Elezione presidente Repubblica, Draghi scende in campo: al via negoziato con i partiti

Politica

Andrea Bonini

Il premier vede Matteo Salvini e sente i leader. Al centro dei colloqui il futuro del governo e la tenuta della legislatura

È il segnale che la politica chiedeva, è la conferma che Mario Draghi vuole correre per il Colle. Dopo giorni in cui ha interpretato il ruolo dell’osservatore esterno, Il presidente del Consiglio scende in campo in prima persona: parla e si incontra con i segretari di partito. All’ordine del giorno il suo trasloco al Quirinale ma soprattutto come ed in che modo mantenere in piedi un governo anche se non sarà lui a guidarlo. (LE ELEZIONI IN DIRETTA – LO SPECIALE DI SKY TG24).

I colloqui con i leader

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Il primo a varcare la soglia di Palazzo Chigi a metà mattina è Matteo Salvini. Nel primo pomeriggio l’altro snodo. I consiglieri del premier stanno approntando un’agenda di contatti con tutti i leader. Compreso una telefonata - non appena possibile - con Berlusconi. Parla a lungo anche con Enrico Letta e sente Giuseppe Conte.  La comunicazione di Chigi cerca di tenere coperto questi confronti, ma sottovalutando la regola per cui un “no comment” equivale ad un sì, conferma le discussioni in corso. Che sarebbero state tutte incentrate su come non mettere a rischio l’esecutivo. A partire dalla scelta del nuovo premier ma anche di un eventuale rimpasto di ministri. 

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I rischi di una "impasse"

Si entra in un anno di campagna elettorale, Draghi fino ad ora ha fatto quasi tutto da solo. L’ok al Colle deve passare per una maggior investitura di responsabilità da parte di chi lo sostiene. È una sorta di “conto” che gli viene presentato, alla luce delle difficoltà nel far convergere il Parlamento sul suo nome. Draghi avrebbe ricordato quanto rischiosa sarebbe - per economia e mercati - una “impasse” sul Quirinale. I partiti lo sanno.  Motivo per cui tutti si rendono disponibili a creare le condizioni affinché possa nascere un accordo. Con un bagno di realismo per tutti: senza l’ok dei partiti Draghi non può raccogliere il testimone di Mattarella. I partiti non possono non tenere conto della volontà del premier. Se la maggioranza si spaccasse, Draghi non resterebbe un minuto di più. E forse neanche se al Quirinale salisse un nome non sufficientemente “forte”. Piaccia o non piaccia, questa è la realtà dei fatti. 

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