Guerra a Gaza, perché Israele non entra (ancora) nella Striscia?

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Michele Cagiano de Azevedo

Michele Cagiano de Azevedo

Israele minaccia tutti i giorni di entrare a Gaza. L’esercito di Tel Aviv cinge di assedio la Striscia, per tre lati dal loro territorio, mentre il confine egiziano si apre solo raramente per gli aiuti umanitari, ma non è certamente una via di fuga per Hamas. Eppure, qualcosa non torna. Perché Israele è incerta su come proseguire? Perché, non è ancora entrata a Gaza? Le ragioni sono diverse e complesse

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 Ufficialmente, l’IDF (l’esercito di Israele) ha detto che l’invasione di terra della Striscia è rinviata perché gli americani devono ancora ultimare il posizionamento dei loro mezzi militari su tutto il fronte Est del Mediterraneo. Le portaerei, lo scudo missilistico, gli incrociatori made in Usa serviranno in caso di aperture di altri fronti, dal Libano di Hezbollah all’Iran degli Ayatollah. Anche il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha chiesto a Nethanyahu di “evitare gli errori che gli americani hanno compiuto dopo l’11 settembre”. In sostanza, Biden chiede a Israele una risposta contenuta agli attacchi del 7 ottobre scorso e di evitare che la violenza accenda l’intera area mediorientale. Sul fronte geopolitico, non solo gli Stati Uniti chiedono a Nethanyahu di evitare l’aggressione di terra. L’intera comunità internazionale, con toni e modi diversi, non vuole l’invasione di terra. Si va dalla dura condanna del mondo arabo alla rappresaglia di Tel Aviv, fino a posizioni più sfumate. L’Unione Europea comprende una reazione ad Hamas ma chiede una tregua umanitaria. Cina e Russia vogliono il cessate il fuoco e la soluzione a due stati.

 

Il Fronte interno di Israele

Israele è abituata ad agire sotto la pressione della comunità internazionale. Ma, in questo caso, a frenare Nethanyahu dall’occupazione di terra, c’è anche altro. Gli ostaggi, innanzitutto. Sono, secondo gli ultimi conteggi, 222. I loro familiari stanno facendo di tutto per tenere alta l’attenzione di tutti sulla loro sorte. Da quello che sappiamo, sono tenuti nascosti perlopiù nella “metropolitana” di Gaza, quella infinita rete di tunnel e cunicoli che serve ad Hamas per trafficare armi e merci con l’Egitto e per nascondersi dai raid aerei. Quando Israele entrerà nella Striscia, difficilmente i prigionieri israeliani saranno liberati dagli incursori, è più probabile invece che saranno uccisi dai loro carcerieri. In passato, non ci sono situazioni analoghe, né il governo israeliano ha spiegato la sua strategia. Si sa che nessuno deve essere lasciato indietro, quando venne rapito il soldato Gilad Shalit, ci vollero 5 anni e migliaia di palestinesi rilasciati dalle carceri per riaverlo indietro. Gideon Levy, noto commentatore della sinistra israeliana, ha suggerito, dalle pagine del noto quotidiano Haaretz, di rilasciare tutti i prigionieri palestinesi in cambio degli ostaggi. Ma non sembra una strada percorribile. Poi, c’è l’opinione pubblica; secondo un sondaggio del quotidiano Maariv il 65% degli israeliani appoggia l’invasione di terra, vogliono la distruzione di Hamas.

 

Israele in lutto

Circa 1400 morti israeliani. Tutti in pochissimo tempo. Gli attacchi del 7 ottobre non rappresentano solo una disfatta per l’intero apparato di sicurezza, che getta peraltro un’ombra pesantissima sul mito del Mossad, i servizi segreti israeliani. Sono anche una ferita, uno choc, per una intera popolazione. Ogni vittima di Israele è vissuta come un lutto profondo e, per uno Stato che sente di vivere ogni giorno di combattere per la sua sopravvivenza, ciò che è successo è un trauma profondo e inedito. Ora, da una parte, gli israeliani non vogliono che passi il messaggio che possa capitare ancora e per questo i toni di guerra sono roventi. “Hamas è il nuovo nazismo e il loro terrorismo sarà estirpato”, sono le parole d’ordine del governo di Nethanyahu. Da un’altra parte, qui il dubbio amletico, entrare a Gaza via terra garantirà tante vittime anche israeliane, militari certamente, ma anche ostaggi civili. E il Paese è pronto ad altri lutti?

 

Cosa vuole l'esercito di Israele

Per ben due volte, ai militari israeliani appostati al fronte è stato detto di consegnare i cellulari. E’ l’ultimo atto prima di entrare nella Striscia, una regola basilare per evitare che vengano geolocalizzati. Poi, in tutte e due le occasioni, la retromarcia. L’ordine di attacco è stato rimandato. L’esercito di Tel Aviv, da parte sua, è pronto all’azione, i piani sono stati fatti, gli assedi di Falluja e Mosul sono stati studiati come utili precedenti, perché potrebbero avere delle analogie: da una parte, la guerra strada per strada, dall’altra il fatto di avere contro nemici disposti a tutto, pronti a morire. Ma non sarà la stessa cosa. Hamas è pronta all’assedio, ha il sostegno di buona parte della popolazione palestinese, conosce il territorio perfettamente e ha costruito difese a terra e sottoterra notevoli. Inoltre, è meglio armata di quanto ci si aspetti, almeno rispetto agli anni scorsi e a ciò che abbiamo già visto il 7 ottobre scorso. I militari di Tel Aviv, in ogni caso, hanno fretta. I generali anche. Non è possibile restare sul campo, con migliaia di riservisti che normalmente hanno ruoli nella società civile, in stato di allerta per mesi. E’ insostenibile logisticamente, è insostenibile anche per quelle brigate di fanteria che per prime entreranno nella Striscia, Golani e Givati, dal 1948 anima dell’esercito di Israele.

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