Una donna di potere in una società maschilista: La moglie del rabbino di Chaim Grade

Spettacolo

Filippo Maria Battaglia

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IL LIBRO DELLA SETTIMANA. È uno dei grandi classici della letteratura yiddish, ma in Italia finora è stato incomprensibilmente ignorato. Eppure è all’altezza delle opere del premio Nobel Isaac Singer

Era ormai nonna, ma “sulle guance la pelle era tesa, senza una ruga”. Piccoletta, abbigliata con vestiti impeccabili e un po’ retrò, “si sarebbe potuto paragonarla a una statuetta di porcellana”. Eppure, “le bastava aprire i grandi occhi chiari e corrugare un poco l’alta fronte” perché tutti potessero intuire che “era l’intelligenza fatta persona”.
È lei “La moglie del rabbino”, attorno al quale ruota il romanzo di Chaim Grade che Giuntina ha ora deciso di far conoscere al pubblico italiano grazie alle ottime cure di Anna Linda Callow (pp. 214, euro 18)

La trama

Siamo a Grodno/Horodne, nell’attuale Bielorussia. La “rebetsin” (in yiddish, appunto, la moglie del rabbino) si chiama Perele ed è una donna di potere, almeno come può esserlo in una società maschilista quale quella ebrea-ortodossa del secolo scorso. A Perele, sposata con uno studioso mite ma di ambizioni modeste, è ovviamente precluso il ruolo da proscenio. Ma tenacia e cattiveria non le mancano. Imbastisce così una fitta trama di manovre e manipolazioni varie, con l’unico obiettivo di prendersi ciò che la vita, secondo lei, le ha ingiustamente negato. E scatena una violenta faida religiosa e politica che ha come obiettivo Moshe, il geniale fidanzato colpevole di averla a suo tempo abbandonata prima del matrimonio e ormai diventato un’autorità nell’interpretazione della Torah (gli scritti sacri ebraici).

Un grande autore assai diverso da Isaac Singer

Chaim Grade allestisce un affresco corale all’altezza degli altri grandi scrittori yiddish. Non è un caso che, nel presentarlo, Elie Wiesel lo abbia definito “tra i più grandi, se non il più grande romanziere” in quella lingua. Le differenze coi suoi colleghi, a cominciare dal premio Nobel Isaac B. Singer, sono però almeno due.
La prima è per così dire teologica e sociale: i suoi romanzi non sono ambientati nell’ebraismo chassidico polacco, ma nella società ebraico-ortodossa lituana che, a differenza della prima, è contraria alla mistica e teorizza un forte razionalismo talmudico.
La seconda differenza, invece, è più propriamente letteraria: Chaim Grade non ha – almeno in questo romanzo – la stessa grandiosa varietà di toni nei quali oscilla l’opera di Isaac Singer. Piuttosto, è un superbo narratore di ambienti e saghe familiari, e in questo forse è persino più abile del collega illustre. È una qualità che lo avvicina di più all’altro fratello Singer, Israel, autore di alcuni romanzi ormai cult pubblicati da Bollati Boringhieri e da Adelphi.
Ma questi, forse, sono solo dettagli. “La moglie del rabbino” resta un piccolo capolavoro e un capofila del genere ed è incredibile come siano occorsi diversi decenni per restituire anche alle nostre latitudini la giusta dignità letteraria a un autentico maestro della letteratura yiddish.
 

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