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La saga degli Inzerillo: dalla guerra di mafia alla fuga in America

Le immagini dell'operazione

3' di lettura

I corleonesi di Totò Riina conquistano Palermo col sangue eliminando i loro nemici: da Stefano Bontade a Totuccio, Pietro e Antonio Inzerillo. Gli altri membri della famiglia trovano rifugio negli Stati Uniti grazie alla protezione dei Gambino 

La guerra di mafia che negli anni '80 ha portato il boss Totò Riina a scalare i vertici di Cosa nostra ha lasciato dietro di sé mille morti, dei quali 300 per 'lupara bianca'. Sono questi gli anni in cui i 'viddani' corleonesi di Riina conquistano Palermo col sangue eliminando i loro nemici: da Stefano Bontade a Totuccio, Pietro e Antonio Inzerillo. Vecchie storie che tornano nel blitz della Dda che oggi ha portato all'arresto di 19 persone tra cui esponenti delle famiglie Inzerillo e Gambino. I superstiti del clan Inzerillo, che avevano nel quartiere di Passo di Rigano la loro storica roccaforte, vengono messi al bando dalla Commissione provinciale di Cosa nostra e cercano di salvarsi fuggendo negli Stati Uniti, sotto l'ala protettiva dei Gambino.

Il ritorno in Sicilia

Anni di 'esilio' e poi il tentativo di tornare in Sicilia grazie alla mediazione del boss Salvatore Lo Piccolo che ha provato a perorare la causa degli 'scappati' rimettendoli in affari con i boss palermitani, in particolare nel traffico di droga. Un ritorno osteggiato dal capomafia Nino Rotolo, rimasto fedele al diktat di Riina. Della questione delicata venne investito anche Bernardo Provenzano che non ha mai preso una posizione netta. Di sicuro gli 'scappati', a partire dai primi anni 2000, sono tornati alla spicciolata e hanno ripreso i contatti con la mafia siciliana. Francesco Inzerillo, soprannominato 'Franco 'u truttaturi' e Tommaso Inzerillo (entrambi arrestati oggi), forti di un tesoro accumulato si erano ripresi il potere. E dialogavano coi vecchi nemici: come Settimo Mineo, fedelissimo di quel Rotolo pronto alla guerra pur di tenere gli scappati lontano dalla Sicilia finito in cella mesi fa nel tentativo di ricostituire la Cupola di Cosa nostra.

Giochi di potere

Rotolo era una furia: "Questi Inzerillo erano bambini e poi sono cresciuti, questi ora hanno trent'anni. Come possiamo, noi, stare sereni... Se ne devono andare. Devono starsene in America. Si devono rivolgere a Saruzzo (Naimo) e se vengono in Italia li ammazziamo tutti". Gli 'scappati', invece, avevano un potente alleato: Salvatore Lo Piccolo, il barone di San Lorenzo. Rotolo non riesce a ottenere il favore di Provenzano, che prendeva tempo e cercava di mediare: "Ormai di quelli che hanno deciso queste cose non c'è più nessuno - scriveva nelle sue lettere - a decidere siamo rimasti io, tu e Lo Piccolo". La verità è che i soldi degli Inzerillo facevano e fanno gola a molti.

Gli affari degli Inzerillo

Soldi a palate accumulati grazie agli affari con le famiglie americane Gambino e i Calì. Per toccare con mano cosa accadeva oltreoceano, su volere di Provenzano, sono partiti Nicola Mandalà, del clan bagherese che proteggeva la latitanza del padrino, e Gianni Nicchi, enfant prodige della mafia palermitana e figlioccio di Rotolo (arrestato dopo una breve latitanza). Ora i nuovi incontri con Settimo Mineo, il capomafia di Pagliarelli e 'presidente' della nuova Cupola che si è riunita lo scorso maggio prima di essere decapitata dai carabinieri del Nucleo investigativo di Palermo. Mineo, un rotoliano di ferro che ha smesso di odiare gli 'scappati'.

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