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Popolo, ma non troppo: cosa significano davvero le parole della democrazia?

4' di lettura

IL LIBRO DELLA SETTIMANA Un saggio del Mulino analizza i principali concetti usati nel dibattito politico, raccontandone la storia ma senza mai perdere d’occhio l’attualità. Con diverse conferme e qualche sorpresa 

“Un nome enfatico riferito a qualcosa che non c’è”. Questa definizione di democrazia non è di un sovversivo o di un radicale, ma del più grande politologo del secondo Novecento italiano, Giovanni Sartori. Suona paradossale, e indubbiamente va contestualizzata, però ha un grande pregio: in una riga mette a fuoco i limiti di un sistema umano (e dunque perfettibile), che a tutt’oggi, per usare un eufemismo, pare piuttosto scosso.

La lista delle critiche è lunga. La democrazia è accusata di essere poco rappresentativa, corrotta, inefficace, indifferente alle disuguaglianze. Si potrebbe continuare, però c’è anche qualche buona notizia. Queste contestazioni – come scrive Yves Mény, in “Popolo ma non troppo. Il malinteso democratico”, da poco pubblicato dal Mulino (pp. 210, euro 15) – non sono una novità: “Nessuna democrazia, nel corso di una storia anche plurisecolare, è stata immune da fenomeni più o meno intensi di protesta”. E per rendersene conto non occorre citare la solita frase rispolverata da Winston Curchill (“la peggior forma di governo a eccezione di tutte le altre”). Certo, il solo fatto che molti altri, e molto più autorevolmente di certi contemporanei, abbiano avuto da ridire sul tema non è di per sé poi così consolante. Anche perché, nota Mény, oggi la situazione appare piuttosto fragile: i concetti che negli ultimi due secoli hanno forgiato l’identità politica sono tutti messi in discussione ed è inevitabile chiedersi “cosa possa diventare la democrazia nazionale rappresentativa in un mondo radicalmente nuovo caratterizzato dalla combinazione senza precedenti della globalità e dell’individualità”.

Il popolo? Solo una convenzione

Per provare a trovare qualche risposta, Mény decide di passare in rassegna una buona parte di quei concetti. A cominciare da quello di “popolo”. Qui l’autore cita Margaret Canovan e ricorda come per quasi tutti i politici il fascino irresistibile di quella parola sia “dovuto al fatto che questo termine riesce a essere, allo stesso tempo, privo di significati precisi e ricco di retorica”. Il popolo esiste solo come convenzione, mito o illusione e i movimenti che pretendono di incarnarlo, appena arrivati al governo, non possono che incanalarlo in un sistema rappresentativo. Per Mény, gli stessi populismi, “che pretendono di essere l’espressione del ‘vero’ popolo contro le élite ristrette che si sono accaparrate il potere”, alla fine, per tentare di far quadrare i conti, sono costretti “a ricreare nello stesso movimento un popolo astratto, unico, monolitico che essi solamente possono comprendere e ‘rappresentare’”. Ma si tratta appunto solo di un’illusione, destinata a essere puntualmente svelata.

Le origini della tecnocrazia

Mény si dice convinto che difficilmente questi movimenti potranno mettere da parte la democrazia rappresentativa anche se saranno in grado di modificare i suoi equilibri. Non è un punto di vista inedito. Ciò che invece rende prezioso questo libro è la rapida e densissima rassegna dei concetti chiave della democrazia, utilizzati con una certa disinvoltura nel dibattitto pubblico anche dai movimenti populisti.

È il caso del capitolo dedicato alla “tecnocrazia”: in poche pagine, Mény ha il merito di ricostruire la storia di una categoria che ha radici decisamente più antiche di quanto si possa immaginare (la Francia del Secondo Impero) e che oggi, specie nelle critiche degli euroscettici, pare diventata irrinunciabile. Questa indagine non perde mai d’occhio l’evoluzione politica degli ultimi anni, senza per questo però schiacciare il giudizio sulla cronaca contemporanea. In questa ibridazione, che ovviamente non sfugge ad analisi personali (e dunque discutibili), sta il merito di un libro ricchissimo di spunti.

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