Cravatta day, storia e riti dell’accessorio maschile per eccellenza

Spettacolo

Maria teresa Squillaci

GettyImages-cravatta

Dal “cravattaio del re” al dibattito sempre aperto su come fare un nodo perfetto, il 18 ottobre si celebra il solo capo d’abbigliamento che comunica conformismo o ribellione ai canoni della moda, e non solo 

È di moda la cravatta. Al punto che nel 2003 è stato addirittura istituito il “Cravatta Day”, che cade il 18 ottobre, giorno in cui l'Academia Cravatica avvolse intorno all’arena romana di Pola, in Croazia, una gigantesca cravatta rossa, per rendere omaggio al simbolo della loro identità nazionale.


Cosa comunica

Basta infatti questo solo capo d’abbigliamento per comunicare appartenenza, status, conformismo o ribellione ai canoni della moda, e non solo. Il premier greco Alexis Tsipras, noto per le sue t-shirt e camicie con il colletto sbottonato, promise ad esempio di metterla solo al termine della crisi economica e le foto del 22 giugno scorso in cui ne indossa con orgoglio una rossa, sono l’immagine del riscatto del Paese. “Mi vedete con la cravatta per la prima volta dopo 10 anni perché ci siamo decisamente guadagnati il diritto di essere presi sul serio" disse Sergio Marchionne il giorno in cui Fca raggiunse l’obiettivo di “debito zero”. Citò poi Oscar Wilde: "Una cravatta ben annodata è il primo passo serio nella vita".

Si tratta di un accessorio che ha il fascino della ritualità, una magia che avvolge le regole su “come” indossarlo e i passaggi necessari per fare un nodo perfetto. Anche per questo un tempo la cravatta si indossava nei momenti in cui l’eleganza e la formalità erano d’obbligo, oggi invece ha iniziato ad essere utilizzata anche per donare un tocco di personalità ad outfit più informali, diffondendosi anche tra i più giovani.

Restano tanti però i miti e le curiosità che ruotano attorno a questo capo d’abbigliamento.

Da dove deriva il nome

Il nome sembra derivi dalla “kravatska”, un fazzoletto annodato attorno al collo dei mercenari croati al soldo del re di Francia Luigi XIV durante la Guerra dei trent’anni. Già allora portava con sé un significato molto romantico: era il dono fatto da mogli e amanti ai soldati che partivano per la guerra ed era segno di fedeltà. Dal 1650, la cravatta si afferma al collo dell’intera corte di Francia e nel 1661 lo stesso Luigi XIV istituisce la carica di “cravattaio” del re, una figura che aveva il solo compito di aiutare il sovrano ad annodarla. Sempre ai tempi della monarchia francese, la Duchessa di La Vallière, avvolse un nastro di preziosa stoffa attorno al collo indossando per la prima volta un accessorio fino ad allora destinato soltanto al genere maschile.

Presto la moda si diffuse in tutta Europa e il re inglese Carlo II degli Stuart indossava cravatte del valore di 20 sterline del tempo (1660). In seguito divenne capo d’uso comune tra i ricchi Borghesi e segno di riconoscimento dei primi dandy: Lord Brummell, Le Beau, indossava regolarmente cravatte di mussolina leggermente inamidate di colore bianco assieme ai suoi innumerevoli frac blu e pantaloni beige. Si narra che ogni mattina il suo valletto gliene portasse in quantità, Lord Brummel tentava il nodo, e se non gli riusciva gettava immediatamente la cravatta in terra facendosene porgere un’altra. Un giorno un ospite chiese a cosa si dovesse quella montagna di mussolina sul pavimento ed egli rispose: “Quelli sono i nostri fallimenti”.

 

La prima cravatta


La prima cravatta da club risale al 1880, quando un gruppo di studenti di un college di Oxford decise di togliere i nastri dai loro cappelli di paglia e di annodarli intorno al collo. Ancora oggi nel Regno Unito ogni college ha i suoi colori, cosi quando due persone si incontrano sanno subito se frequentano la stessa università.

Il dibattito sul perfetto nodo alla cravatta è sempre aperto e c'è chi come il matematico svedese Mikael Vejdemo-Johansson ha individuato 177.147 nodi possibili elaborati secondo studi aritmetici complessi e un generatore online. Le possibilità sono quindi quasi infinite ma non è detto che l’esito sia soddisfacente. Come affermava sicuro e vanitoso l’attore David Niven: “Ditemi che ho sbagliato una battuta, ma non una cravatta”.

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