi e alle ragazze che aspirano a grandi sogni che si rivolge questo libro. 
Qui un estratto

approfondimento

Addio a Carla Fracci, l’ultima intervista rilasciata a Sky Tg24. VIDEO

Il giorno dopo il sole aveva deciso di nascondersi e una fredda brezza spirava sul mare. Lisa telefonò a Giulia e le suggerì di approfittare di quelle ore di calma per cercare il modo di incontrare Carla Fracci. L’indomani sarebbe arrivata Sara e forse non avrebbe più avuto l’occasione di parlarle da sola.

– Vai a fare un po’ di jogging, magari la incontri. Cosa vuoi che faccia oggi? Passeggerà verso il mare. È bellissimo con le onde increspate, la brezza…

– E il freddo.

– Ma dai, copriti e… buttati! Buona fortuna, Giulia.

Poco dopo Giulia uscì dalla veranda in perfetta tenuta da corsa e si incamminò adagio verso la spiaggia, lo sguardo e gli occhi fissi alla cancellata azzurra della silenziosa villa.

Non avvertiva nessun movimento, così si infilò le cuffiette e si mise a correre immersa nella musica. Qualche minuto più tardi, vide una figurina in fondo alla spiaggia.

La sua forma si stagliava tra il luccichio del mare, la sabbia e la roccia dorata.

Giulia si fermò e osservò più accuratamente: cappello chiaro a pagoda, caftano bianco e un grande scialle leggero che l’avvolgeva e si muoveva scosso dalle raffiche ancora gentili del vento.

Era lei, non c’erano dubbi.

Prima di raggiungerla, la ragazza la guardò ancora per qualche secondo.

Portava il cappello, certo, ma sembrava quasi una nuova Giselle. Giulia quel balletto l’aveva visto così tante volte in video… Nel secondo atto, quello notturno, ambientato nel bosco, Giselle avanza e si prostra alla Regina delle Villi in quella mitica posizione ideale, che tutte le danzatrici cercano di replicare, copiando la posa perfetta e irraggiungibile della signora Fracci.

Giulia era immersa in quei pensieri e nel bosco soprannaturale delle Villi, quando si accorse che una raffica di vento più forte aveva rubato il cappello a Carla Fracci.

Quasi senza rendersene conto, scattò al suo inseguimento.

La signora Fracci si fermò a guardare il cappello volteggiare nell’aria, fece qualche passo veloce e aprì le braccia per prenderlo, ma senza riuscirci. Fu Giulia che, dopo averlo rincorso in riva al mare, lo acchiappò al volo.

– Preso! – gridò.

– Grazie – disse Carla Fracci avvicinandosi. – Il vento si è alzato tutt’a un tratto e non me ne sono accorta – aggiunse prendendole il cappello dalle mani e cercando di calcarselo bene in testa.

– Neanch’io l’ho sentito, forse è perché abbiamo gli auricolari – commentò Giulia indicando le cuffiette che avevano nelle orecchie.

– Cosa stai ascoltando?

– Adam… Adolphe Adam, il secondo atto di Giselle.

Mi piace moltissimo questa musica, se l’ascolto quando corro non sento la stanchezza – le rispose Giulia.

– Io, invece, ascolto un pezzo di musica contemporanea che mi hanno inviato. Chissà, forse sarebbe bello farci qualcosa…

In quel momento una raffica di vento particolarmente forte cercò di rapire ancora una volta il cappello della ballerina, che però fu pronta a tenerlo ben saldo fra le mani.

– Ci conviene ripararci per un po’, si sta alzando la sabbia.

Giulia le indicò un’insenatura poco lontana e, circondandola per la vita, la spinse dolcemente verso quel riparo.

– Qui non sentiremo il vento.

Quell’antro Giulia lo conosceva bene, era uno dei tanti punti d’incontro dove i ragazzi si fermavano a chiacchierare.

Chi amava il sole si stendeva all’esterno, mentre chi voleva un po’ d’ombra poteva sedersi sui due comodi massi al suo interno. Da lì la vista era magnifica.

L’arco d’ingresso incorniciava il mare e quel giorno il quadro era ancora più magico con le onde che si alzavano tra mille spruzzi.

– Che bello, qui. È il vostro ritrovo? – chiese la signora Fracci accomodandosi su una delle due pietre levigate dal mare.

Giulia si sedette di fianco a lei su quella più bassa.

– Sì, uno dei tanti. Veniamo qui da quando siamo piccoli e conosciamo ogni angolo di questa e di altre spiagge vicine.

– In attesa che cali il vento, dimmi un po’ di te. Studi danza e ti piace Giselle?

– Oh, sì, moltissimo – rispose Giulia pensando di prendere il cellulare. Per ringraziare Lisa, ma soprattutto per rinfrescarsi la memoria scorrendo l’elenco di domande alle quali aveva lavorato in quei giorni. Ne aveva scritte ben due pagine, ma in quella situazione guardare il telefono non le sembrava educato.

Così alzò lo sguardo e, incrociando quello della donna, proseguì: – Il momento che preferisco è quando Giselle, dopo aver salutato la Regina delle Villi, Mirtha, fa quei velocissimi giri sulla mezza punta di un piede, mentre l’altro è in posizione di arabesque bassa e tutto il tulle del lungo tutù le si avvolge addosso come una spirale.

Ecco, per me quella è proprio la visione di Giselle nel mondo soprannaturale. Da quel momento è ufficialmente una Villi, non è più la bella contadina un po’ ingenua del primo atto.

– Quelli che tu chiami “giri” si chiamano “solé en tournant”, e si devono eseguire velocemente se si vuole dare al tulle la forza di salire. In questo modo, come hai osservato, si offre al pubblico l’effetto di assistere alla trasformazione di Giselle in creatura ultraterrena. È un passaggio difficile anche perché, dopo i solé, si devono affrontare anche i sissonne coupé assemblé. Il personaggio di Giselle è complesso non solo per i passi, ma anche per l’interpretazione, se pensi che in soli due tempi la protagonista affronta due personaggi completamente diversi. Eppure uno è la conseguenza dell’altro. E mentre si interpreta il personaggio di Giselle in tutù bianco, quello del secondo atto, si eseguono anche una serie di complessi passi tecnici, di posizioni dove è importante mantenere l’equilibrio, non per mostrare al pubblico la propria bravura, ma per intensificarne il lato drammatico. Per esempio con gli jété, i salti che da piccoli diventano medi e grandi, e seguono

in successione la drammaticità della musica.

– Quello che mi ha detto mi fa venire in mente i trentadue entrechat-six del principe Albrecht.

– Certo, quelli sono tanti, veloci, e molto difficili da portare bene a termine perché Albrecht li fa quasi alla fine di un lungo balletto… e anche le étoile si stancano! – rise la signora Fracci. – La musica in quel momento si fa incalzante e lui balla sino allo sfinimento per raggiungere l’alba, perché solo così potrà uscire dal bosco incantato e avere salva la vita. E quindi anche lui, come Giselle, oltre a cercare di eseguire quel passo alla perfezione, alzandosi ogni volta bene da terra e sempre con le punte dei piedi tirate, deve anche dare volto alla drammaticità del momento: è a un passo dalla morte. Vedi, è importante essere sempre fedeli sia alla musica sia alla coreografia,

ma ogni sera le emozioni del protagonista fanno sì che l’interpretazione diventi unica e irripetibile.

– Cioè ogni sera lei era sempre diversa?

– Sì. Me lo dicevano tutti. Anzi, ti rivelo una cosa.

Quando, chiuso il sipario del primo atto, io mi alzavo, scoprivo che spesso il Corpo di Ballo aveva gli occhi lucidi.

Poi venivo a sapere che durante la scena della mia pazzia si commuovevano mentre erano in scena con me.

– Sicuramente anche il pubblico aveva le lacrime –. Giulia si era emozionata a vederla solo nel film.

Rimasero entrambe in silenzio, per un attimo, rivedendo nella propria mente quell’immagine.

Poi la signora Fracci confidò a Giulia: – Una volta ero al Teatro Colón di Buenos Aires, in Argentina, alla fine di Giselle. Il mio partner, il bravissimo Gheorghe Iancu, proprio dopo quei trentadue entrechat-six, rovinò ai miei piedi. Mi accorsi subito che era caduto malamente e mi resi conto che non avrebbe terminato il balletto. A fatica e molto dolorante riuscì, infatti, a scivolare dietro la quinta. Un infortunio bruttissimo e dolorosissimo, soprattutto per un danzatore. Io ero tutta sola in palcoscenico e lo spettacolo non termina con il mio ultimo saluto a Albrecht e la mia sparizione nella tomba, c’è ancora qualche battuta di musica per il principe. È Albrecht che,

piangendo, chiude il balletto. Angosciata e con il cuore a pezzi per quello che era successo all’amatissimo Gheorghe, inventai qualche passo, un gesto, cercai di rendere la scena, così diversa, ugualmente credibile al pubblico.

– E ci riuscì? – chiese Giulia, incredula.

– Sì, credo di sì. Pensa che anni dopo in un aeroporto fui avvicinata da una donna che non riconobbi subito. Era una ballerina del Corpo di Ballo del Teatro Colón e quella sera era in scena come Villi. Mi disse che ne parlavano ancora. Quando sei sul palcoscenico, tutto può succedere e bisogna essere preparati a risolvere

ogni situazione in modo che il pubblico non se ne accorga. Può rompersi un costume, sciogliersi una acconciatura… Una volta sbattei il naso contro la spalla di Gheorghe Iancu, poi lo picchiai nello stesso punto contro il bastone di un altro mio partner, Gabriel Popescu, sempre nello stesso balletto, Mirandolina. Mi si ruppe la cartilagine e adesso il mio naso guarda un po’ in giù. Un’altra volta colpii la fronte contro un ferro, proprio prima di andare in scena e il mio partner, Massimo Murru, si accorse dopo qualche passo che perdevo sangue. Mi accarezzò il viso per pulirmi e si sporcò il costume, ma portammo ugualmente a termine il balletto facendo finta di niente.

– Davvero? –. Giulia era esterrefatta.

– Certo. Tutti gli artisti sanno che lo spettacolo, comunque, deve continuare, qualsiasi cosa accada. Quindi occorre essere sempre molto presenti e saper trovare, in un millesimo di secondo, la soluzione a ogni situazione avversa che possa accadere. E sai cosa ti aiuta?

– Cosa? –. Giulia non ne aveva idea.

– Sapere bene la tua parte. Questo ti lascia la testa libera di trovare una soluzione nel caso ce ne fosse bisogno.

Io, quando danzavo in giro per il mondo, avevo spesso con me un maestro che mi faceva lezione e mi preparava per andare in scena. Mi dava molta sicurezza. Al Teatro Colón, la sera in cui dovetti terminare il balletto da sola, c’era uno dei più grandi maestri. Gabriel Popescu. Il mio vecchio partner.

La signora Fracci si perse un attimo nei ricordi.

Fu Giulia a riprendere il discorso: – Posso chiederle una cosa?

– Dimmi.

– Come trasforma lo chignon nella scena della pazzia alla fine del primo atto? È velocissima.

– Lo chignon di Giselle nel primo atto è un po’ particolare, deve modificarsi in brevissimo tempo senza che nessuno del pubblico se ne accorga. È importantissimo.

Ti svelo un segreto: io mi sono sempre pettinata da sola. Quando ero una ragazzina come te, non usavo nemmeno l’elastico per farmi la coda di cavallo che, come sai, è l’inizio dello chignon. Mi legavo i capelli con un legaccio.

Più sicuro. Non si sarebbe mai rotto. E le forcine che fermano lo chignon devi infilartele da sola, perché solo tu puoi sentire quando sono ben ferme. Uno chignon che si disfa è una cosa tremenda da vedere, potrebbe addirittura portare all’insuccesso uno spettacolo.

 

Pubblicato per PIEMME da Mondadori Libri S.p.A.

© 2021 - Mondadori Libri S.p.A., Milano

Carla Facci-Aurora Marsotto, Più luminosa di una stella, Piemme, Milano 2021

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