Gender Project, viaggio fotografico di Veronique Charlotte attraverso l’identità di Genere

Spettacolo

Paolo Nizza

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Dopo le mostre di Londra e Milano, continua il progetto di fotografia sociale dell’artista italiana e body performer. Prossima tappa: Berlino

approfondimento

Gender Project, l'identità di genere nelle foto di Veronique Charlotte

"Il genere è tutti ed è ovunque". È questo l’obiettivo di Gender Project della fotografa Veronique Charlotte, una raccolta di 100 candidi ritratti semi-nudi, legati a 100 storie, 100 emozioni, 100 vite. Dopo l’esposizione di Londra (che si è svolta il 3 e 4 settembre 2019) e quella di Milano  (dal 7 all’11 ottobre 2020 ) l’artista italiana continua nel suo racconto alla scoperta dell’identità di genere, senza pregiudizi e classificazioni.

Il progetto parte dall'etimologia della parola Genere, che è solo vagamente associata al sesso e più ampiamente associata dal latino alla parola “GENTILEZZA“.

L'intenzione di Veronique è quella di creare una catena di mostre multimediali con installazioni visive e sonore. Gender è uno spazio aperto a tutti coloro che sono felici di far parte di questo viaggio e a tutti coloro che vogliono condividere emozioni, essere aperti alle discussioni e stabilire connessioni. Ecco come l’artista ci ha raccontato il suo progetto.

L'intervista a Veronique Charlotte

 

Come è nato Gender Project? E’ un’idea a cui pensavi da tempo o è stata un’illuminazione?

È stata una sorta di illuminazione. A Londra, stavo facendo degli scatti a un mio amico a cui piace vestirsi da donna ma non sa identificarsi in un determinato genere. Così ci siamo incontrati nel mio studio e abbiamo iniziato a parlare del concetto di identità. Si è trattato di un incontro catartico. Ho deciso di raccontare questa tematica. Certo, so che non ho portato nulla di nuovo. Ci sono fotografi come Nan Goldin che dagli anni Ottanta hanno affrontato il tema. Penso però che sia necessario riaprire la discussione con un approccio diverso, più inclusivo.

Come si si sviluppa il lavoro?

Lavoro con 100 persone diverse ogni volta. Non chiedo a nessuna di posare. Prima conversiamo per un’ora, si va dagli argomenti più leggeri e divertenti a quelli più dolorosi come gli abusi o il dramma di chi è stato cacciato di casa perché non accettato dalla propria famiglia.  Ho scritto e reso pubblico un manifesto in modo che le persone sapessero cosa aspettarsi, visto che si trattava di una open call, aperta a tutti. Erano consapevoli che dovevano venire in studio, spogliarsi completamente e non solo degli abiti. Si sono presentate persone diversissime tra loro, ma unite dal fine di essere i portavoce della propria differenza.

È cambiato qualcosa tra la Mostra di Londra e quella di Milano?

Non tanto per la tipologia di persone. Le differenze erano soprattutto sociali. Tutti siamo diversi ma al tempo stesso simili. Sono le condizioni della società in cui viviamo a determinare le disparità.

Nel tuo progetto parli dell’importanza della gentilezza, cosa significa per te questa parola?

Si può sempre scegliere di essere gentili.  La gentilezza per me parte dall’ascolto. Siamo bombardati in continuazione da notizie, fake news, notifiche, post e si sta perdendo l’attitudine a incontrarsi di persona, faccia a faccia. Siamo troppo concentrati su noi stessi e sulla nostra vita e rischiamo di perdere il contatto con gli altri. Certo i social sono importanti e fanno ormai parte delle nostre vite. L’importante è sapere come usarli. Sono come un martello, se lo impugni dalla parte sbagliata ti fa male.

C’è un artista con cui senti di avere una particolare affinità?

Io sono stata sempre una grande appassionata di Lou Reed e dei suoi testi.  Se ti senti solo, ascolta le canzoni di Reed. La sua voce è come avere un amico che ti accompagna per tutto il giorno. La maggior parte delle persone con cui sento delle affinità sono morte. Infatti gli artisti che avrei voluto fotografare non ci sono più. Magari riuscirò a ritrarli in un’altra vita.

Dopo Londra e Milano, la prossima tappa sarà Berlino.

Covid permettendo, a metà novembre partirà l’open call. A gennaio a Berlino realizzeremo gli scatti (QUI IL LINK AL CROWNFUNDING). Poi torneremo a Londra per la post-produzione. Se tutto va bene, la Mostra si inaugurerà nella primavera del 2021. Sarà la terza tappa di un viaggio nelle connessioni umane. L’idea è di raccogliere mille storie che parlino dell’identità di genere ma è anche la testimonianza dei mutamenti che avvengono anno dopo anno nel Paese che in cui ci troviamo, un progetto fluido.

Hai dei collaboratori?

Si ho una serie di persone fisse con cui collaboro, tra cui Laura Manca che è diventata la project manager e con cui ci dividiamo il lavoro. Poi ci sono i volontari e soprattutto le persone del luogo che ogni volta formano un nuovo team. È importante avere l’aiuto di chi conosce bene la realtà dove stiamo operando.

 

Come è nata la tua passione per la fotografia?

Io non ho fatto una scuola. Sono un autodidatta. La mia passione è nata quand’ero piccola. Avrò avuto 10, 11 anni; avevo visto in una vetrina una macchina fotografica a forma di lattina di coca cola. Risparmiando i soldi della paghetta settimanale l’ho acquistata ed è stata la prima cosa che ho comprato da sola. E quindi negli anni mi sono appassionata. Ho sempre lavorato in settori che avevano a che fare con la fotografia come la moda. E quando un mio caro amico mi ha regalato il suo set di luci, quella è stata la spinta per l’iniziare il lavoro che sto facendo da quasi tre anni. 

 

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