Governo Draghi, chi è il nuovo sottosegretario alla Presidenza Roberto Garofoli

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Giurista, magistrato e giudice del Consiglio di Stato, è stato capo di Gabinetto dei ministri dell'Economia Peier Carlo Padoan e Giovanni Tria. Nel 2018 si è dimesso dal governo gialloverde dopo gli attacchi del M5s

Nato a Taranto, classe 1966, Roberto Garofoli è il nuovo sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo Draghi. Magistrato ordinario fino al 1999, impegnato in processi anche di mafia, e poi giudice del Consiglio di Stato dal 2000, è stato capo di Gabinetto del Ministero dell'Economia con Pier Carlo Padoan ministro, nei Governi Renzi e Gentiloni, e poi con Giovanni Tria nel Governo Conte I. Autore di numerose opere e collane su temi giuridici ed economici, condirettore della Treccani Giuridica, è stato nominato dal Presidente Giorgio Napolitano Grande Ufficiale della Repubblica italiana (TUTTI I MINISTRI DEL GOVERNO DRAGHI).

Lunga esperienza nelle stanze del governo

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Quella di Garofoli è stata una lunga esperienza nelle stanze del Governo, iniziata da fine 2011 con l'esecutivo Monti, poi segretario Generale della Presidenza del Consiglio con Enrico Letta e prima ancora capo ufficio Legislativo del ministero degli esteri con Massimo D'Alema nel governo Prodi II.

Il caso della “manina” e l’attacco del M5s

Come capo di gabinetto del ministro Tria, Garofoli è stato tra gli alti funzionari dello Stato al centro delle polemiche contro i "burocrati" accusati dal Movimento 5 Stelle di essere "servitori dei partiti e non dello Stato" (fecero rumore, tra l'altro, le critiche ai tecnici del Tesoro in un audio del portavoce della Presidenza del Consiglio, Rocco Casalino). Contro di lui c'era stato anche un attacco diretto: sua 'la manina' - è stata la tesi dei 5 Stelle - era stata giudicata 'colpevole' di aver inserito nel Dl Fiscale due commi per destinare 84 milioni in tre anni alla "gestione liquidatoria dell'ente strumentale alla Croce Rossa Italiana". Fermissima fu la difesa di Giovanni Tria: nessuna manina, solo "una soluzione tecnica" a tutela dei lavoratori, per pagare il Tfr, aveva detto il ministro liquidando l'attacco come "privo di fondamento e irrazionale".

Le dimissioni

Ma il clima era tale che Garofoli decise di dare le dimissioni, dopo essersi consultato con il Quirinale che gli era sempre stato vicino: "È un prezzo che dobbiamo pagare. Siamo professionisti al servizio del Paese, come avviene in tutte le grandi democrazie occidentali" disse ai suoi collaboratori lasciando l'incarico per tornare al Consiglio di Stato.

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